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I consumi rimangono sempre sotto i 30 litri pro capite, mentre cala leggermente la produzione ma aumentano le importazioni. Insomma, il settore birrario sembra vivere da anni una sorta di “calma piatta”, trattenuto forse dai troppi balzelli fiscali e da una politica d’immagine complessiva inesistente. Eppure, qualcosa si muove…
Ogni anno, l’appuntamento con Pianeta Birra è anche l’occasione per cercare di fare il punto della situazione sul mercato e sullo stato di salute di un settore importante per l’economia italiana e per il mondo del beverage in generale.
Sul fatto che la fiera di Rimini costituisca un po’ il vero “Capodanno” per l’ambiente, potremmo essere d’accordo tutti, tanto è vero che, per alcuni anni, la presentazione del fondamentale Annual Report curato da AssoBirra, l’organizzazione che raccoglie gli industriali italiani della birra e del malto, era proprio organizzata in una sala convegni della fiera durante i giorni della manifestazione.
Quest’anno invece la conferenza stampa con tutti i dati del settore è stata rinviata a giugno 2006 ma, considerata l’importanza del documento, è da qui che si deve iniziare. Che dire dunque dell’Annual Report 2006, che peraltro riporta i dati relativi al 2005? La prima cosa che balza all’occhio, per restare sul generico, è che non cambia poi molto rispetto al Report dell’anno precedente, e forse nemmeno rispetto a quello dell’anno prima. Soprattutto se consideriamo che il sensibile aumento dei consumi rilevato nel 2003 era dovuto a una delle estati più calde dell’ultimo periodo. Sta di fatto che i consumi normalmente navigano sempre sotto quota 30 litri pro capite e nell’aria non c’è nessun indizio che le cose possano cambiare. In meglio, ovviamente. Insomma, il mercato respira un’aria da siesta messicana, non c’è crisi ma nemmeno si tenta la scalata. A guardare i nostri vicini di casa, francesi e spagnoli, ne usciamo maluccio: 33,5 litri all’anno per i francesi, addirittura 80,6 per gli spagnoli. Da Assobirra fanno giustamente notare che la produzione è stata fatta oggetto di pesanti “attacchi fiscali” con un accisa che, nel 2005, è stata aumentata per ben due volte per un complessivo + 48% sul prodotto; a questo si deve aggiungere l’incremento del 14% verificatosi nel 2004. Totale: + 68% in soli due anni. Logico dunque che Piero Perron, manager Heineken e presidente in carica di AssoBirra, scriva che “l’auspicio dell’industria birraria e di tutta la filiera è che il Governo muti atteggiamento verso un comparto così marcatamente penalizzato negli ultimi due anni, ancorché esso sia ormai inserito a pieno titolo nella geografia industriale del Paese e fornisca un rilevante contributo all’economia nazionale e alle finanze pubbliche”.
Il lamento è ampiamente giustificato, tanto più se si considera che il settore del vino è a livello “accise zero”. Certo, quest’ultimo gode di una maggiore protezione fiscale in virtù dei suoi numeri, soprattutto in termini di produttori, e del fatto che una gran parte di esso prende la strada dei mercati internazionali. Ma non per questo ci si deve accanire sulla birra.
