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BAR BUSINESS - 01.04.2007

L'Italia del vino: i territori, gli uomini e il mercato

L’Italia del vino: i territori, gli uomini e il mercato

Marco Pozzali e Monica Nastrucci

 

Ci sono molti modi per raccontare un settore importante come quello vitivinicolo; ciò che a noi piace e che sentiamo più vero e spontaneo è lasciare parlare chi lavora con dedizione e passione, con le mani tra la terra e i grappoli d’uva

 

Affrontare in maniera esaustiva e chiara un tema così ampio come quello del vino in tutti i suoi aspetti fondanti non è certo semplice. Ciò è dovuto a una lunga serie di motivazioni.  Pensate all’ampia diversità del nostro paese, al numero sterminato di climi e microclimi che si contrappongono dalla Valle d’Aosta fino a Pantelleria.

In questo fotogramma territoriale, il vino accompagna quotidianamente le nostre vite, come uno o mille saggi consiglieri ci esprime sensazioni, ricordi ed emozioni, tipiche di tutte le culture che si sono fuse nell’Italia moderna.

Inevitabile questa premessa, dunque, per comprendere l’approccio che vogliamo dare al nostro approfondimento: per spiegare come situazioni climatiche o territoriali possano incidere così tanto sulla produzione di questo meraviglioso liquido profumato. Terroir è una parola di origine francese, indispensabile riferimento della viticoltura europea e gettone d’oro da giocare nella partita-mercato con i produttori di nuove aree viticole mondiali, che hanno potuto investire inizialmente solo sul vitigno e oggi anche sul marchio aziendale.

Terroir esprime la pura, non riproducibile sinergia creata dal terreno, intesa come chimica composizione e morfologia: esposizione rispetto alla radiazione solare, clima di una zona o, più nello specifico, microclima di un particolare sito. Viene spesso dimenticato però, sempre nella sua accezione globale, il contributo offerto dai vitigni di antica coltivazione, impropriamente chiamati autoctoni (perché lì non sono nati ma trasportati da antiche popolazioni) e soprattutto dalla loro adattabilità, dalla capacità della vite e dalla naturale selezione che ha portato le piante più consone al terroir appunto ad adattarsi a queste condizioni.

Un esempio evidente è rappresentato dal Piemonte: a Cuneo impera il Nebbiolo, mentre a pochi chilometri di distanza, nella provincia di Asti, le più belle espressioni arrivano dall’uva Barbera. Ecco perché ci spiace veder stravolgere il panorama italiano ogni dieci anni, sradicando vigneti e radici in favore di vitigni monopolizzanti che si alternano a seconda delle mode e del giudizio di alcune guide che svolgono il ruolo di timonieri del mercato, forse non consci degli aspetti della reale richiesta del consumatore. Descrivere aziende e vini, storie e racconti più o meno tecnici ci appassiona e appaga; ciò in cui non crediamo è il giudizio numerico espresso per un vino, che proprio non gli appartiene ma solamente ne sminuisce e ne cela l’aspetto culturale, umano più vero. In questo quadro che ci proponiamo di presentarvi, riveste un ruolo fondamentale anche il clima, e un’attenta osservazione dell’andamento delle condizioni atmosferiche durante l’anno ci offre molte informazioni sulle differenze dei vini che verranno prodotti. Vendemmie così diverse come il 2000, il 2001, il 2002, il 2003, che rispecchiano l’andamento del tempo durante l’anno e soprattutto nei mesi precedenti la vendemmia, ci insegnano quanto poco possiamo fare per controllare la natura in questo senso e allo stesso modo consentono di aumentare l’offerta produttiva che nella differenziazione dell’annata trova ulteriori stratificazioni.

Oggi gli studi di marketing consigliano alle aziende di mantenere uno standard qualitativo il più costante possibile nell’offerta che quindi tenta di eliminare o affievolire queste differenze. Entra in gioco l’utilizzo di concentratori per osmosi inversa, che riescono a garantire vini più ricchi in zuccheri ed estratti, semplicemente per eliminazione dell’acqua dal mosto. Sorridiamo pensando ai produttori che in riferimento all’annata 2002, piovosa come poche altre, ci hanno inviato una lettera garantendo l’elevata qualità del millesimo nonostante una perdita di circa il 50% della capacità produttiva. Noi preferiamo vivere queste differenze nella loro diversità, apprezzando la leggerezza di un millesimo come il 2002, o esaltando la forza dell’annata 2000, l’acidità e quindi il supporto alla longevità del vino nel 1996, per esempio, in Piemonte. è certo che queste informazioni tendono a complicare il panorama che stiamo analizzando ma forniscono, allo stesso tempo, un mezzo per la loro interpretazione e comprensione. Il 1999 è stato un anno molto lungo dal punto di vista fisiologico della vite, fatto che ha conferito equilibrio e complessità ai vini.

Ne è esempio il Brunello di Montalcino, indipendentemente dal produttore, che ha mostrato un’eleganza sorprendente per una tipologia solitamente così austera. Sempre rimanendo in tema, consideriamo gli aspetti di affinamento e filtrazione, elementi comuni nella produzione dei vini che possono standardizzare il prodotto con un elevato livello qualitativo, ma che tendono però a massificare il prodotto e renderne indistinguibile la provenienza. Le filtrazioni e microfiltrazioni svestono il vino delle materie più vulnerabili, ma simultaneamente, impoveriscono di sostanze aromatiche ed estratti, il tutto per poter presentare un prodotto brillante e senza sedimenti. La barrique ha monopolizzato il gusto nel suo uso improprio, dominando nell’olfatto i vini che non sopportano questo elemento. Fortunatamente oggi assistiamo a un ritorno al cemento come materiale utilizzato nei contenitori per le maturazioni dei vini, che mantengono l’integrità dello stesso senza stravolgerne le caratteristiche aromatiche.

Torniamo ai territori, alle composizioni del terreno, elementi che oggi non riusciamo a interpretare dal punto di vista scientifico nella loro completezza e complessità, ma che invece rendono unico un vigneto rispetto a un altro distante solo poche decine di metri. Un aspetto da considerare al di là delle annate è il tempo di adattamento della vite nel medio e lungo termine. Abbiamo impiegato secoli a cercare di capire e scoprire le zone più vocate per i vitigni, le uve e i vini italiani.

Oggi si ha la tendenza a dimenticare tutto questo, così facendo si negano sensibilità e intelligenza di chi ci ha preceduto. Le zone di Soave e dei Castelli di Jesi, oggi dimenticate e rinnegate dalla viticoltura moderna, sono un esempio coerente di ciò che stiamo affermando. Se vi capita, (cercate di farlo capitare...) assaggiate vini bianchi con 15 o 20 anni di invecchiamento, ne vale davvero la pena. Purtroppo in Italia non abbiamo l’abitudine e la cultura di invecchiare i vini bianchi, ma i potenziali, credeteci, ci sono tutti. Non vanifichiamo ciò che la saggezza del tempo riesce a donarci. Ci sono molte zone classiche e vitigni fuori moda che meritano maggiore considerazione.

