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Dai tempi duri attraversati fino a qualche anno fa il Cognac si sta riprendendo splendidamente grazie alle richieste di Paesi come la Cina, la Russia e l’India. Eppure un distillato di grande storia e affascinante profilo organolettico meriterebbe più fiducia anche nella Penisola
La celebre parola, qui non ripetibile, o la frase, se si vuole preferire invece il “la guardia muore ma non si arrende”, pronunciata da Cambronne sul campo di Waterloo si potrebbe anche abbigliare, in questi ultimi anni, ai produttori di cognac. In fondo il dna è lo stesso, puro orgoglio e nobiltà transalpina, che ogni tanto sfocia anche in una certa presupponenza, ma alla quale si deve comunque del rispetto. Sia come sia, e francamente noi non li vediamo proprio gli attuali manager a lanciare insulti o pronunciare frasi storiche sulle rive della Charente, il destino del cognac è tornato a risplendere dopo periodi di indubbia difficoltà. Difficoltà quasi della misura di quelle affrontate da Napoleone nella sua decisiva, ultima, battaglia sul terreno belga, ma superate grazie agli imprevedibili “rinforzi” giunti da lontano. Per porre termine alle metafore e aggiungere chiarezza a questa divagazione introduttiva, spieghiamo che in una recente visita in zona e in un dialogo a tu per tu con un direttore di una storica casa, abbiamo appreso quello che già si sapeva osservando i dati: il cognac ha attraversato una crisi durissima, soprattutto nei suoi mercati tradizionali, tanto dura da mettere a repentaglio le frange più deboli di tutto il sistema, ma oggi grazie all’apertura di nuovi mercati e alle loro richieste in forte ascesa, il vento è tornato a gonfiare le vele e il sole illumina lo scenario prossimo venturo. In sostanza, i nuovi ricchi borghesi di Pechino, come di Mosca o di Nuova Delhi, hanno scoperto di amare follemente il cognac e, soprattutto, di avere i soldi per permetterselo. Per i nuovi ricchi dell’Oriente, il cognac ha lo stesso ruolo da status symbol che per noi continuano ad avere i Rolex e le Ferrari. Un operatore italiano del settore ci ha rivelato un curioso aneddoto: in Cina è consuetudine consolidata, durante i banchetti nuziali, porre al centro di ogni tavolo una bottiglia di cognac come segno di considerazione nei confronti degli invitati, ma anche come segnale di benessere da parte di chi organizza il ricevimento. È anche grazie a queste leve che le esportazioni di cognac verso i nuovi mercati hanno spinto sull’acceleratore contribuendo a risollevare in modo decisivo lo stato di salute della Charente.
Diverso invece il discorso nel Vecchio Continente dove a lungo il cognac è stato il distillato di distinzione per le classi agiate, quasi un simbolo del ritorno alla vita di sempre dopo i disastri del secondo conflitto bellico. Gli anni ’50 e ’60 sono stati anni fortunati per il cognac, ma non solo, ai quali tuttavia ha fatto seguito una certa stanchezza, incentivata anche dall’apparizione e dalle politiche commerciali e di marketing più aggressive che hanno avuto ad oggetto altri distillati. Pensiamo ad esempio al rinascimento della nostra grappa, declinata in mille varianti e sdoganata finalmente, e giustamente, dallo stereotipo “alpino”, all’esplosione del fenomeno rum e a quello, ancor più recente, della vodka, alla scoperta di prodotti di nicchia quali armagnac e calvados, alla tenuta complessiva del sovrano degli alcolici, il whisky. Molti competitor ovviamente arricchiscono la gara ma la rendono anche più complessa e, oltre a questo, il cognac ha dovuto scontare da un lato una poca conoscenza, a volte poca chiarezza, del prodotto nelle sue particolarità e, dall’altro, una certa “polverosità” della sua immagine. Il mercato in Italia, d’altronde, è piccolo: i dati parlano di circa un milione di bottiglie all’anno, cifra questa non adeguata probabilmente per convincere i produttori a spingere sulla comunicazione e sulla promozione del cognac tout court. In più le sirene dell’Est europeo e dell’Estremo Oriente, fanno il resto. Troviamo inoltre sintomatica la frase d’apertura scritta da Piero Valdiserra, direttore marketing