“Anche nel 2006 abbiamo rischiato un aumento dell’accisa – spiega il direttore di AssoBirra, Filippo Terzaghi – ma fortunatamente abbiamo strappato per tempo un impegno da parte del Governo a non accanirsi ulteriormente. C’è da dire comunque che almeno un centinaio di interventi parlamentari sulla Finanziaria sono stati dedicati a una maggiore tassazione della birra”. Il direttore ovviamente non lo dice, ma se i nostri politici continueranno a pensare che il settore produttivo birrario nazionale sia una “mucca da mungere”, il futuro non promette nulla di buono. Che il vino sia poi così tutelato dai nostri amministratori pubblici si può anche comprendere, altre nazioni vitivinicole come la Spagna o la Francia viaggiano nel comparto ad “accise zero” o quasi ma, ed è qui che si appunta il dito di AssoBirra, non per questo la tassazione sulla “bionda” per antonomasia è così pesante. Forse il consumo così elevato degli spagnoli, al nostro confronto, potrebbe anche spiegarsi in questo modo…
Tuttavia la stagnazione della birra non si può imputare solo ai costi. Cultura e tradizioni non hanno mai fatto dell’italiano un popolo di adoratori di Gambrinus, ma in molti ancora ricordano la celebre campagna pubblicitaria con Renzo Arbore in veste di testimonial e i suoi benefici effetti per il prodotto birra in generale. Già sollecitati sull’argomento, i produttori nazionali però hanno sempre risposto ricordando che alla campagna promozionale arboriana era seguita una quasi invasione del mercato da parte delle birre straniere. Per dire, uno semina e l’altro raccoglie. Per cui di investimenti pubblicitari sulla birra tout court non se ne parla. E, tra l’altro, proprio la birra importata cresce rispetto alla produzione nazionale.
“Anche se i dati in nostro possesso sono ancora provvisori – ribadisce Terzaghi – il 2006 si è chiuso in un sostanziale pareggio, se vogliamo con una piccola crescita. Ma, mentre la produzione nazionale cala leggermente, cresce invece la quota delle birre importate e le ragioni di questo fenomeno sono diverse. In primo luogo i grandi produttori sul territorio italiano hanno abbandonato, perché poco remunerativo, il cosiddetto private label ovvero la produzione di birra per conto terzi. Le grandi catene della Gdo si sono così dovute rivolgere a stabilimenti all’estero, soprattutto dell’Est europeo dove i costi di produzione sono inferiori, ma anche della Germania dove esiste un’eccedenza di birra che cerca nuovi canali di vendita. Ma non è solo questo; in alcuni casi i produttori stranieri immettono sul loro mercato nazionale la birra al consumo, pagando quindi l’accisa locale che è inferiore, e poi la esportano in Italia realizzando in questo modo una sorta di evasione fiscale”. E come se non bastasse, c’è da registrare che ogni Paese ha una sua definizione di birra e questo aumenta il caos. In Italia, ad esempio, una birra per essere considerata tale ai fini fiscali deve avere almeno 10,5 grado plato, in altre nazioni il grado plato minimo può invece essere 6. Tenendo presente che l’accisa si paga proprio in virtù dei grado plato dichiarati e che esiste una sentenza della Corte europea dove si afferma che qualsiasi bene immesso legalmente in uno Stato può essere distribuito in tutta la Comunità, ecco che le birre da 6 grado plato sono avvantaggiate rispetto alla produzione italiana. In questo modo dunque si spiega l’aumento delle birre importate, che sono cresciute soprattutto nella fascia di basso prezzo, ma è anche vero che, sul fronte opposto, le cosiddette specialità stanno facendo segnare delle buone performance. Per specialità intendiamo tutte le birre che non sono racchiudibili nel mondo delle chiare, lager e pils, e che vanno dunque dalle ales britanniche alle speziate belghe.
“Le specialità sono effettivamente in crescita – conferma sempre il direttore di AssoBirra – ma stiamo parlando comunque di un prodotto di nicchia che, anche se dovesse raddoppiare in volumi, non andrebbe a modificare sostanzialmente le percentuali. Però è un fenomeno interessante, che ha avuto come conseguenza un incremento di attenzione da parte della stampa e del mondo della ristorazione, andando anche di pari passo con il piccolo boom delle birre artigianali italiane. Ripeto, è una nicchia in termini di volumi, ma l’immagine della birra ne sta guadagnando”. Artigianali italiane e specialità estere stanno in effetti contribuendo a riposizionare la birra come una bevanda genuina, con caratteristiche organolettiche talvolta molto ricche e complesse, in grado di affascinare una platea più vasta di consumatori e non solo il target giovanile che sembra rimanere comunque il preferito dagli spot televisivi. Lo conferma anche un’indagine Makno, commissionata proprio da AssoBirra, dove il ritratto del consumatore giornaliero risponde a un uomo tra i 35 e i 44 anni, residente nel Nord-est e titolare di un lavoro autonomo.
