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Lo attesta un recente studio condotto da Fipe e presentato all’ultima edizione di Cibus: i consumi alimentari extradomestici sono in crescita. E mentre cambiano le abitudini, che vedono nella cena il pasto principale, per i pubblici esercizi si aprono nuove possibilità di sviluppo
La globalizzazione si fa strada anche a tavola. Anzi, soprattutto a tavola, visto che i consumi alimentari possono essere a buon diritto considerati lo specchio dei cambiamenti sociali. E se è vero che negli ultimi 40 anni hanno visto ridursi di oltre 10 punti la loro quota percentuale sui consumi complessivi delle famiglie, sarebbe un errore fermarsi alle dimensioni quantitative, dietro alle quali si celano, invece, mutamenti ben più significativi sotto il profilo degli stili alimentari e, più in generale, di vita.
Il modello alimentare italiano, per esempio, fondato tradizionalmente su tre occasioni di consumo, con il pranzo a farla da protagonista, negli ultimi tempi ha lasciato via via il passo a un nuovo modello in cui si moltiplicano i fuori pasto, la cena prende il posto del pranzo quale principale appuntamento a tavola, cresce il numero di chi salta la prima colazione e diversi prodotti-simbolo della dieta mediterranea, pasta in primis, perdono parte del loro appeal. Un paio di esempi numerici: nel corso degli ultimi dieci anni la percentuale di chi pranza in casa è diminuita di sette punti, passando dall’82% al 74,8%, così come è sensibilmente calata la quota di italiani per i quali il pranzo è il pasto principale della giornata, dal 74% del 1996 al 70% del 2006. Certo, non è così ovunque. Al Sud, infatti, il modello tradizionale resiste ancora benissimo, mentre sono soprattutto il Nord e il Centro ad assomigliare sempre di più agli altri paesi europei.
È certo, in ogni caso, che i consumi alimentari extradomestici crescono in misura esponenziale. Negli ultimi 26 anni, infatti, la spesa ad essi destinata è cresciuta del 154 per cento: ammontava a poco più di 20 miliardi nel 1970 e si attestava intorno ai 53 miliardi di euro nel 2006. La quota dei consumi alimentari fuori casa è in costante incremento anche sul totale della spesa delle famiglie. Se, infatti, nel 1970 rappresentava solo il 19%, nel 2006 ha raggiunto quota 30,5%. In pratica: oggi si spendono fuori casa 30,5 centesimi di euro ogni cento di consumi alimentari complessivi.
Dunque, è in aumento il numero degli italiani che mangia fuori dalle mura domestiche, ma il mercato è ancora lontano dalla saturazione e il margine di crescita decisamente ampio. A patto, però, che la qualità dell’offerta si mantenga alta, come è emerso anche durante la “Giornata della Ristorazione Fuoricasa” organizzata da Fipe-Confcommercio in apertura di Cibus 2008, la più importante rassegna internazionale dedicata all’eccellenza alimentare nel mondo.
Il pubblico esercizio? È sempre più specializzato
Il costante sviluppo dei consumi alimentari extradomestici nel nostro paese, così come nelle altre nazioni europee, sta facendo assumere alle imprese del pubblico esercizio un ruolo socio-economico nuovo e in continua crescita. Il settore conta già 240 mila aziende, dà lavoro a poco meno di un milione di persone e totalizza 47 miliardi di fatturato.
“Il cambiamento nei consumi fuori casa – afferma Edi Sommariva, direttore generale di Fipe-Confcommercio – è il risultato di una continua evoluzione che incide pesantemente a livello dell’offerta. Per non abbassare la qualità delle proposte dei pubblici esercizi è necessario che il tema della ristorazione rientri a pieno titolo nell’agenda politica del paese e dell’intera filiera agroalimentare”.
A porre ulteriormente sotto i riflettori il settore ci ha pensato, intanto, il convegno organizzato a Cibus, dal titolo “Consumi fuori casa e pubblici esercizi: quale futuro?”, dove, dati alla mano, a descrivere meglio lo scenario ha provveduto la ricerca realizzata dal centro studi di Fipe-Confcommercio sui cambiamenti del settore dal 1996 al 2006 all’interno dei paesi dell’Unione europea e dell’area euro. I principali dati emersi? I consumi alimentari valgono 837 miliardi di euro all’interno dell’Ue, mentre in eurolandia la spesa supera di poco i 600 miliardi.
