Da piccolo e divertente intermezzo tra un cocktail e l’altro, indirizzato in modo particolare a coloro che stazionavano annoiati lungo il bancone del bar, soli e immalinconiti dalle massicce dosi d’alcol già ingerite, il working flair (acrobazie eseguite dal barman nella preparazione delle miscele alcoliche) si è trasformato in un vero e proprio spettacolo, capace di attirare l’attenzione della clientela e farla divertire. E fioccano i corsi e le scuole dedicati a questo nuova tipologia di intrattenimento.
Con un pizzico di libertà interpretativa, che andrebbe sempre utilizzata nelle traduzioni dall’inglese lingua avara di termini per cui costretta a assegnare significati diversi alla medesima parola, working flair potrebbe essere tradotto in: “Lavoratore Talentuoso”. E di talento ce ne vuole di sicuro parecchio per compiere le innumerevoli acrobazie con bottiglie e shaker, bicchieri e boston (il classico contenitore conico in metallo utilizzato per miscelare i prodotti), al fine di comporre sofisticati e appetitosi drink. Nato negli Stati Uniti intorno alla seconda metà dell’Ottocento, grazie a Jerry Thomas mitico precursore famoso per le sue dimostrazioni da consumato showman, per occupare l’attenzione del cliente mentre il barman preparava il cocktail richiesto, è diventato una vera e propria professione con regole e pratiche precise. Per potersi dedicare alle evoluzioni del workin flair è necessario abbracciare il mestiere di bartender, cioè di quel particolare personaggio posto dietro il bancone del bar occupato nel soddisfare le richieste alcoliche del cliente. E proprio la capacità di poter comprendere, in un lasso di tempo assai breve le esigenze reali del consumatore che si ha davanti il vero segreto del bartender. Tanto la letteratura che il cinema ci hanno tramandato figure di personaggi capaci di ascoltare i racconti dei protagonisti di storie spesso complesse e di dispensare con semplicità, accanto a sofisticate mescolanze di sapori a 40° medi di tasso alcolico, ponderati consigli in grado di fornire soluzioni a intricati problemi. L’attuale sviluppo di tale occupazione, che accanto al bar trova un mercato in pieno sviluppo nelle feste organizzate da facoltosi privati nelle loro esclusive residenze, prevede gare e campionati specifici che eleggono i propri “campioni”. In effetti lo scopo vero dell’operatore rimane la qualità della bevanda, ma il “come” ottenerla diviene un passaggio fondamentale fornendo al prodotto finale valore aggiunto. I movimenti, che ad un occhio inesperto possono risultare esclusivamente coreografici, sono invece importanti proprio per raggiungere il risultato ottimale. La letteratura al momento divide il flair in due categorie principali: il working flair e l’exibition flair. Il primo si caratterizza per l’essenzialità dei movimenti, in genere in numero limitato, più che altro pratici e finalizzati alla preparazione di uno o più cocktail in contemporanea, catturando, al contempo, l’attenzione del cliente. Il secondo, invece, come dice la parola stessa, è una vera e propria “esibizione” del barman che compie acrobazie ad alti livelli di difficoltà per giungere, dopo un numero considerevole di esercizi da funambolo, alla realizzazione della bevanda prevista. Il cliente risulta interessato alle evoluzioni dei personaggi al di là del bancone, e sembra gustare con maggiore piacere il prodotto scaturito dalle loro manovre. Soddisfazione del consumatore, qualità del prodotto, professionalità dell’operatore, equo ricarico economico, ci sono tutti i presupposti per fare del bartender flair un personaggio in piena ascesa all’interno del panorama occupazionale riferito ai locali d’intrattenimento. Le doti richieste sono: abilità, talento, stile ed eleganza, un insieme di fattori in grado di velocizzare e spettacolarizzare la, altrimenti, monotona e ripetitiva preparazione dei drink. Accanto a tali doti, che potremmo definire “naturali”, ce ne sono altre che, invece, dipendono dall’applicazione e dalla passione del soggetto ma che, se osservate con diligenza, permettono un approccio al lavoro migliore e aiutano ad ottenere risultati davvero eccellenti: umiltà, autocontrollo e disponibilità. L’evoluzione delle tecniche (ad esempio esiste uno “stile” europeo ed uno americano nella composizione delle evoluzioni da compiere) permette di preparare simultaneamente fino a 7 cocktail, con uno standard professionale al massimo grado di qualità. Insomma novelli Tom Cruise (interprete nel 1988 del film Cocktail) che grazie alle evoluzione di bottiglie e bicchieri dietro al bancone del bar raggiungeva successo, ricchezza e…felicità.
Sam
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