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Ristoranti

24-02-2009

Pranzo di lavoro addio

In tempi recenti molto spesso si terminava una riunione di lavoro intorno alla tavola di un buon ristorante, dove, fra un antipasto e due spaghetti all’astice, si concludevano accordi, si stringevano alleanze, si definivano iniziative comuni al fine di migliorare le performance delle rispettive aziende. Dall’esplosione della crisi economica le cose sono drasticamente cambiate. Molti manager preferiscono chiudere le trattative d’affari in ufficio, magari di fronte ad una tazza di caffè, mentre coloro che ancora scendono al ristorante hanno dimezzato gli investimenti.

 

Quando nei pranzi fra manager si era finito di mangiare, il più delle volte si tendeva a cercare di saldare il conto per primi, per una forma di cortesia ma anche come a dimostrare pubblicamente le floride finanze della propria compagnia. Le colazioni di lavoro erano un modo per concludere in maniera conviviale lunghe e, spesso, defaticanti trattative tra aziende. Giunti al conto i rappresentanti di maggior grado di entrambe le imprese tentavano di regolare la pendenza, esibendo le rispettive carte di credito societarie (tanto la ricevuta finiva puntualmente in nota spese). Quella era una piccola ma significativa espressione di potenza economica che la casa madre accettava senza batter ciglio, la dimostrazione nei confronti del mercato di un bilancio sano e florido. Ebbene sotto l’influsso della sempre più devastante crisi economica anche questo rito si sta modificando. I primi a risentirne sono stati i ristoratori statunitensi, il paese del resto da cui la crisi è partita, che hanno visto scomparire numerosi manager che spesso arrivavano con alcuni clienti e il consueto codazzo di colleghi. Il direttore di Michel’s, ristorante di Manhattan, conferma che i pezzi grossi che venivano a pranzo non meno di tre volte alla settimana, adesso si vedono una volta, di solito tagliano dall’ordinazione antipasto, dessert e, in diversi casi, anche l’acqua minerale in bottiglia. Terry Press, consulente hollywoodiana delle major cinematografiche con residenza a New York, negli ultimi tempi si è trovata spesso nelle condizioni di dover offrire la colazione d’affari restando, tanto i rappresentanti dell’azienda di cui curava gli interessi che quelli dell’altra, immobili al momento di dover saldare il conto. “Diciamo che non noto una vera e propria espressione di sollievo – afferma la professionista  abbastanza seccata – sul volto delle persone, ma nemmeno che fanno il minimo gesto per offrire loro. In ogni caso, se non ci si può permettere di pagare il conto del pranzo, non bisognerebbe andarci”. Anche in Italia si cominciano a sentire gli effetti di tale tendenza, nonostante, a parere del presidente dell’Epam (Associazione Milanese pubblici esercizi) Alfredo Zini: “Non c’è stata una diminuzione delle presenze. Ciò che sta calando è la spesa pro – capite: i fatturati dei locali di Milano sono diminuiti del 15,0%”. Non tutti però sono d’accordo con l’analisi, in fin dei conti ottimistica, compiuta dal presidente, soprattutto fra gli operatori che potremmo definire “in prima linea”. Il titolare del ristorante meneghino Alla collina Pistoiese, a due passi da Piazza Missoni in pieno centro cittadino, Filippo Giordano ad esempio afferma: “Un po’ di crisi la sentiamo. Soprattutto è calata la clientela manageriale, perché le aziende hanno tagliato sui pranzi di lavoro, mentre i clienti privati hanno un po’ ridotto la frequenza. Noi siamo un ristorante storico, di fascia medio – alta, intorno ai 50 euro, quindi non possiamo modificare la nostra offerta”. Stefano Vicina, chef stellato Michelin, proprietario di un locale (Casa Vicina) nello stabile in cui ha sede Eataly, il villaggio del gusto aperto da qualche anno nella capitale sabauda, di fronte al grande complesso del Lingotto di Torino conferma la piega che sta prendendo anche in Italia il fenomeno: “Qui a fianco c’è la sede della Fiat, ma anche gli uffici di Intesa – San Paolo, di Ibm, del Banco di Santander e di altre società. Tutte hanno ridotto, e molto, il loro budget per queste spese. Si fanno solo le colazioni di lavoro indispensabili. I dirigenti che venivano a pranzo non dico tutti Ii giorni, ma quasi, per fare  pubbliche relazioni a tavola sono scomparsi”. Insomma anche nel comparto delle Public Relation le aziende stanno tirando la cinghia con ripercussioni notevoli nel settore della ristorazione. Peter Thonis, responsabile delle comunicazioni  per Verizon Communication con sede a New York, una soluzione l’ha trovata: una tazza di caffè, toglie da ogni imbarazzo e permette di conservare una qualche forma di familiarità. “Mantenere un rapporto in questi tempi così precari è difficile – dichiara il manager -, ma è tutta questione di equilibrio”.

 

 

 

                                                              Mario Rossi

 

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