Pensate al vino di Gavi e all’uva Cortese, al Dolcetto di Ovada, alle sottozone dimenticate dei Nebbioli di paesi freddi, alla Valtellina, ai rossi del Trentino, ai Colli Euganei, all’Isonzo, ai vitigni Schioppettino e Pignolo, al Carso, alle Cinque Terre, ai Sangiovese di collina Tosco-Romagnola, al Vino Nobile di Montepulciano (se lo hanno definito Nobile ci sarà un perché), al Conero e ai Castelli di Jesi, all’Abruzzo più interno e tortuoso, all’Umbria e al Lazio dei laghi vulcanici, alla Campania del Falerno del Massico, al Nerello Mascalese dall’Etna a Messina, al Vermentino e alla Sardegna più interna e più vera e a mille altri ancora. Ne abbiamo ricordati solo alcuni, con la speranza che la vostra come la nostra curiosità ci conduca a riscoprirne altri nel gusto e nelle loro peculiarità.

 

L’Italia del vino:

i territori, i produttori

In questo articolo certo non ci è possibile presentarvi dettagliatamente tutti gli uomini, le produzioni vitivinicole del nostro paese.

Ci proponiamo quindi di raccontarvi alcune storie particolarmente significative; esempi di valorizzazione (nel senso più vero) del territorio, nel solco delle tradizioni, della cultura, dell’attenzione e del rispetto. L’Italia del vino più vera, dunque, quella da riscoprire e su cui puntare per un autentico rilancio del comparto e per contrastare la concorrenza di paesi altri, che certo non possono contare su questi valori. 

Pensate all’Australia, alla California, al Sud Africa: a distese sconfinate di vigneti uguali, su suoli uguali completamente meccanizzabili. Due ettari di viti percorrono forse un unico filare. E poi pensate alla Val d’Aosta, alle Cinque Terre, dove la coltivazione è così estrema e difficile, dove l’inclinazione dell’uomo fa la differenza in tutto e per tutto. Questa è la nostra ricchezza, questa è la nostra forza.

 

Il Friuli nei vini e nelle parole di Josko Gravner

Josko Gravner, qual è il legame con la sua terra, Oslavia, con l’uva e con i valori del lavoro che si tramandano, di generazione in generazione?

Non riesco a spiegarle a parole quale è il legale fra me e la mia Terra, è un qualcosa che si ha dentro. Io amo questi luoghi, non ne potrei fare a meno, ma non c’è un perché, è così e basta; è un fatto che si sente e che con le parole non può essere spiegato, né raccontato.

La sua lunga ricerca alle radici più vere del vino è giunta a un risultato definitivo con le vinificazioni in anfora o sente di poter dubitare ancora?

Se si vuole l’acqua pulita bisogna andare alla sorgente, io ho fatto così! Non mi bastavano i soldi e la fama che il mio vino mi dava. Desideravo fortemente, volevo qualcosa di più.

In molti mi chiedono se cambierò di nuovo in futuro, ma mi spiace deluderli; io mi fermo qua! Il lavoro che mi aspetta sarà tanto e credo molto duro, ma non mi spaventa, io ci sono abituato.

Qual è per lei il significato del vino?

L’uva è un prodotto della natura, l’uomo accompagna questo processo a diventare vino. Questo legame se portato avanti solo in un certo modo, con dei valori dentro, può diventare davvero magico.

Di cosa non può fare a meno, Josko?

Io credo di non poter fare a meno degli insegnamenti che mi hanno trasmesso la mia famiglia e mio zio Franc in particolare.

La notorietà degli ultimi anni, il rumore attorno a lei dopo anni di silenzio non la fa sorridere un poco? Oppure è un fastidio?

Per arrivare fino a qui avevo bisogno di gente che apprezzasse il mio lavoro e i miei vini; grazie a Dio ci sono state persone che mi hanno permesso tutto questo. Il fastidio che la notorietà può dare è il pegno che bisogna pagare per i risultati ottenuti.

Quali vini ama bere, quali la emozionano e quali trova totalmente inutili?

Bevo quasi esclusivamente i miei vini. Ogni tanto, assaggiandoli, mi emozionano e quando questo succede mi fanno dimenticare completamente le delusioni che ho dovuto affrontare per arrivare fino a qui. Mi capita raramente di bere altri vini perché cerco di bere con moderazione, ma ho ricordi bellissimi di alcuni Barolo di oltre 50 anni portati nel corpo con grande disinvoltura. Questa è la magia della Terra... vini inutili, comunque, non ne bevo!

Tutti oggi, noi compresi, parlano di mercato, di strategie di marketing, di vendite, fatturati. Stiamo perdendo qualcosa di importante e inseguendo qualcosa che è vuoto, oppure è una necessità dei nostri tempi?

Non si può fermare il progresso, ma si può scegliere cosa fare; io ho sempre amato lavorare la terra e fare il vino, questo faccio... di tutto il resto non ne voglio sapere. Forse per questo motivo mi sento fortunato, perché ho persone brave che mi consentono di stare così, di sentirmi bene con me stesso, in primis mia moglie.

Ci sono in Italia e all’estero vini che ultimamente ha bevuto e che l’hanno colpita in positivo?

Ho pochissimi amici produttori, a volte mi capita di assaggiare i loro vini e nei vini riconosco le loro facce.

Per concludere, quale è il momento in cui Josko Gravner è sereno e in armonia con se stesso?

Prima di arrivare a questo modo di fare vino ero spesso insoddisfatto con me stesso, negli ultimi anni questo non succede più. Credo di avere ancora tanto lavoro davanti, credo di dover migliorare ancora tanto; però questo è per me uno stimolo in più...

 

Il Trentino di Fiorentino Sandri

Fiorentino come giudichi il mercato del vino oggi e come si è arrivati a questa situazione?

Questa euforia, questo vero e proprio boom e poi questa contrazione, a mio modo di vedere, è un trend molto pericoloso. In altri momenti ci sono state queste oscillazioni.

Mi spaventa in particolare l’aumento esponenziale e ingiustificato dei prezzi. Alcuni vini che fino a due, tre anni fa costavano 10 euro sono proposti oggi anche a tre, quattro volte tanto.

Credo che il movimento dovrà, per forza di cose, ridimensionarsi.

La tua azienda, Pojer e Sandri come si colloca sul mercato?

Da più di trent’anni produciamo vini di alta qualità, che esprimono in tutto e per tutto il nostro territorio. Il prezzo continua a mantenersi stabile. I nostri clienti sono consapevoli di questo. Per me un vino non può costare più di 20, 25 euro. Questa non è solo un’opinione ma è anche la filosofia della nostra azienda.

Ritieni che i consumatori comprendano le scelte di indirizzo delle cantine o seguano prodotti alla moda?

Molti consumatori probabilmente sì, guardano le mode. Badano ai nomi. Con la crisi che è in atto, l’attenzione ai prodotti di qualità ma anche convenienti, risulterà essere determinante. Ritengo, pagherà la scelta di quei produttori che parlino con i loro vini di territorio. I vitigni internazionali hanno standardizzato le produzioni. Così si perdono le nostre radici. Noi continueremo così come abbiamo sempre fatto.

La connotazione del trentino nei miei vini è imprescindibile. Müller Thurgau, Nosiola, Pinot Bianco, riflettono ciò che la nostra terra è, e ciò che sa dare.

Cosa significa, Sandri, bere bene oggi?

Significa sapere scegliere, sapere cercare e, perché no, sapere spendere.