di Rinaldi Importatori, nel capitolo dedicato al cognac del suo libro “50 calici di un bevitore curioso”. Scrive Valdiserra: “Negli anni più recenti noi italiani abbiamo forse disimparato ad apprezzare pienamente il cognac, presi come siamo da molte altre “mode” alcoliche”. Raggiunto al telefono, il manager bolognese rincara la dose: “Gli italiani del cognac ne sanno davvero poco e l’immagine è sicuramente un po’ vecchiotta. Noi che importiamo Hine, ad esempio, abbiamo dei millesimi, singole annate d’eccellenza, ma solo gli appassionati sanno che questa, nell’area del cognac, è una vera e propria eccezione alla regola. Una rarità. Il cognac continua a essere richiesto in determinati periodi dell’anno, come quello delle feste di Natale ad esempio, e per la maggior parte delle enoteche resta un acquisto consuetudinario. Tuttavia si potrebbe fare molto di più perché rimane un prodotto di grande fascino e di indiscutibile qualità”. Certo, anche i ristoranti degni di questo nome hanno, sul banco dei distillati, delle bottiglie di cognac; non potrebbero fare altrimenti. Il problema semmai è capire a che velocità queste bottiglie si svuotano. “Francamente”, confida Valdiserra, “vedo, sul lungo periodo, un trend in declino per il cognac nel nostro Paese a meno che non si mettano in cantiere delle iniziative comuni sulla comunicazione del prodotto, come si facevano fino a qualche anno fa. Un’iniziativa di largo respiro che dovrebbe partire proprio dalla Francia che, allo stato attuale, ha nuovamente le risorse necessarie per farlo”. Certo, non gli importatori italiani, visto l’esiguo numero complessivo di bottiglie in circolazione nella Penisola. Quello nazionale è del resto un mercato nelle mani di poche grandi aziende, che si dividono quasi il 90% del volume complessivo: Martell che fa capo a Pernod Ricard, Courvoisier nell’orbita del gruppo Bacardi Martini, Remy Martin distribuito da Maxxium e infine Hennessy dell’omonimo gruppo. Ma se di concentrazione si può a ragione parlare, ogni sana azienda impegnata nel settore del beverage non può permettersi di rinunciare al suo cognac. Oltre all’esempio citato di Rinaldi Importatori e il suo Hine, vanno menzionati quantomeno Spirits International e Leyrat, il gruppo Biscaldi e il cognac ABK6, Velier e Léopold Gourmel, Moon Import e il cognac Frapin, la bolognese D&C e il cognac Camus. E proprio dalla D&C arrivano giudizi un po’ più ottimisti per le sorti future del cognac in Italia. “Per quello che noi possiamo riscontrare”, spiega Giorgio Mazziotti, brand manager D&C, “il mercato del cognac è stabile e con qualche segno positivo. Certo, è un mercato piccolo, dove non si fanno grandi numeri e dobbiamo ancora aspettare i dati del 2008, ma possiamo dire che, per quello che ci riguarda, c’è un leggero segno positivo nel canale on trade, del 2% circa, e meglio ancora nell’off trade, +7%. Quindi siamo realisticamente ottimisti, nel senso che il consumo di cognac è ancora materia per gli appassionati e gli intenditori, ma ci sono dei margini sui quali lavorare”. E D&C, ad esempio, ci lavora con passione. Degustazioni guidate, come quella effettuata recentemente proprio in collaborazione con Barbusiness, e una serie di bottiglie dalla linea giovanile e accattivante. “Camus sta tentando di uscire dal vecchio clichè del cognac da bere davanti al caminetto”, prosegue Mazziotti, “perché i cognac più giovani sono ottimi da bere freddi ma non troppo, magari miscelati in long drink piacevoli da consumare anche come aperitivo. Certo, vodka e rum, da questo punto di vista, sono più facili e partono avvantaggiati, ma il cognac è molto più poliedrico di quanto si possa pensare”. Un lavoro non facile e da prevedere presumibilmente su tempi lunghi, ma nello stesso spirito di Cambronne che non si arrese nemmeno di fronte all’evidenza, il cognac ha tutte le armi giuste per tornare a riprendere quello smalto che gli appartiene. Basta magari affilarle e modernizzarle un po’. I vigneti che si trovano al di qua e al di là della Charente, il placido fiume che per secoli ha svolto il compito di primaria via di trasporto per le botti di cognac in partenza