Gli effetti a più lungo termine della devastante crisi economica degli ultimi due anni hanno colpito alcuni veri e propri monumenti della ristorazione internazionale costringendoli alla chiusura. È il caso dell’italiano ristorante Fini di Modena, vera e propria icona della cucina emiliana e italiana più in generale,e del newyorkese Rainbow Room, anch’esso, però, gestito da un gruppo della penisola che fa capo alla famiglia Cipriani, splendida terrazza sulla grande mela al 65° piano del Rockefeller Center a Manhattan .
A Modena Rua dei Frati Minori, in pieno centro storico, è conosciuta soprattutto perché sede di due importanti strutture turistiche cittadine note in tutto il mondo: l’Hotel Real Fini San Francesco e il Ristorante Fini, entrambi frutto della capacità imprenditoriale di Telesforo Fini che nel 1912 iniziò, con l’indispensabile ausilio della moglie Giuditta cuoca esperta e sapiente, la sua avventura gastronomica nel retro della bottega di salumiere in piazzetta San Francesco, sempre nel capoluogo di provincia emiliano. Nel corso del tempo ben tre generazioni si sono succedute alla guida dell’azienda che ha registrato una crescita costante e cospicua, diversificando le proprie attività nei settori alimentare e dell’accoglienza, fino alla recente crisi economica. Il prestigioso albergo e lo storico ristorante, riuniti in un’unica società, sono in vendita e le 40 persone circa che costituiscono le maestranze degli esercizi rischiano di trovarsi nel breve volgere di qualche settimana disoccupati. E pensare che il locale era divenuto il simbolo di una città e di una cucina dalle caratteristiche di qualità superiori. Meta privilegiata di un gran numero di personalità può vantare fra i suoi illustri avventori il duo Roberto Rossellini Anna Magnani, al tempo della loro burrascosa relazione sentimentale, Enzo Ferrari, praticamente di casa che portava spesso con se uno dei piloti preferiti: Juan Manuel Fangio, Ingrid Bergman, Sophia Loren. Da cinquant’anni si fregia della stella Michelin e il suo carrello di bolliti di carne, chef d’oeuvre della gastronomia della bassa padana, rimane ineguagliato per valore. Gli attuali manager della famiglia si sono dovuti arrendere a recenti annate dai pesantissimi bilanci in rosso che hanno portato le strutture alla liquidazione. Accanto al prestigioso ristorante modenese anche un altro tempio della ristorazione internazionale ha annunciato la chiusura dei propri locali: il Rainbow Room di New York. Era il 1934 quando Giuseppe Cipriani , reduce dal successo mondiale del suo Harry’s Bar veneziano, decideva di sbarcare negli Stati Uniti alla conquista del simbolo planetario della modernità e del futuro: Manhattan. L’isola sull’Hudson era ancora stretta nella morsa della grande depressione quando l’imprenditore italiano apriva i battenti del proprio nuovo ristorante al 65° piano di uno dei 19 edifici, un palazzo in stile ottocentesco che in passato aveva ospitato la sede della City Bank, che formavano il Rockefeller Center sulla 5th Avenue a pochi metri da Central Park. Il magnate statunitense intendeva sfidare la crisi economica e l’imprenditore italiano scommise su questa chance. Dai tavoli del ristorante si poteva godere di una vista mozzafiato sul dedalo di vie e sull’incredibile coacervo di grattacieli che costituivano le vene e i muscoli della metropoli. In breve tempo lo spettacolare locale divenne uno dei centri di ristorazione più famosi e ambiti della città. Tra i fattori che hanno costretto la proprietà all’attuale decisione pesa, di sicuro, il perdurare della grave situazione di crisi economica, ma non è estraneo neanche il sensibile aumento richiesto dai proprietari dell’immobile i quali hanno stabilito a 8,7 milioni di dollari annui l’affitto dei locali occupati dal ristorante. Si salvano dalla serrata, almeno per il momento, il bar e lo spazio per ricevimenti che continueranno a restare aperti. Un segno tangibile delle difficoltà che l’odierna recessione causa all’industria della ristorazione, sempre più in difficoltà per la contrazione della clientela, anche di quella abbiente, e costretta comunque a contenere il volume complessivo delle spese. Del resto un recente calcolo del settore Wealth Management della banca Merrill Lynch, che cura le gestioni patrimoniali dei clienti facoltosi, stima che durante lo scorso anno il numero di americani con un patrimonio netto superiore ai 30 milioni di dollari annui si sia ridotto del 24,0%. Sembra proprio il caso di recuperare il vecchio adagio che recita: “Anche i ricchi (in particolare se minacciati nel portafoglio, aggiungiamo noi) piangono”.
Mario Rossi
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