 

Il Barolo di Luciano Sandrone

Sarebbero necessarie diverse pagine per descrivere uomo, azienda e vini. Tante sono le cose da dire che non sappiamo decidere da dove iniziare. Eccole! Le mani.

Le mani di Luciano mostrano che in questa meravigliosa terra di Piemonte vi sono ancora uomini e vignaioli che producono vino, e non aziende con ingenti investimenti di marketing e che con una manodopera improvvisata si distinguono come le più blasonate del paese.

C’è chi crede ancora che una potatura sia importante quanto la parte enologica e che il capire la pianta porta a produrre uva sana e gratificante nella sua evoluzione in vino. Questa sensibilità così difficile da insegnare e imparare si trasmette nei vini, e da lì agli appassionati di tutto il mondo.

I suoi Barolo sono come un mosaico, ove ogni carattere è parte di una complessità maggiore e questo avviene senza risultare sfacciatamente ruffiano,  mai banale. La tecnologia è di aiuto, se non diventiamo schiavi di essa, e Sandrone sembra interpretare questo pensiero al meglio.

Qual è il principale aspetto della coltivazione dell'uva in una terra ricca di storia e tradizioni come il Piemonte?

La nostra terra è un luogo di tradizioni. Io penso che sia importante lavorare utilizzando tutto quello che la scienza e la tecnica ci mettono a disposizione per la coltivazione della vite e la lavorazione del vino ma senza dimenticare le nostre origini e le nostre tradizioni e tenendo anche presente che sovente la tradizione arriva da un’innovazione ben riuscita.

Quali sono le caratteristiche che meglio rappresentano il suo legame con questa terra?

Sono nato in questa zona e fin da ragazzino ho lavorato l’uva delle nostre vocate colline. Sono sempre stato affascinato dal potenziale del binomio zona-vitigni e il mio punto di riferimento è cercare di ottenere il massimo dai nostri vitigni messi nelle loro condizioni ottimali.

Quali gli aspetti del suo modo di pensare e di realizzare il vino?

Il vino deve essere espressione di un territorio e del vitigno. L’obiettivo qualità deve tenere conto di questo, le pratiche in vigneto prima e in cantina poi devono puntare alla caratterizzazione, alla riconoscibilità. Solo così si può creare un legame saldo e duraturo tra zona e vitigno, e tra produttore e consumatore.

Come è possibile comunicare oggi aspetti della vostra area di produzione e della vostra cantina?

Non è per nulla semplice. Se il consumatore ci viene a trovare in cantina è possibile mostrare e spiegare le differenze che caratterizzano i nostri vini e le loro diversità. Se questo non succede, il nostro comunicatore rimane il vino.

Quali sono le cose che il consumatore non sa e dovrebbe sapere prima di acquistare e bere una bottiglia di vino?

Non so cosa il consumatore non sa, ma so che dovrebbe almeno avere qualche conoscenza della nostra realtà, chi siamo e dove operiamo.

 

Salvo Foti, la forza dell’Etna

Salvo, quale legame hai con il Vulcano, con la lava e con le terre che la lava copre?

L’Etna, per noi etnei, è un sicuro riferimento. Non potrebbe essere altrimenti.

Una presenza maestosa, non solo geografica ma anche psicologica, e da cui gli anziani agricoltori, osservandolo, hanno assunto premonizioni, auspici, previsioni climatiche. Sono stati loro che mi hanno trasmesso il fascino del vulcano Etna. Da piccolo non riuscivo a immaginare la mia terra senza la Montagna e ingenuamente chiedevo, con ovvia ilarità di chi mi ascoltava, ma come fanno gli altri senza “a Muntagna”?

Cosa significa lavorare in un’area con tante peculiarità estreme dal punto di vista morfologico e climatico?

L’Etna ha, a seconda dei suoi versanti e dell’altitudine, differenze notevoli, sia climatiche che podologiche.

In alcune zone del vulcano è vero che vi è difficoltà ad avere delle uve mature tutti gli anni. Ma questo, secondo me, non è un problema. Bisogna solo avere l’intelligenza di farlo diventare un’opportunità… vedi il Pietramarina dell’azienda Benanti.

Quali uve in particolare offrono i migliori risultati dal punto di vista qualitativo?

Più che di uve, io parlerei di vigne. Sono quelle più vecchie, spesso franche di piede, a volte in situazioni pedoclimatiche più difficili e il più delle volte composte da vitigni autoctoni etnei. Uno dei grandi pregi dell’Etna è proprio la presenza di queste vecchie vigne.

I consumatori comprendono questi prodotti così diversi dal percepito comune che la Sicilia porta con sé?

Ogni vino è un libro che va letto con attenzione, di cui dobbiamo conoscere l’autore, l’ambientazione e quando è stato scritto. Da esso apprenderemo una storia ogni volta diversa e sempre riconducibile a un territorio, a dei vitigni e alla cultura degli uomini che lo hanno prodotto. Prima di valutare o definire un vino, d’altronde come dovrebbe farsi per le persone, è necessario documentarsi, dobbiamo far precedere la conoscenza al giudizio. La conoscenza aiuta a capire e a ben giudicare. Se il consumatore parte da questi presupposti capirà facilmente che poco vi è di simile tra i vini etnei e il resto dei vini siciliani, indipendentemente dalla loro qualità. E quindi se beve un vino etneo che sembra un vino siciliano dovrebbe preoccuparsene. Il vino etneo ha un suo stile: può piacere come non può piacere, l’importante è che esso rimanga sempre se stesso.

Quali gratificazioni raccogli da un lavoro così estremo, in condizioni dove la meccanizzazione e l'industria è quasi del tutto assente?

L’uomo tecnologico, l'interesse economico a tutti i costi, hanno trovato di poco interesse la vitivinicoltura etnea, proprio per questa sua scarsa possibilità di essere meccanizzata. Questo ha significato, sino a pochi anni fa, una scarsa considerazione per i vini etnei.

Io e altri abbiamo continuato il nostro lavoro anche senza gratificazioni da parte dei vari guru e opinion leader del settore e siamo andati avanti su questa strada, senza seguire le mode. Ovviamente siamo contenti dei risultati e delle attenzioni che oggi i promotori del settore enologico ci riservano. Ma noi da sempre abbiamo creduto all’Etna, alle sue vigne, ai suoi vitigni e all’eleganza dei suoi vini. Se questa notorietà odierna è il prodotto di un cambiamento, sicuramente non siamo noi etnei che siamo cambiati. Noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, dei vini etnei.

 

Mick Hucknall, dalla musica al vino

Mick Hucknall, come mai ha deciso di investire in una terra “difficile” come l’Etna?

Il Vulcano Etna e il suo territorio, carico di storia e bellezza, meritano un coinvolgimento particolare. Sono affascinato e incuriosito dai vitigni autoctoni etnei; uve quasi sconosciute dal grandissimo potenziale: questo è per me davvero eccitante.

Come nasce il suo vino? Come lavorate la terra e come vinificate le uve?

Nel modo più naturale e tradizionale possibile. Quello che vogliamo fare è un vino etneo, espressione del territorio, quindi la cosa più logica era avere delle vecchie vigne etnee, vinificare in modo tradizionale con la giusta tecnologia e soprattutto con uomini etnei, ed è quello che esattamente abbiamo fatto.

Quanto vino produce la sua azienda?

