S’intitola “Gli amici del bar Margherita” il nuovo film di Pupi Avati prossimo all’uscita, la data della prima programmazione è stata stabilita per il 3 aprile, che, dopo la drammatica storia della pellicola presentata nell’ultimo festival di Venezia (“Il papà di Giovanna”), si prefigge di ritornare alla commedia con un lungometraggio corale ricco di attori di prestigio. Un tuffo nella provincia italiana della metà degli anni ’50 del Novecento, attraverso le vicende che si svolgono in uno dei luoghi di maggior aggregazione sociale allora disponibili: il bar.
Per molti provinciali cinquantenni sarà un vero e proprio ritorno alle origini il nuovo film di Pupi Avati, raffinato indagatore delle passioni dell’animo umano, dal titolo evocativo “Gli amici del bar Margherita”. A pochi mesi dall’uscita del drammatico “Il papà di Giovanna”, indagine intorno ad un dramma familiare durante la seconda guerra mondiale, il regista emiliano torna sugli schermi con una gradevole commedia che promette risate e divertimento per tutti coloro che l’andranno a vedere. In effetti la storia, dai chiari contorni autobiografici, racconta le vicissitudini di alcuni abituali frequentatori di un bar bolognese intorno alla metà degli anni ’50 del Novecento. In particolare promette di ricreare un’atmosfera ormai persa, che si respirava quando il bar era il luogo di incontro privilegiato fra le persone di una comunità ristretta, fosse quella di un paese, di una cittadina oppure di un quartiere. Il cast è di tutto rispetto e, accanto ad attori che potremmo definire “storici” che hanno accompagnato Avati in molti dei suoi lavori, pensiamo ad esempio a Gianni Cavina, Diego Abatantuono e, a colei che deve ritenersi una vera e propria “scoperta” del regista bolognese, Katia Ricciarelli, troviamo alcuni talenti di più recente nomina quali Luigi Lo Cascio, Laura Chiatti, Neri Marcorè. L’intreccio segue, attraverso i ricordi di un ragazzo diciassettenne (il regista stesso) interpretato da un inedito Pierpaolo Zizzi, le vicende di alcuni personaggi che rappresentano degli stereotipi dell’Italia appena uscita dalla guerra e desiderosa di lanciarsi verso il “miracolo economico”. Ecco allora il viveur, che arriva al bar sempre a mattina ormai inoltrata con l’aria assente e lo sguardo trasognato, sguardo che lasciava intendere chissà quale nottata di baldorie fosse appena passata, del resto gli si attribuivano donne a volontà; oppure il nobile decaduto ed erotomane, affascinato dal rischio e dal pericolo, capace per una scommessa di lanciarsi dalla Torre degli Asinelli oppure di affrontare bendato un incrocio a velocità folle; o ancora dell’amico timido e incapace di gestire i rapporti con il sesso opposto, che il gruppo salva da un fidanzamento con una brutta, ma benestante, commerciante per lanciarlo fra le braccia di una entreneuse. Insomma una serie di soggetti in grado di rappresentare quel misto fra tragico e comico che caratterizza da sempre la vita di tutti i giorni, visti attraverso lo sguardo di un ragazzo che si appresta a crescere. Per la seconda volta, dopo “Jazz Band” di trent’anni fa, Avati torna a parlare della propria famiglia, in particolare del nonno che, ad ottant’anni, decise di prendere lezioni di piano da un’insegnante di origine napoletana, rimanendo ore ed ore chiuso nella sua stanza in compagnia della donna. L’autore ammette che ne viene fuori una visione del mondo principalmente maschilista, del resto il bar è ritrovo prevalente degli appartenenti al sesso forte, ma ritiene che, ai tempi, la situazione fosse quella descritta nel film. “Gli amici del bar avevano delle regole ferree di appartenenza – afferma Avati nella conferenza stampa di presentazione della pellicola -, quasi un codice d’onore che nessuno poteva infrangere: niente donne né bambini dentro al bar, orari tardi, nessuna donna doveva venire prima del bar e degli amici e cose di questo genere. Riassumevano un atteggiamento così arcaico e lontano da cui però non mi vergogno di provenire”. Il regista, fresco settantenne, per far comprendere le ragioni che lo hanno spinto a questa nuova avventura ama citare una frase di Pablo Picasso, genio capace di reinventarsi ogni volta e di trovare sempre nuova linfa per la sua immensa creatività: “ci vogliono molti anni per diventare giovani”.
Sam
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