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21-02-2008

Invece di Tocai?

Da quasi un anno il vino di origine friulana deve cambiare denominazione a causa di una sentenza dell’Unione Europea, in esecuzione di una legge varata nel 1993 per proteggere le denominazioni territoriali dei vini, che ha assegnato all’Ungheria l’utilizzo del nome Tocai. Ad oggi, nonostante la buona volontà di istituzioni, operatori, associazioni di categoria, industrie, non si è ancora trovata una definizione sostitutiva.

 

Di casi simili l’enogastronomia italiana può vantarne diversi. Dal parmigiano, di cui i tedeschi rivendicano la paternità almeno di una particolare variante definita “parmesan”, al prosciutto San Daniele, chiamato Daniele negli Stati Uniti per differenziarlo da quello della cittadina friulana che ne ha difeso l’origine e la particolare lavorazione. E che dire della lavorazione dei vini frizzanti “champenoise” riservata ai soli prodotti francesi, mentre gli spumanti nostrani devono accontentarsi delle definizioni “Franciacorta”, “Talento” e “Trento Doc”. La guerra per le denominazioni di origine è aperta da tempo. Ciascun paese rivendica l’esclusiva di un particolare alimento o processo di lavorazione di alimenti capaci di dar vita a un prodotto dalle caratteristiche assai peculiari e gradite al pubblico dei consumatori.  Il rispetto dei territori di origine è opera meritevole e necessaria alla conservazione di sapori e profumi unici, per cui la riproducibilità ad libidum di specifiche produzioni  è cosa disdicevole. Detto questo, il fatto su cui riflettere consiste nella complessità che gli organi competenti dimostrano nel definire un nuovo nome al vino prodotto nel Friuli Venezia-Giulia. La sentenza che assegna all’Ungheria la proprietà della definizione Tocai, una regione magiara si chiama Tokaj, è pienamente legittima e non appaiono giustificate le rimostranze delle popolazioni italiane a difesa del proprio marchio. Le differenze organolettiche sono, è vero, notevoli. Il vino nazionale è un bianco secco, dal colore dorato, aromatico, con note di frutta fresca e mandorla, mediamente acido, di buona struttura e persistenza, che ben si accompagna ad antipasti, a minestre regionali o a piatti di pesce. Quello ungherese è, invece, un prodotto da meditazione, dolce e prezioso. La Cantina Produttori di Cormons, con il bene placido della regione, ha impugnato la sentenza affermando che aggiungere “Friulano” alla dizione originale è più che sufficiente a differenziare le due etichette. Il ricorso al Tar del Lazio lascia aperta qualche speranza, nonostante la decisione di Bruxelles appaia inoppugnabile. Di certo il mercato non aiuta a far chiarezza se annovera vini con questo nome anche di produzione statunitense e australiana. In verità esistono documenti del 1771 in cui compare il nome di Tocai per definire un vitigno già presente nel Veneto. La sensazione è che dietro le questioni campanilistiche si celi la difesa di un business di notevoli dimensioni. Da quando è stata resa operativa la decisione della UE le bottiglie con la vecchia denominazione sono andate a ruba e i collezionisti ne chiedono sempre altre. Per non parlare di tutti coloro che credono in base alla sentenza che il vino friulano non verrà più prodotto e ne fanno incetta elevando a cifre inusuali la domanda. Sono in gioco numeri di tutto rispetto. Una regione, il Friuli, che produce 150.000 ettolitri di vino l’anno di cui 100.000 DOC, dove il Tocai rappresenta il 15% di questa produzione con un giro d’affari di 400 milioni di euro e oltre 1.000 produttori. Una querelle tra i due paesi in vita dagli anni ’50 del novecento. Era, infatti, il 1959 quando il Monipex, l’ente magiaro per il commercio, intervenne presso il tribunale di Trieste contro un produttore di Tocai friulano. In quel frangente la giustizia fu a favore degli italiani ma il paese mittleuropeo non si diede per vinto tornando più volte alla carica fino al 23 novembre 1993 quando vennero riconosciuti i suoi diritti di primogenitura. I ritardi nel trovare un nuovo nome al prodotto nazionale sembrano più dovuti alla mancanza di volontà che a vere e proprie difficoltà oggettive. Un produttore locale ha brevettato la dizione “Anonimo Friulano” per le sue bottiglie “Un po’ per riderci su, - afferma – un po’ perché non si sa mai”.

 

 

 

                                                                        Sam

 

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