Attualmente la mia piccola realtà produce circa 10.000 bottiglie.

Quali sono i vini che le piacciono, quali la emozionano?

È da oltre 10 anni che sono un estimatore dei vini francesi.

In particolare di certi vini del Pomerol (Mick è “Grand Ambassadeur des Vins de Bordeaux” ndr). Amo anche i bianchi di Borgogna e la complessità dei Pinot Noir.

Ma fu un vino italiano il primo a darmi una profonda emozione: nel 1990 degustai La Luna 1988 di Voerzio, un’esperienza che tuttora ricordo con grande piacere. Amo degustare i grandi Barolo e i Barbera d’Alba.

Il futuro per il vino. Cosa succederà, sta davvero cambiando il senso delle cose, stiamo tornando a un nuovo e più sentito legame con la terra, con le nostre origini?

Stiamo riscoprendo una nuova artigianalità con un approccio assolutamente meno industriale e commerciale. La nostra ambizione principale è quella di poter esprimere il massimo con i vitigni autoctoni etnei, con le vecchie vigne dell’Etna.

Usiamo metodi tradizionali ma anche le tecniche moderne per poter estrarre il meglio del loro potenziale enologico e della loro eleganza.

Ci stiamo interessando anche ad altri vitigni che possono esprimere tanto in questo fenomenale territorio e nei prossimi anni lavoreremo in questa direzione.

Io credo che il rispetto delle tradizioni non deve impedire un giusto spirito d'innovazione e sperimentazione. Ciò che riusciremo a fare, poi, sarà giudicato dai consumatori. Mi auguro, per ora, che il mio vino piaccia e regali emozioni a chi lo beve.

Il vino più buono del mondo? Un Brunello

Dopo 4 anni (correva l’anno 2001 quando l’Ornellaia 1998 di Ludovico Antinori si è aggiudicata il posto più prestigioso nell’olimpo del vino) la palma d’oro assegnata dalla prestigiosa rivista americana Wine Spectator al miglior vino al mondo torna nelle mani di un italiano. È Giacomo Neri, titolare dell’azienda di Montalcino Casanova di Neri, che con il suo Brunello 2001 è riuscito a imporsi all’attenzione mondiale. Una giovane firma (ha poco più di 40 anni) corteggiata dalla stampa internazionale, ma che ha saputo mantenere una grande disponibilità (non è da tutti) e un’autentica umiltà, come traspare dall’intervista che ci ha rilasciato.

Neri quali conseguenze ha avuto il suo lavoro dopo un premio tanto prestigioso?

È stata una vittoria di squadra e il riconoscimento alla grandezza enologica di Montalcino.

Mi ha dato una grande soddisfazione come produttore, un lavoro che ho scelto di fare da sempre, una scelta di vita segnata fin dagli studi intrapresi di perito agrario. E naturalmente una maggiore attenzione anche da parte del mercato. Ma rimaniamo umili e semplici e lavoreremo con lo stesso impegno e serietà di un tempo.

Tra i 250 produttori di Brunello quali hanno rappresentato per lei un modello di riferimento, se c’è stato un modello?

La nostra è una grande zona viticola e da tutti quanti, piccoli o grandi, c’è sempre da imparare qualcosa e ciascuno di noi cerca sempre di fare il meglio. La qualità del vino prodotto a Montalcino penso che sia molto alta. E buona in tutta la regione. è una realtà che negli ultimi 10-15 anni ha fatto dei passi da gigante grazie al territorio che si ha alle spalle e all’impegno di ciascun produttore per migliorare la qualità. Ma c’è ancora tanto da fare. Personalmente ritengo di avere ancora tanto da fare e da imparare. E ogni anno si ripropone la sfida di fare un vino nuovo, perché ogni anno la vendemmia cambia.

Che cosa rende grande un vino?

Per fare un grande vino, un vino unico (che poi può piacere o meno) ci vuole una grande uva, una corretta conduzione del vigneto e delle tecniche in cantina.

Quali anni hanno fatto grande il Brunello e quali lo faranno?

Un’annata non cattiva ma piccola è stata la 2002; poi dal 2003 in poi sono tutte buone o molto buone. Eccezionale quella del 2006, grazie a un andamento stagionale perfetto per la vegetazione, lo sviluppo delle piante e la maturazione delle uve (ndr fatene tesoro).

Tra i tanti quale è il vino che più la emozionata?

Mi piace assaggiare vini, italiani e dal mondo, ed è difficile dire che cosa mi ha emozionato perché ce ne sono stati tanti. Quando lo trovo adoro un grande Pinot Nero di Borgogna, ma anche un grande Barolo. Ciascun vino ha la sua dignità di esistere se ben fatto. Ci può essere anche un buon vino a 2 euro, naturalmente considerando il rapporto qualità prezzo.

Progetti per la sua azienda? Per esempio approdare in altre regioni?

Continuare a lavorare bene e a fare sempre meglio. Sono molto legato alla mia regione è un territorio bellissimo e per ora non ho intenzione di toccare altre regioni… Ma mai dire mai nella vita, a oggi comunque la risposta è no.

 

Antonio Moretti racconta con i suoi vini la Toscana e la Sicilia

Quale ritiene sia l’essenza della Toscana che racconta con i vini della sua tenuta Sette Ponti?

La Toscana è presente nei nostri vini con la tradizione e il territorio. I nostri vini raccontano l'evoluzione legata alla tradizione: il legame tra l'innovazione della cantina e la tradizione territoriale ed enogastronomica che ben conosciamo e che cerchiamo sempre di trasmettere e proseguire nel migliore dei modi. Non a caso abbiamo una riserva di caccia interna alla tenuta, allevamenti di Chianina e di maiali di cinta senese. È un territorio ricco di cultura e di arte (siamo vicinissimi al Ponte Buriano, rappresentato nello sfondo della Gioconda di Leonardo), e cerchiamo con i nostri vini di portare fuori dai nostri confini questa ricchezza. Gli stessi principi li proponiamo anche nella tenuta in Maremma "Poggio al Lupo" e in quella di Bolgheri, che presto darà la luce a nuove eccellenze.

Qual è l’obiettivo che intende perseguire con la tenuta Sette Ponti?

Produrre in minor quantità a vantaggio della qualità: ogni anno riduciamo gli ettari coltivati per mantenere in vita solo i migliori vigneti, ed è questo che ci permette di produrre vini riconducibili al territorio e al vitigno, ma con un'eleganza non comune alla produzione toscana. Vini eleganti, di facile beva, e comunque accessibili a chi voglia ritrovare queste particolari caratteristiche in un vino dal prezzo contenuto. Ciò non toglie che produciamo anche vini riservati a una più ristretta nicchia di intenditori, con i quali siamo riusciti a farci apprezzare più volte a livello mondiale.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta, invece, a investire in Sicilia? 

La Sicilia è stato un amore profondo e immediato: Noto, capitale del Barocco e patrimonio dell’Unesco, con la sua arte e architettura non poteva che farmi innamorare. Sono un appassionato di arte e lì, nella massima espressione del Barocco, ho trovato l’ambiente ideale. Così ho deciso di investire in quella terra e pian piano sono riuscito a mettere insieme i terreni di più di 50 proprietari e ho creato Feudo Maccari. La Sicilia è una terra dalle potenzialità infinite e dalle grandi tradizioni legate alla terra, che abbiamo voluto mantenere intatte. I nostri vitigni, infatti, per la maggior parte a Nero d’Avola, sono tutti allevati ad alberello. Questa forma di coltivazione è stata importata dai Greci e ancora adesso, malgrado gli alti costi di gestione, abbiamo voluto mantenerla per continuare la tradizione.