Ma crescono anche i consensi tra le donne. Insomma, clienti più adulti, uomini e donne, e una maggiore conoscenza della varietà di prodotti esistenti in commercio. È un segnale di speranza. Che può essere colto anche nella risposta che AssoBirra ha ottenuto con due recenti iniziative: la prima mirata a introdurre una carta delle birre nella comunità italiana dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, la seconda con un accordo firmato con il Gambero Rosso, che nella sua ultima guida ai ristoranti ha cominciato a segnalare l’offerta birraria all’interno degli esercizi, e con l’Espresso, che nella sua, di guida, ha addirittura istituito un riconoscimento proprio alla migliore carta delle birre sponsorizzato dall’associazione degli industriali.
“In entrambe le occasioni – commenta Terzaghi – abbiamo avuto degli ottimi riscontri. Da un lato infatti i Jre hanno dimostrato un tasso di accettazione molto alto e dichiarato di voler proseguire anche nei prossimi anni con questa sorta di partnership, dall’altro il Premio dell’Espresso ha stimolato altri ristoratori a introdurre anche loro una carta delle birre”. E, in effetti, l’attenzione di molti giovani e brillanti chef cresce. Come ha dichiarato Marco Bistarelli, presidente italiano dei Jre, sulle birre speciali c’è un forte interesse; sarà per una questione generazionale, nel senso che i cuochi stellati che oggi hanno suppergiù quarant’anni, quando ne avevano venti frequentavano anch’essi pub e birrerie oppure per una semplice, maggiore, apertura mentale, fatto sta che non è così miracoloso trovare una discreta selezione di birre speciali in bottiglia al ristorante, o addirittura dei piatti preparati anche ricorrendo alla birra negli ingredienti.
Di strada comunque, ne abbiamo ancora molta da percorrere, ma l’impressione è che qualcuno forse abbia davvero deciso di accendere i motori e che, per tutta risposta, il mercato, composto da operatori e consumatori, stia reagendo con interesse. Il contesto generale rimane quello di una contrazione dei consumi, come un anno fa, con un canale Horeca che risente maggiormente della crisi “di portafoglio”.
“Questo almeno – riprende Terzaghi – è quello che ci dicono i dati. La Gdo continua ad andare meglio dell’Horeca, segno evidente che gli italiani escono meno e quando lo fanno stanno più attenti. Certo, per noi il canale del fuoricasa è più redditizio, però vorrei anche far notare che i prezzi finali di vendita sono lievitati e purtroppo questo non dipende da noi”.
Ecco che si ritorna al denaro, argomento che sarà brutale ma che, in tempi di crisi, è impossibile eludere. In effetti, in un pub o una birreria di una grande città un boccale di birra da mezzo litro, a volte anche meno, viaggia tra i 4 e i 5 euro senza alcuna distinzione tra birra e birra, ovvero tra una chiara lager o una doppio malto ad esempio. Forse, sul fatto che la birra non sia una mucca da mungere, dovrebbero rifletterci anche i gestori, oltre ai politici. Insieme al caffè, la birra è la prima fonte di reddito di un bar come margine di ricarico; un ottimo cavallo da corsa, verrebbe da dire, tranne che per il fatto che, a furia di frustarlo troppo, rischia di spomparsi prima di vedere il traguardo. Ma non è facile per i gestori imporsi una frenata sui prezzi, anche se chi ci ha provato, su stimolo del proprio distributore, ha visto crescere i propri consumi. Una buona idea potrebbe essere quella di differenziare i prezzi, in base alla “specialità” della birra stessa. Un po’ come succede nel vino, senza ovviamente la forbice che separa un Lambrusco di Sorbara e un Brunello di Montalcino.