soprattutto per la Gran Bretagna, sono tornati a essere in forma smagliante e seguiti con cura maniacale dai produttori che, innanzitutto e non a caso, amano definirsi dei vignaioli. La distillazione in sé, in effetti, la fanno dei terzi e solo dopo il termine di questa il cognac torna nelle sedi preposte per gli assemblaggi e gli invecchiamenti. Un mondo magico, ricco di storia e di suggestioni, perché poi il cognac lo hanno amato un po’ tutti, dallo stesso Napoleone a Winston Churchill che ne colmava addirittura una teiera per averlo sempre a disposizione. Un mondo magico appunto, e come tutti i mondi “magici” anche un po’ intricato. Le decine di dizioni in uso nell’area di produzione certo non aiutano il neofita che si trova a vagare spaesato tra VS, assemblaggio dove la componente più giovane non supera i quattro anni e mezzo di invecchiamento, VSOP, dove la stessa componente varia tra i quattro e mezzo e i sei anni, che però può anche chiamarsi VO o Réserve e infine i vari XO, Vieille Réserve, Grande Réserve, Royal, Vieux e Napoléon, in cui la parte “giovane” supera i sei anni di età. Insomma, una mitragliata di sigle tra le quali non è facile districarsi. Tuttavia, pensiamo noi, se c’è un Paese che è affascinato da microproduzioni, differenze d’origine e di metodologia di produzione, Doc e Igt, Deco e chi più ne ha più ne metta, beh, questo è proprio l’Italia di questi anni. Felici come siamo di trovare una formaggella dei monti Silani in via di estinzione o un salame di Nero dei Nebrodi, suino da proteggere come un panda, possiamo certamente lasciarci agganciare dal mito del cognac, magari dopo averne sfrondato un po’ i rituali più obsoleti. Almeno per non dover correre il rischio, magari tra qualche anno, di doverci a tutti i costi sposare in Cina per poter centellinare un buon bicchiere del distillato che non si arrende mai.
Protagonista d’insoliti abbinamenti
Forse il fascino di tenere in mano con una certa grazia un ampio e panciuto ballon da cognac standosene a gambe accavallate, in poltrona, e davanti a un camino non fa la stessa presa sulle nuove generazioni di quella che, invece, sembrava così “upper class” a tutti coloro che erano tornati a bere il distillato della Charente dopo la seconda guerra mondiale. Corsi e ricorsi storici, ma anche se oggi il cognac si preferisce berlo con meno prosopopea, quindi in calici a tulipano e senza mai riscaldarlo alla fiamma, il popolo dei gourmet italiani ne può riscoprire l’antico e immutato fascino non solo centellinandolo con la dovuta calma, ma anche abbinandolo a due altri piaceri che l’uomo di mondo non dovrebbe trascurare. Ovvero il cioccolato e i sigari. Per il primo si devono ovviamente intendere quei fondenti ad alta percentuale di cacao, con un cognac di pregio e invecchiamento si potrebbe arrivare anche a un 100%, e provenienza geografica certificata; nel secondo caso invece, i fumatori che proprio non riescono a smettere hanno ampia facoltà di scelta tra puros cubani, dominicani o comunque dell’area caraibica.
Un libro per conoscerne i segreti
Sull’argomento cognac nelle librerie italiane non si trova poi molto, il più delle volte il tema è relegato a un capitolo in un più generico volume dedicato ai distillati. Miglior sorte senza dubbio hanno avuto i rum e i whisky e anche questo piccolo elemento potrebbe gettare una luce ulteriore sulla debolezza del cognac nell’immaginario dei consumatori. Comunque, a tutto c’è rimedio, e per chi mastica l’inglese a sufficienza ecco lo splendido “Cognac” di Nicholas Faith corredato dalle foto di Craig Easton. Il libro è un viaggio nella storia, raccontando i successi ma senza nascondere le difficoltà, di questo nobile e celeberrimo distillato: le sue aree di produzione, i vigneti, la tecnica, le diverse maison passate una per una con dei sintetici giudizi su ogni singolo prodotto. Una bella full immersion nel mondo del cognac, utile per riscoprirne il valore e le differenze e, perché no, magari riaccendere il sopito entusiasmo di noi italiani nei confronti del più famoso distillato francese.
di Maurizio Maestrelli
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