Che cosa ha rappresentato fino ad ora scoprire questo territorio? E quali soddisfazioni  le ha dato?  

Le dico solo che ogni volta che posso e ho un po’ di tempo scappo in Sicilia a Feudo Maccari: è un luogo magico, vicino al mare. Mi piace fare passeggiate tra le vigne e vedere il mare all’orizzonte, e cucinare gli ottimi prodotti che quella terra offre: scelgo personalmente il pesce, le spezie, le verdure, ogni singolo prodotto. Cucinare è un’altra mia passione e mi piace pranzare insieme ai miei collaboratori e agli amici. Ci stiamo attrezzando per essere presto in grado di accogliere anche ospiti che vogliano godere delle bellezze del territorio, sia enogastronomiche che turistiche.

Ci fermiamo alla Sicilia o andiamo oltre? 

Ne riparliamo dopo il Vinitaly...

Due anime così importanti del vino (Toscana e Sicilia) continueranno a fare il mercato in Italia? 

Sicuramente! Nonostante ci sia ancora una regionalizzazione dei consumi, le aziende come le nostre, per i motivi che le ho già elencato, puntano su target differenti: quello che apprezza e consuma i vini regionali, cui siamo in grado di offrire delle proposte di vera alta qualità a un prezzo contenuto (come i nostri vini ReNoto in Sicilia e Vigna di Pallino in Toscana); ma ci rivolgiamo anche a un target che va oltre la regionalizzazione e ricerca l'eccellenza del vino. A costoro offriamo vini come Crognolo, Oreno, (i toscani), e tra i siciliani Saia e Maharis, l’ultimo nato, che presenteremo a Vinitaly. È la nostra nuova eccellenza siciliana, un blend di Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon e Syrah.

Moda e vino, due mondi che si attraggono (non è il solo che dal mondo della moda è passato a investire anche sul vino) e che forse si assomigliano… Che cosa li unisce?

La moda è stata un business che pian piano è cresciuto e si è concretizzato in varie aziende nelle quali adesso mi affiancano i miei figli che amano occuparsi di questo settore: questo per me ha significato anche potermi dedicare con più tempo alla passione del vino, una passione che c'è sempre stata, ma che in maniera così forte è nata da pochi anni.

Abbiamo avuto le vigne ad Arezzo da quando mio padre le ha acquistate negli anni ‘50, ma allora la produzione veniva rivenduta ad altre cantine toscane per una produzione di alta qualità, oltre che per il consumo familiare, per noi e per gli amici. Il vino è sempre stato un grande piacere per me, uno di quei piaceri della vita insieme alla cucina e alle belle cose (l’arte, l’abbigliamento...), e quando ho deciso di farlo diventare qualcosa di più, mi sono informato, ho studiato, mi sono circondato delle persone che ritenevo le più valide e ho voluto creare la massima qualità dalla tradizione. Così come è nella moda. Il vino, come la moda, dà il piacere e la bellezza.

 

Vinzia Di Gaetano con il marito Salvatore guida l’azienda Firriato

Vinzia, cosa rende così ambita la terra di Sicilia? Quali sono gli elementi che la connotano?

La Sicilia è una terra naturalmente vocata alla coltura della vite; la provincia di Trapani è la più vitata d’Europa. Sicuramente ha un clima e un microclima che le consentono un forza di tutela e protezione. Il vento e il sole sono elementi della natura che noi temiamo ma che, tutto sommato, ci tutelano: il vento ci protegge dall’attacco dei parassiti e dalle forme invasive che distruggono la vite, il sole porta a maturazione l’uva gradatamente perché quel clima mediterraneo che ancora noi conserviamo, a dispetto della devastazione cui sta andando incontro la nostra terra, ci garantisce vendemmie serene. E poi c’è l’acqua: non è vero che la Sicilia è siccitosa perché le profondità della terra sono ricche di acqua. Inoltre i nostri vitigni autoctoni hanno una grande caratteristica: reggere le intemperie e le bizzarrie della natura stessa, per cui si sono protette a loro volta. Per esempio il Nero d’Avola e il Perricone hanno delle propaggini molto lunghe per cui quando hanno bisogno di acqua attingono direttamente in profondità. Insomma la natura stessa se impariamo a osservarla e rispettarla, se da un lato ci nega alcune cose, dall’altro ce le regala. C’è la legge del compenso e dell’equilibrio e questo grande equilibrio, che non tutti vedono, è ciò che rende grande questa terra.

Quale parte è riservata al lavoro dell’uomo?

Di intervento. Noi gli interventi li facciamo direttamente in vigna: concimazione naturale, potatura a tempo debito; sono interventi naturali.

Che peso ha il vostro enologo, Giuseppe Pellegrino, nelle scelte aziendali?

Io credo che ci siano dei ruoli che ognuno ha e rispetta. Questo non vuol dire non essere complementari all’interno di un’azienda. Lui fa i tagli, ma poi ci sono diversi palati che li provano. È una persona di grande professionalità che va ascoltata. Noi abbiamo sempre avuto il nostro enologo aziendale, non ci siamo mai avvalsi di consulenze esterne, perché come conosce lui il territorio un esterno non lo può conoscere.

La commissione degli esperti Grand Prix 2007 del vino italiano vi ha riconosciuto il massimo alloro perché i vostri vini esaltano la specificità e la vocazione del terroir. La vostra filosofia produttiva è stata premiata.

Sì e proprio al Vinitaly presenteremo due novità che rappresentano la sintesi del percorso evolutivo della nostra azienda. Il prodotto si chiama Quater, dal latino quattro, ed è il risultato dell’assemblaggio di quattro gemme enologiche autoctone, rosse (Nero d’Avola, Perricone, Nerello Cappuccio e Frappato) e  bianche (Grillo, Catarratto, Zibibbo e Carricante) che rappresentano l’essenza della Sicilia concentrata in un solo vino.

In un mercato così appiattito, così stanco e omologato il consumatore ha bisogno di bere certezze, non viene in Sicilia per bere vini da vitigni internazionali. Li alleviamo anche noi, certo, ma dobbiamo valorizzare il territorio nel rispetto della terra. Se abbiamo frutti meravigliosi, perché non fare ricerca e sperimentazione sui nostri vitigni? Con le moderne tecniche di vinificazione poi si possono esaltare ancora di più.

Tanti sono i produttori del Nord che acquistano in Sicilia. Che cosa ne pensa? Una moda o un’ulteriore possibilità di dare maggiore visibilità alla produzione enologica siciliana?

Sono scelte personali che un imprenditore fa. La nostra terra non la considererei una regione quanto il continente Sicilia. Territori vastissimi e veramente vocati alla coltura della vite. Potrei farle una battuta: “da noi sono venuti tutti”, la Sicilia è crocevia di culture e ognuno è il benvenuto.

È nei vostri progetti quello di espandervi in altre regioni?

Non ci abbiamo mai pensato.

L’azienda Firriato è molto legata alla sua immagine di donna.