Un’altra idea potrebbe essere quella di puntare maggiormente sul vetro a rendere, una formula di uso comune nel resto dei paesi d’Europa, ma che vede l’Italia ultima in classifica con una percentuale di ben otto decimi di vetro a perdere.
Fatto infine il quadro ancora una volta, le conclusioni possono essere raccolte in poche righe. Da un lato infatti, come sostenevamo all’inizio, il settore della birra vive una specie di serenità statica, si difende come può dagli attacchi del Fisco e bada soprattutto a non arretrare. Dall’altro, complice la crescita d’attenzione sulle specialità e la cavalcata delle birre artigianali, “che fa gioco anche a noi”, ricorda Terzaghi, sembra essere ripresa quel minimo d’iniziativa che compete a un’associazione che vuole promuovere il proprio core business senza badare troppo ai marchi. Non è certo la rivoluzione copernicana all’interno del mondo della birra, ma è un primo passo e nella giusta direzione.
Aziende: ecco cosa bolle in pentola
La fiera di Rimini è da sempre il momento ideale per cercare di fare il punto della situazione sullo stato dei protagonisti del settore birra. Anche quest’anno non mancano le novità in termini di nuovi prodotti, packaging ed etichette, strategie di marketing e di comunicazione.
Pianeta Birra è alle porte. Come ogni anno si tratta del principale appuntamento fieristico per gli operatori di settore e questa volta si va in scena dal 10 al 13 febbraio. La fiera, che negli anni scorsi non era stata immune da critiche, sembra aver rilanciato il progetto integrandolo con nuove iniziative, molte delle quali finalizzate anche al consumatore finale e con il coinvolgimento della città e degli operatori locali. Non solo, ma anche la struttura fieristica si è ampliata di due nuovi padiglioni, la funzionalità della stazione ferroviaria proprio di fronte all’ingresso principale è già certificata e tutto sembra essere pronto. Motore acceso e porte aperte. Il dinamismo della fiera si potrebbe anche spiegare con l’inquietante assenza, lo scorso anno, dei principali gruppi protagonisti del mercato: Heineken, Carlsberg, InBev e Peroni.
I primi due, è vero, erano presenti con il loro network distributivo, rispettivamente Partesa e T&C Italia, ma la mancanza delle case madri si faceva sentire facendo venire qualche dubbio sul futuro della manifestazione ai giornalisti presenti.
Quest’anno invece Heineken e Carslberg sono rientrate, mentre Peroni e Inbev no. A queste ultime si deve inoltre aggiungere Guinness Italia che, tuttavia, con la fiera di Rimini ha sempre avuto un rapporto altalenante. Si vedrà alla fine chi ha fatto le scelte più giuste. Di certo comunque, la Fiera si è data molto da fare con spazi e percorsi differenziati per operatori e semplici visitatori, cosa che dovrebbe limitare la confusione abituale e gli intasamenti da autostrada del Sole nei principali corridoi, nell’evidente scopo di dare, da un lato, maggiore professionalità all’evento fieristico senza, d’altro, togliere l’alone di grande festa della birra. Suppergiù è la stessa strategia adottata da VeronaFiere con il suo Vinitaly.
Tutto pronto quindi. Buona parte delle riunioni aziendali in corso nelle ultime settimane sono dedicate a mettere a punto gli ultimi dettagli. Bar Business ne ha interrotta qualcuna per ottenere delle considerazioni sul mercato, che possono ovviamente differire da quelle fatte dal direttore di AssoBirra nelle pagine precedenti, e qualche anticipazione su che cosa ci si deve aspettare in fiera e, magari, anche durante l’arco dell’anno appena iniziato.