Nel decennio preso in considerazione è incoraggiante la situazione in Italia, dove a fronte di un progresso della spesa per l’alimentazione domestica, che rimane dominante con un valore assoluto pari a 146 miliardi di euro, si registra una vera e propria impennata dei consumi del fuori casa, il cui tetto tocca i 64 miliardi, con un incremento percentuale di oltre 22 punti nell’ultimo decennio, che colloca il nostro paese nella fascia europea di media evoluzione.
Insomma, nonostante la crisi economica che da anni attanaglia il paese, a consumare qualcosa fuori casa gli italiani non sembrano voler rinunciare. “Tutta la filiera agroalimentare – ha affermato il presidente Fipe, Lino Enrico Stoppani – è consapevole che il futuro del fuori casa può essere una grande opportunità per tutti, produttori, distributori, esercenti e consumatori compresi, se riusciremo a garantire più qualità e più valore al cibo e all’offerta”.
Passando, poi, a considerare, più nello specifico, il comparto beverage, se il 2008 sembra partito un po’ a rilento, “non possiamo che essere d’accordo – nota Giuseppe Cuzziol, presidente di Italgrob, la federazione italiana grossisti e distributori di bevande – circa le straordinarie opportunità che il canale Horeca è ancora in grado di offrire. Inoltre, le nuove tendenze di consumo nel fuori casa sembrano far propendere il pubblico esercizio verso una progressiva specializzazione che sta portando alla scomparsa della fascia intermedia. Da un lato la richiesta di un ampio assortimento di prodotti a un prezzo competitivo, quasi un’offerta scaffale per i bar di fascia più bassa destinati a soddisfare un bisogno immediato. Dall’altro la richiesta, che spesso esula dal tipo di prodotto proposto (comunque di alta gamma), di coloro che cercano nel pubblico esercizio non solo il soddisfacimento di un bisogno immediato ma un luogo, un ambiente dove trascorrere piacevolmente parte del proprio tempo, dove poter assaporare un momento di pausa. Questa specializzazione può essere raggiunta solo attraverso la piena collaborazione tra la categoria degli esercenti e quella dei distributori, chiamati oggi a ricoprire il ruolo di veri e propri consulenti”.
I consumi alimentari extradomestici in Europa: l’indagine Fipe in sintesi
Ha preso in esame i principali Paesi dell’Unione Europea l’indagine condotta dal Centro Studi Fipe sui consumi extradomestici, analizzando un arco temporale di dieci anni, dal 1996 al 2006. Ecco, in sintesi, i risultati più significativi.
• Nell’Ue i consumi alimentari fuori casa valgono 483 miliardi di euro (su 837 miliardi complessivi di consumi alimentari).
• In appena quattro paesi (Germania, Francia, Italia e Spagna) i consumi extradomestici valgono 257 miliardi di euro, il 77% del valore complessivo dei 13 paesi dell’unione monetaria e il 54% del valore complessivo riferito ai 27 paesi dell’Ue.
• In quanto alle differenze riguardo la spesa per consumi alimentari fuori casa, le differenze tra i diversi paesi vanno dal minimo della Slovenia e dell’Olanda (800 euro) al massimo della Spagna (2.300 euro annui).
• I consumi alimentari extra-domestici pesano per il 7% dei consumi complessivi delle famiglie europee e il 37% del totale dei consumi alimentari.
• In Irlanda e Spagna i consumi alimentari fuori casa ricoprono la quota maggioritaria dei consumi alimentari complessivi: rispettivamente del 70,8% e del 53,7 per cento. L’Italia, con una quota del 32,9%, si colloca in una posizione mediana che ne conferma le forti potenzialità di sviluppo.
• I consumi alimentari fuori casa in Europa sono passati dai 234 miliardi di euro del 1996 ai 282 miliardi di euro del 2006, segnando quindi una crescita del 22,2%, a un tasso annuo del 2 per cento. In Italia abbiamo superato quota 53 miliardi di euro: una cifra che colloca il paese, insieme a Spagna e Germania, ai primi posti in Europa.
• La ristorazione è un settore labour intensive in ogni paese. In Ue occupa 6,5 milioni di lavoratori e conta 1,4 milioni di imprese. Il tessuto imprenditoriale è ampio e articolato in Spagna e in Italia, con rispettivamente 262 mila e 224 mila imprese (384 imprese per 100 mila abitanti. |
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