L’azienda aveva bisogno di comunicare il marchio, gridandolo al mondo intero, dato che siamo la prima generazione di produttori. Oggi se non si comunica non si esiste. Quindi bisognava farlo in maniera forte, decisa e diversa da quella degli altri (solitamente si comunicava con la famiglia, la tradizione…). L’azienda aveva bisogno di comunicare che era vestita di sé stessa, come i suoi vini. Sono scesa in campo con la mia immagine, mi sono messa in gioco perché ero sicura di poter affrontare il pubblico, il consumatore e anche tutto ciò che non gravita attorno al vino.

Il commento più frequente al suo riguardo: “Una donna di grande bellezza, che sa anche di vino…”. Il classico luogo comune?

Vede, l’intelligenza solitamente predilige brutti contenitori, con me la Natura si è divertita. Ne sono a conoscenza, il luogo comune è questo, proprio di una società maschilista. Ma se hai lavorato bene non hai paura a esporti nel senso positivo del termine, cioè metterti in gioco. Purtroppo spesso la gente si ferma sulla soglia dell’immagine. Poi ci si accorge che magari c’è dell’altro e, siccome, ripeto sono uno scherzo della natura, tutto questo ha giocato a mio vantaggio.

Donne-produttrici e vino. Che cosa è cambiato in questi ultimi anni?

Io credo che le donne nel mondo del vino, come in altri settori, ci siano sempre state; forse hanno lavorato nel silenzio a fianco di uomini che sono andati avanti. In un momento storico come questo, in cui il vino è diventato un fenomeno mediatico, alle donne si è dato più risalto, anche attraverso l’associazionismo. Io l’ho vissuto sulla pelle questo passaggio. In azienda ci sono sempre stata, come amministratore delegato, ma solo in questi ultimi anni si è deciso di farmi prendere in mano le redini della comunicazione e del marketing. E questo è successo a tante altre brave colleghe che, come me, si sono messe in gioco.

 

Le tendenze all’acquisto, da Milano

È sempre più consolidato il patrimonio di competenze e di attenzione al bere bene di molti consumatori, che leggono, degustano e acquistano.. Oggi quali sono le tendenze? Lo abbiamo chiesto ai titolari di due enoteche storiche: Vino Vino di Milano e la Trimani di Roma.

 

Aperta nel 1967, l’enoteca Vino Vino è un punto di riferimento nel cuore di Milano. Si può scegliere tra un assortimento di 1500-1800 etichette, continuamente aggiornato con professionalità e soprattutto tanta passione dalla titolare Gigliola Bozzi. L’enoteca è specializzata nella vendita da asporto, ma c’è anche la possibilità di bere un calice di vino, scegliendo tra 12 etichette di bianchi, rossi, e spumanti, che variano settimanalmente.

Quali sono, signora Bozzi, le tipologie di vino più richieste e in quale fascia di prezzo si collocano?

Dipende dal periodo. Ora con la primavera e poi l’estate è più sensibile la richiesta di vini bianchi. C’è un’attenzione verso tutte le regioni, a prescindere dal furore del momento… Dopo l’innamoramento per la Sicilia, ora si richiedono anche i vini di Puglia, Basilicata, Molise. Per quanto riguarda la fascia di prezzo, per un consumo quotidiano il prezzo oscilla tra i 6-10 euro.

C’è una clientela più informata e attenta a un giusto rapporto qualità-prezzo?

Certo. La maggior parte è ben informata e, grazie a questo, aperta alle novità. Per quanto riguarda poi l’attenzione al giusto rapporto qualità-prezzo, vede, quando un cliente decide di acquistare una bottiglia sa già quanto vuole spendere. Chiede, ascolta e segue i miei consigli. Se poi, quando stappa la bottiglia, ritrova nel vino quanto gli avevo descritto e le sue aspettative sono soddisfatte, allora ritiene che quello è il giusto prezzo.

Come tiene aggiornata la sua offerta?

Non mi faccio condizionare dalle guide, anche se le tengo in considerazione, e non vado più alle grandi fiere, troppa confusione e, purtroppo, scarsa professionalità. Preferisco andare sul luogo, seguire i consigli di chi vive là, partecipare alle fiere locali perché mi posso concentrare sull’offerta del territorio. Sono molto interessanti anche le degustazioni specifiche di una regione o una particolare tipologia di vini. E la piazza di Milano, in questo senso, è molto vivace e offre tantissimo. Comunque da 40 anni seguiamo la stessa filosofia: fare una scelta mirata per avere il meglio del territorio al giusto prezzo.

 

 Da Roma

“Più curiosa, tanto più attenta alla qualità, forse meno al prezzo”. Così Paolo Trimani, discendente di una famiglia che ha a che fare con il vino dal 1821, sintetizza il profilo della sua clientela, sia quella dell’enoteca che dell’omonimo wine bar

Dove è orientato il gusto dei consumatori e quanto sono disposti a spendere?

Negli ultimi 3-4 anni abbiamo riscontrato la ricerca di una qualità molto alta, per tutte le zone e per tutte le fasce di prezzo. Una qualità percepita che permette di essere individuata anche in una fascia economica. Abbiamo bottiglie che vanno da un minimo di 2,70 euro a un massimo che non esiste e cerchiamo di fornire una selezione di alto livello a qualsiasi prezzo Nel nostro punto vendita la media dei prezzi di vino che stiamo vendendo è in costante crescita.

C’è, invece, una sostanziale stabilità per quanto riguarda le preferenze se le valutiamo dal punto di vista dell’origine geografica. La regione più venduta in termini di valore è la Toscana, seguita dal Piemonte e da una macro regione per quanto riguarda i vini bianchi (Trentino, Friuli e Veneto). Inoltre abbiamo riscontrato un ottimo andamento dei vini del Lazio, dopo anni di silenzio.

A che cosa è dovuto?

Sostanzialmente a un miglioramento della qualità con un sostanziale stabilità dei prezzi, oltre a una vivace attività promozionale. L’associazione Vigne del Lazio negli ultimi 4 anni ha organizzato oltre 150 manifestazioni di vino l’anno sparse in tutta la regione e a tutti i livelli e la regione ha investito tanto.

Sono più richiesti più i bianchi o i rossi?

Dominano i rossi sia come quantità, che a livello di fatturato, considerando che il prezzo medio è più alto. Dai dati aggiornati al 31 dicembre (che considerano anche il periodo delle festività) i vini bianchi rappresentano il 28% del fatturato e il 38% della quantità, i rossi il 64% del fatturato e il 55% della quantità. La tendenza che riscontriamo è l’incremento del numero di referenze con cui lavoriamo, che denota una grande curiosità da parte della clientela. Nel 2006 abbiamo movimentato 2700 referenze delle 2800 a listino.

Come tiene aggiornata la sua carta?

Grazie ai tantissimi nell’ambiente costruiti negli anni. Roma poi aiuta perché ospita tantissime manifestazioni e presentazioni.

E nel vostro wine bar cosa succede?

Le tendenze rispecchiano quelle dell’enoteca. La formula del vino al bicchiere permette di avvicinare a prodotti più complessi coloro che non sarebbero disposti a scommetterci una bottiglia. I vini in mescita vengono cambiati circa ogni 1 o 2 mesi. Abbiamo appena proposto una nuova carta per la mescita in cui i vini sono suddivisi per stile: casual (vini moderni di medio prezzo), classic (più tradizionali) e chic (speciali). I vini sono indicati in ordine crescente di prezzo, la tipologia (bianco, rosso, rosato o bollicine) con un simbolo. Qui il cliente soddisfa le sue curiosità e, spesso, con le idee più chiare esce dal wine bar ed entra in enoteca.