I big, come sempre, hanno molte frecce nella loro faretra. “Per quello che ci riguarda – attacca subito Alfredo Pratolongo, responsabile comunicazione e affari istituzionali di Heineken Italia – abbiamo una visione del mercato che è serena e positiva e vogliamo continuare a recitare il nostro ruolo di leadership. Certo l’Horeca continua ad avere delle difficoltà rispetto al canale modern trade, ma rimaniamo ottimisti sugli sviluppi futuri”. Il ritorno di Heineken a Pianeta Birra è una vera e propria notizia, considerato lo scalpore che fece la sua assenza nel 2006. “Quest’anno torniamo – conferma Pratolongo – e lo facciamo occupando un intero padiglione: circa 2mila metri quadrati. Realizzeremo una sorta di market place dove si potrà vivere tutta l’esperienza Heineken. Ci saranno delle aree tematiche dedicate ai singoli brand e un ristorante-laboratorio con grandi chef impegnati a proporre piatti alla birra o in abbinamento alla nostra gamma. Inoltre “isole” per conoscere le nostre novità e un vero e proprio palinsesto di animazione ed eventi”. Che dire… Ci sarà da perdersi, e le novità? “Innanzitutto – riprende il responsabile comunicazione – ci sarà la presentazione ufficiale della Heineken Cold Beer ovvero a temperatura 0° gradi, sia alla spina sia in bottiglia, concepita per i locali più di tendenza. Avremo inoltre la Extreme Draught, ovvero un fustino da 10 litri usa e getta e, ovviamente, ci sarà il debutto riminese per il keg da 5 litri, l’unico con una carica interna di anidride carbonica che permette alla birra di arrivare al bicchiere come se si fosse al pub. Altre novità riguardano Moretti, un brand che da solo vale oltre 2 milioni di ettolitri l’anno, che con l’ultima nata, la Moretti Zero, ha raccolto grande successo soprattutto nella modalità del consumo a pranzo e fuoricasa. Infine spenderei una parola per la sarda Jennas, la nuova birra Ichnusa non pastorizzata, ma microfiltrata, che a Rimini debutterà in formato 33 cl”.
Se la “corazzata” Heineken viaggia sicura, gli altri naturalmente non stanno a guardare. Ottimista sul mercato italiano è ad esempio anche Francesco Bonazzi, marketing manager delle specialità di Carlsberg. “Per noi l’anno si è concluso con dei segnali positivi – commenta – e riteniamo che il 2007 possa offrire dei margini di crescita simili a quelli degli anni precedenti. Il boom delle specialità lo abbiamo registrato nel 2005 e quello appena trascorso ha portato un naturale assestamento dei risultati. In fiera porteremo sicuramente la nuova Carlsberg Special Brew, una super strong lager da 9% vol, e ci sarà anche la Elephant nella sua nuova bottiglia. In più una novità assoluta sulla quale, al momento, non posso dire nulla”. Le voci in giro parlano di un innovativo sistema di spillatura, l’unica cosa certa però è che sarà opportuno fare una visita all’area Carlsberg durante i giorni della manifestazione.
Attivi e dinamici saranno i quattro giorni di Fiera per Radeberger Gruppe Italia, che rappresenta sul mercato italiano alcune prestigiose birre tedesche, in primis Dab. Come spiega Rolando Bossi, direttore generale e vicepresidente della società, Pianeta Birra sarà il luogo di un’iniziativa particolare.
