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Ristoranti

09-04-2008

Brunello impuro

La volontà di soddisfare la crescente domanda del mercato getta pesanti ombre sulla genuinità di una parte del prodotto che viene messo in vendita, in considerazione delle capacità di produzione delle aree DOCG. Non si hanno, ad oggi, certezze, ma la notizia crea disagio presso produttori, commercianti e operatori della ristorazione.

È proprio il caso di dire che, a volte, il successo “può dare alla testa”. Se la cosa è riprovevole in se, lo diventa in maniera ancora più accentuata quando parliamo di vino. E che vino! Nientepopodimenochè del  pluridecorato Brunello di Montalcino, primo in assoluto degli italici nettari nella graduatoria delle preferenze nazionali e internazionali. Che l’ufficio per la Repressione Frodi e la Guardia di Finanza abbiano prelevato numerosi fascicoli presso il Consorzio tutela del Brunello riguardanti  alcuni terreni coltivati della zona di produzione non è più una novità. In effetti il sospetto esiste. I primi risultati confermano la presenza in alcuni vigneti di uve Merlot, Cabernet, Sauvignon e Petit Verdot, qualità diverse da quella prescritta. In effetti alla base della prelibata bevanda ci sono esclusivamente, per il 100%, vitigni di Sangiovese in purezza. Sono risultati al controllo non conformi ai termini di legge circa 17 ettari su 1.667 presi in esame, in pratica un 1%.

La ragione sembra dipendere in gran parte da una maggiore attenzione degli imprenditori agricoli ai gusti del mercato internazionale, in particolare di quello americano. L’aspetto però più preoccupante riguarderebbe una voce, per il momento non suffragata da fatti e perciò da prendere con assoluta cautela e smentita con un comunicato specifico dalla Procura di Siena, secondo la quale per l’annata 2003, che seguiva un deludente 2002, la produzione anche se di grande qualità sia stata “tagliata” con vini non meglio specificati del sud Italia per far fronte ad un incremento notevole della domanda. Al di là degli aspetti morali e giudiziari legati alla notizia, la vicenda assume significati preoccupanti per quanto riguarda il lato economico e occupazionale dell’area toscana, dal momento che l’industria enologica, con 140 milioni di euro l’anno di fatturato di produzione  e altri 100 milioni legati al business turistico, occupa una parte notevole della popolazione e dell’imprenditoria locali.

Attualmente si producono intorno ai 7 milioni di bottiglie ogni dodici mesi, tranne le annate particolarmente negative in cui il vino non viene messo neanche in commercio. Per un prodotto che impiega un minimo di cinque anni per essere posto in vendita il problema deve considerarsi rilevante. Di queste quantità il 60% prende le strade dell’estero e il 40% resta nel territorio nazionale. Grandi consumatori di Brunello sono gli Stati Uniti, che importano il 25% del totale, seguiti dalla Germania con il 10%, dalla Svizzera con il 7%, dal Canada che si attesta intorno al 5% e da Inghilterra e Giappone ferme al 3%. Mentre per quanto riguarda l’Italia, il paese di origine, Montalcino, distribuisce il 17% di bottiglie, di cui l’8% con vendita diretta in azienda, un altro 8% è assorbito dal Nord Italia, ancora un 7% dalla regione Toscana, il 5% dalla parte centrale della penisola, mentre il sud si limita all’1%.

Sotto sorveglianza sono stati messi alcuni dei produttori di maggiore notorietà: Antinori, Frescobaldi e Arciano, a cui si è aggiunto da poco anche il sequestro cautelativo di 600.000 bottiglie di Castello Banfi. L’allarme non è però limitato alla sola zona di origine dal momento che presso i consumatori sparsi un po’ in tutto il mondo rimane il vino di maggiore consumo, in particolare nelle enoteche, nei bar e nei ristoranti, con diversi punti di vantaggio su Chianti e Barolo. L’affaire non sembra preoccupare più del dovuto il presidente del Consorzio di tutela del Brunello, Francesco Marone Cinzano, che afferma: “La magistratura deve fare il suo lavoro se c’è qualche mela bacata va tolta dal cesto, ma non credo assolutamente che questa vicenda possa nuocere alla grande immagine del Brunello.

                                                                                   Mario Rossi

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