 

La famiglia Vallarino Gancia lancia tre nuovi bianchi Doc del Monferrato

Come si pone sul mercato l’azienda agricola Tenute dei Vallarino? Quale è il vostro obiettivo?

L’Azienda Tenute dei Vallarino si presenta come un’azienda agricola indipendente di tenuta con particolare ed eccellente esposizione, cuore produttivo di vini ottenuti solo con uve autoctone (Barbera, Nebbiolo, Albarossa, Moscato, Bussanello) e alloctone (Chardonnay, Sauvignon, Merlot, Cabernet, Syrhaz) frutto di una rigorosa selezione, coltivazione e vinificazione. Il risultato è un vino per un consumatore esperto che cerca prodotti di grande ed esclusiva qualità.

Cosa vogliono raccontare al consumatore i tre nuovi vini che porterete al Vinitaly?

Al Vinitaly 2007 debutteranno tre bianchi Tenute dei Vallarino prodotte nei vigneti di famiglia nel Monferrato: La Ciò, Bussanello Monferrato Bianco Doc 2006, da uve Riesling Italico e Furmint; Unisono, Chardonnay Monferrato Bianco Doc 2006; Pepero, Sauvignon Monferrato Bianco Doc 2006. Rappresentano il completamento di uno studio condotto sui terreni di proprietà delle Tenute dei Vallarino, 40 ettari di vigneto a Casorzo e a San Marzano Oliveto, selezionando i migliori vigneti. L'obiettivo è stato di mantenere nella Doc Monferrato il varietale singolo per ottimizzarne la proposta e la distintività.

La Ciò si basa su un vitigno particolare: il Furmint. Ci spiega il perché di questa scelta?

In verità è una ricetta frutto di un sapiente matrimonio di Riesling Italico e Furmint, dove il Furmint porta eleganza e il Riesling una leggera aromaticità, che però si equilibra molto bene nell’incrocio. Da questa unione ecco in anteprima un vino unico nel suo genere e che già sta riscontrando interesse internazionale. Proprio nel mio recente viaggio in India, ne ho parlato con un giornalista indiano, che è rimasto affascinato dall’idea.

Che cosa vi aspettate da questi tre nuovi lanci?

I tre nuovi bianchi Tenute dei Vallarino rappresentano un completamento dell’offerta per la categoria dei vini di Tenuta di grande qualità, una risposta mirata al consumatore che ricerca vini bianchi che si abbinino molto bene sia all’aperitivo che a tutto pasto.

Come si inserisce nel più ampio contesto della tenute la Tenuta dei Vallarino?

Potremmo definire le Tenute dei Vallarino come una “Boutique Winery” di grande qualità per un consumatore esperto che ricerca l'eccellenza oltre a vini con un buon carattere distintivo e al tempo stesso un piacevole equilibrio e bevibilità.

Quanto l’Italia deve puntare sul territorio italiano per vincere la concorrenza dei mercati esteri?

Il grande ed unico vero valore distintivo dell'Italia nel confronto col resto del mondo è il suo territorio, unico e ricco, plus valore nell’enologia moderna soprattutto in questo momento in cui la tecnica di produzione è universalmente di eccellente livello.         

In una nota polemica apparsa poco tempo fa su L’Espresso, Vizzari ritiene che uno dei limiti del sistema vino italiano è la mentalità arretrata dei produttori, la polverizzazione e la ridotta dimensione delle aziende. Cosa ne pensa al proposito?  

Il fatto stesso che il vino italiano sia presente in tutto il mondo con sempre più positivi riscontri di critica e pubblico dimostra che ci sono produttori illuminati che si danno da fare e hanno successo indipendentemente dalle dimensioni della loro azienda. Alcuni si muovono già in team mentre altri utilizzano sistemi più “arretrati”. Questa è la realtà del mondo del vino, la polverizzazione c’è sempre stata e ci sarà sempre; è conseguenza del fatto che esistono talmente tanti territori diversi tra loro per qualità e quantità che ogni realtà si presenta diversa da altre. Inoltre tutta l'impostazione delle Doc Europee è proprio studiata per favorire anche la micro-impresa. Alla fine il successo è per coloro che hanno buone idee e sanno puntare su un team vincente, perseguendo sempre la migliore qualità.

 

Francesco Iacono dell’azienda Agricola Fratelli Muratori

Il rapporto della vostra azienda con il territorio come scelta fondamentale da dove parte?

Nasce dalla convinzione che il territorio sia unico e irripetibile e che non possa esistere un territorio ottimale per tutte le tipologie di vino. Considerando il territorio come la somma di “terroir” (costituito da suolo, clima, vigneto, uomo) e aspetti sociali, economici, storici e culturali a esso legati, emerge chiaramente come questo sia alla base di un’impostazione razionale per un approccio vitivinicolo rivolto all’eccellenza produttiva. È un approccio che deriva dalla constatazione pratica e scientifica effettuata nel corso della mia esperienza ventennale di ricerca che mi ha portato a percorrere per lungo e per largo molti dei paesi produttori italiani e internazionali, evidenziando come in ambienti diversi medesimi vitigni si esprimano in maniera assolutamente unica anche in relazione alla diversa interpretazione agronomica ed enologica che l’uomo ne fa. Troppo spesso si sente parlare di potenzialità del territorio ma poi nel lato pratico, escluse alcune importanti eccezioni, anche in piccoli lembi di terra tendiamo a produrre diverse e variegate tipologie di vino. Questo, oltre a entrare in contraddizione con il principio del rapporto elettivo fra ambiente e vino, crea anche una confusione nel consumatore finale che interpreta in chiave contraddittoria la comunicazione legata al mondo del vino e la pratica produttiva.

Ritiene che questa scelta abbia avuto e avrà anche un riflesso significativo sul piano commerciale e di strategia di marketing aziendale?

Certamente sì. L’azienda Agricola Fratelli Muratori ha fatto, sin dal suo nascere, di questa filosofia la sua ragione di esistere. Essa si traduce in un’impostazione costruttiva (progetto Arcipelago) e produttiva del tutto particolare che, con coerenza, si ripercuote nelle strategie di comunicazione e promozione. Il nostro obiettivo è trasformare la nostra filosofia produttiva in un concetto di marketing fortemente innovativo da comunicare a tutti i livelli. Riteniamo infatti che la coerenza del messaggio di comunicazione possa essere alla base di un approccio di marketing fortemente indirizzato verso il consumatore: non solo vino come immagine evocativa della tradizione e dell’interpretazione tecnica, ma vino come contenuto e risultato di un progetto scientifico rivolto alla valorizzazione dei contenuti storici e culturali  di un territorio anche se di ridotte dimensioni.

Quali peculiarità pedoclimatiche ha cercato nelle vostre quattro tenute in Franciacorta, Suvereto, Sannio Beneventano e Ischia?