“La Fiera sarà il punto di partenza di una campagna volta a dare informazioni corrette ed esaustive sul prodotto birra – afferma Bossi – In particolare, vogliamo sottolineare un punto molto importante: la birra ha un basso tenore calorico, per esempio, meno di un succo di frutta, per cui si può ‘sposare’ anche a diete particolari e ovviamente, a pasti razionali e completi. Abbiamo quindi creato una serie di materiali, che distribuiremo ai concessionari e agli esercenti, che mettono in risalto questo aspetto fondamentale. Inoltre, stiamo realizzando dei menu ad hoc per le diverse tipologie di pubblico esercizio dove abbiniamo all’offerta gastronomica del locale le nostre birre, sia in bottiglia sia alla spina, che sono illustrate nelle loro caratteristiche organolettiche. Si tratta di veri e propri percorsi degustativi, che permettono ai clienti di trovare utili informazioni non solo sui nostri prodotti, ma anche sulla birra più in generale”. Nel corso del 2007, oltre a promuovere ulteriormente Dab Cruda, che ha ottenuto un ottimo successo durante il 2006 e che sarà proposta anche con il metodo “a caduta” (un fusto da 5 litri, refrigerato, con rubinetto, da posizionare al centro del tavolo), Radeberger sarà protagonista di un altro progetto molto interessante. “Abbiamo contattato un grande chef italiano, di cui al momento non voglio fare il nome, che collaborerà con noi per promuovere l’abbinamento tra la cucina italiana di alta qualità e le nostre birre, attraverso una serie di iniziative in tutta Italia” precisa Bossi.
Dinamica come da tradizione è l’attività di Biscaldi Luigi Import Export, società che presenta nell’assortimento birra due gioielli come Corona Extra e Asahi. La birra messicana, che può essere considerata una case history, fa registrare una costante crescita sul mercato internazionale (in America ha raggiunto il traguardo di 200 milioni di casse vendute) e l’Italia non fa eccezione. “Nel 2006 le vendite di Corona Extra da parte della nostra società hanno fatto registrare un incremento del 10% – spiega Pietro Biscaldi, amministratore delegato dell’azienda genovese – Il nostro obiettivo per il 2007 è di proseguire su questa strada e aumentare ancora le vendite. Per questo motivo abbiamo ristrutturato la rete vendita in funzione di potenziare le attività di comunicazione e promozione sul territorio, anche con materiali creati ad hoc per il canale Horeca”. Ottimo è anche l’andamento di Asahi, le cui vendite sono cresciute del 25 per cento nel 2006. “è una birra che concentra i suoi consumi nei locali giapponesi – afferma Biscaldi – Nel 2007 punteremo ad ampliare le sue occasioni di consumo anche nei locali serali, non necessariamente etnici, e nelle pizzerie”. Sempre nell’ottica di proporre al mercato italiano birre speciali prodotte in paesi lontani, Biscaldi ha presentato nel 2006 la birra indiana Cobra, che nel Regno Unito sta ottenendo un grande successo. “è una birra legata soprattutto alla cucina indiana, molto diffusa in Inghilterra – sottolinea Biscaldi – In Italia, oltre ai ristoranti indiani, vogliamo puntare sui locali serali, che sono un naturale sbocco al suo consumo”.
Assenti da Pianeta Birra, come già detto, Peroni e InBev. Il colosso belga, che ha nel portafoglio circa 200 marchi tra i quali Stella Artois, Beck’s, Hoegaarden, Bass e Spaten, continua a giocare il suo ruolo da leader mondiale e in Italia punta a far crescere la sua quota di mercato attuale che è pari all’8%. “Il 2006 è stato un anno positivo, con un + 1,6% rispetto all’anno precedente – spiega Paola Vassellatti, marketing manager di InBev Italia – con il canale moderno che contribuisce ancora molto alla crescita, ma con quello on trade che ha dato dei segnali di ripresa. Tra i grossisti vanno bene i segmenti delle Premium e delle Standard, soprattutto le prime che ormai generano la metà delle vendite on trade. Per quello che riguarda le specialità, devo dire che il mercato è stabile anche se con dinamiche di sottosegmento e marca molto differenziate. Stabile anche la spina”.