In effetti nel cercare i territori delle diverse tenute ci siamo attenuti a concetti di terroir ma anche di territorio in senso lato: cioè un equilibrio fra potenzialità ambientali dal punto di vista vitivinicolo ma anche sociale ed economico. Rispondendo alla domanda dal punto di vista tecnico, nel caso della Franciacorta ci siamo attenuti a uno studio di zonazione eseguito negli anni ’90 che ha dettato i principi della nostra ricerca di ambienti. La variabilità ambientale ci ha mosso e convinto a tal punto da immaginare un progetto spumantistico in grado di valorizzare l’ambiente con tanti Franciacorta quanti sono i macro-ambienti che la caratterizzano: sei terre, sei vini. Nel caso di Suvereto, nella Maremma Toscana abbiamo congiunto conoscenze storicamente acquisite circa la validità climatica e pedologia della zona per la produzione di vini rossi e uno studio territoriale minuzioso che abbiamo condotte aziendalmente in Val di Cornia constatando che i tre macro-ambienti che la caratterizzano – pianura, pedecollina e collina – rappresentano un ottimo modello di variabilità ambientale da valorizzare dal punto di vista viticolo ed enologico: trilogia di un territorio.

Nel caso del Sannio Beneventano siamo partiti da una constatazione storica, quella che indica che questa zona è il cuore produttivo viticolo della Campania, e da una diremmo geografica, quella di sfruttare le ultime propaggini di influenza pedologica del Vesuvio che in questa zona si evidenzia con uno strato superficiale di tufo vulcanico. Associando a queste valutazioni il clima mite della collina beneventana e la coltivazione delle varietà a bacca gialla storicamente presenti in Campania, pensiamo di aver dato vita a un esempio di valorizzazione territoriale fortemente innovativo e unico: il vino giallo serbevole e ricco. A Ischia, invece, ci siamo basati essenzialmente su un approccio storico ed empirico: la zona di Montecorvo nel comune di Forio è tradizionalmente considerata la migliore dell’isola tutta. A questo tesoro ambientale abbiamo associato la cultura varietale locale e un’interpretazione assolutamente unica di un vino che sappia contenere ed esprimere messaggi mediterranei di forte valore evocativo: il vino da conversazione con passione e anima dell’isola da cui proviene

Ce ne è una in particolare che vi sta dando maggiori soddisfazioni e per quale ragione?

Non facciamo torto a nessun territorio se affermiamo che le tenute della Campania sono quelle con maggiori aspettative e, nello stesso tempo, più rischiose. In Franciacorta onestamente stiamo navigando sull’onda di un successo territoriale unico e straordinario. Noi lo stiamo arricchendo di nuovi contenuti ma il solco del successo è stato tracciato da altri soggetti. A Suvereto la storicità dei vini rossi è talmente lontana nel tempo che possiamo affermare che stiamo contribuendo a rafforzare la base di un territorio comunque destinato a questa tipologia di vino. Nel caso del Sannio e di Ischia, invece, orgogliosamente affermiamo che stiamo ponendo delle basi tutte nuove per una caratterizzazione di due territori storicamente validi, ma oggi poco conosciuti al consumatore. 

Tutti parlano di autoctono spesso in maniera fuorviante. Quale è l’equilibrio migliore tra vite (di antica coltivazione o alloctona), territorio, tradizione (in merito alla coltivazione) ed esito sul mercato?

Autoctono e alloctono sono parole che sintetizzano un concetto spesso fuorviante. Scientificamente si preferisce parlare di vitigni storici e/o antichi riuscendo a conciliare un concetto di provenienza con uno culturale di tradizione. La storia della coltivazione della vite, ma non solo, ci insegna che l’uomo da sempre ha selezionato e coltivato in funzione di una sempre migliore soddisfazione dei principi e obbiettivi produttivi, mutevoli in funzione del periodo storico di riferimento. Le varietà sono circolate, si sono mischiate, si sono adattate ai diversi ambienti creando un matrimonio spesso solidale con l’ambiente e l’uomo. Il mondo viticolo è sempre teso a un equilibrio di queste forze che non può essere manipolato nel nome esclusivo del mercato ma ricercato e adattato sulla base delle conoscenze acquisite, produttive, agronomiche, enologiche, sociali ed economiche. Affermare che il futuro è lo storico è negare un principio di dinamicità insito nello spirito umano. Affermare invece che la conoscenza della storia è imprescindibile è un principio irrinunciabile per decifrare il presente e il futuro e per tendere a ridurre gli errori spesso compiuti per insufficienti approfondimenti.

Il lavoro comunque non si fa solo in vigna ma anche in cantina. Qui se non si lavora bene si penalizza, nella migliore delle ipotesi, un grande lavoro fatto in vigna. Che cosa ne pensa? E come si muove al riguardo?

Troppo spesso sentiamo parlare che il vino si fa in vigneto così come un tempo si affermava che esso si faceva in cantina. Entrambi gli approcci sono limitativi e tendono a creare una frattura tra i due mondi. Nel nostro caso sono due i principi che guidano la nostra strategia: la responsabilità tecnica di ogni tenuta è affidata a un tecnico che coniuga necessariamente conoscenze viticole ed enologiche. Deve essere, così lo definisco, un vitienologo. Non esiste la priorità fra vigneto e cantina ma solo sinergia e la può creare solo chi sa cosa vuol dire camminare per vigne e al contempo assaggiare le continue evoluzioni di un prodotto vivo come il vino; la cantina deve essere realizzata in funzione del tipo di vino che si ritiene un particolare territorio possa donare. La cantina costituisce quindi la sintesi delle conoscenze territoriali compiute attraverso un percorso viticolo e non solo enologico. Cantina per valorizzare, interpretare le differenze che si creano in vigna, quindi, con un’attenzione quasi maniacale verso un semplice concetto cui, secondo noi, tutte le cantine dovrebbero ispirarsi: la cantina deve essere pensata, progettata e costruita per fare il vino, per far sì che ci si lavori nelle migliori condizioni possibili e che si possa far visitare nella massima trasparenza e sicurezza. Sono principi apparentemente banali che ritengo, comunque, debbano essere alla base di qualsiasi progetto enologico serio. 

Quali ritiene che saranno i vini che faranno il futuro enologico italiano?

È come leggere in una sfera di cristallo ben sapendo che quello che vi si leggerà è solo immaginazione nel migliore dei casi. Quando nel 1999 disegnammo il nostro progetto Arcipelago il mercato era omogeneo nell’affermare che i vini rossi avrebbero costituito il punto di forza del nostro sogno e che avrebbero trascinato le altre Tenute al successo: i primi anni del nuovo millennio contro ogni previsione stanno mostrando che la Franciacorta è la forza attuale del nostro progetto seguita dalla Campania. Volendo leggere fra le righe di questa constatazione viene spontaneo affermare che i vini di futuro successo saranno quelli basati fortemente su un’interpretazione univoca e corretta della territorialità.

I vini cioè con carattere e personalità che saranno in grado di comunicare le loro differenze in barba alla omologazione. In questo caso e mai come nel periodo che stiamo vivendo, riteniamo che il vero senso del concetto di globalizzazione stia proprio nella possibilità di proporre differenze e, al contempo, di poterci approvvigionare e arricchire di paragoni. La circolazione dei beni è alla base di una sempre maggiore ricerca della peculiarità, ammesso che essa sia rivolta all’eccellenza.

 

Marco Pozzali e Monica Nastrucci

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