L’Italia continua a mantenere il primato del paese al mondo con la più alta quota di birre d’importazione, per un gruppo come InBev (tutto d’importazione) il terreno è più che mai fertile. “Nel 2006 – continua la Vassellatti – abbiamo portato a termine con successo l’integrazione delle birre bavaresi (Spaten Löwenbrau, ndr) nel nostro portafoglio e la gestione diretta di Beck’s nel canale moderno; per il 2007 puntiamo a seguire con particolare attenzione i nostri prodotti sul punto vendita”.
Le Specialità sono nel cuore anche di Interbrau, dinamica realtà del settore, che propone birre come Augustiner, Wieninger e Rothaus e, più di recente, belghe di classe come Blanche de Namur, Bush, Deus, La Chouffe. “Mi unisco al coro di chi dice che le specialità stanno conoscendo una “new age” – commenta Sandro Vecchiato, amministratore delegato di Interbrau – ma con una precisazione: crescono le specialità nuove. Dal Belgio innanzitutto, e poi anche dal Regno Unito, ma solo quelle birre che sono accomunate dall’alta fermentazione, un buon grado alcolico e soprattutto da una ricca complessità aromatica e gustativa. Era tempo; la cultura del vino, i corsi e le degustazioni hanno fatto crescere una nutrita schiera di consumatori evoluti che cercano nella birra lo stesso tipo di soddisfazione sensoriale”. Sull’onda di questo trend, Interbrau ha firmato, lo scorso dicembre, un accordo con Progetto Birra per la distribuzione dei loro prodotti di nicchia. Progetto Birra è una piccola ma scrupolosa realtà che, negli anni, ha selezionato birre di altissimo profilo organolettico. Etichette come Rulles, Hommelbier, Abbaye des Rocs, Dupont e Fantome, sono conosciute da tutti gli appassionati. “E queste birre – riprende Vecchiato – hanno un coefficiente di penetrazione superiore rispetto alle normali soprattutto nei ristoranti, nelle enoteche e nei winebar che sono un segmento di mercato che sta avvicinandosi con curiosità e soddisfazione alla birra di qualità”.
Un altro importante distributore fa considerazioni simili. “Le specialità stanno dimostrando margini di crescita interessanti – afferma Paolo Guccini, marketing manager di Tutatello Italia – mentre le cosiddette normali soffrono un po’ per il prezzo vendita finale. Il consumatore ha bisogno di nuovi stimoli e solo le birre particolari possono rispondere a questa esigenza. Certo, servirebbe una comunicazione globale sulla birra in generale ma all’orizzonte non vedo segnali positivi; noi, da un lato, abbiamo cercato di consolidare il posizionamento e la quota di un marchio noto come Konig Pilsner poi, a metà anno, presenteremo delle novità prodotto: una birra straniera e una italiana artigianale”. Turatello, insieme a Eurosaga, è uno dei pochi distributori ad aver scommesso seriamente sulle birre artigianali, il “vento di primavera” nel mondo della birra italiana, ma Guccini ci tiene a fare delle precisazioni. “Le artigianali italiane – spiega – piacciono questo è vero, ma hanno costi troppo elevati. Questo rende più complicato il posizionamento”. In effetti, alcune artigianali italiane viaggiano su prezzi competitivi per ristoranti ed enoteche, più che per birrerie, ma gli stessi pretendono, oltre alla qualità del prodotto, un packaging accurato ed elegante. Sulle bottiglie da 0,75 almeno. I microbirrifici sono avvertiti.
Non è invece un microbirrificio anche se ha fatto, nella sua lunga storia, un percorso improntato alla genuinità più che ai volumi la Forst. Quest’anno la più grande azienda italiana, confermata anche dall’acquisizione all’inizio del nuovo millennio della piemontese Menabrea, si prepara a festeggiare i primi 150 anni della sua vita. Annunciati il nuovo packaging per quasi tutte le bottiglie, etichette nuove di zecca per l’intera gamma e una nuova birra. “L’anno passato si è chiuso in maniera senza dubbio positiva, dopo un inizio incerto – racconta Walter Lombardi, direttore marketing della Forst – e adesso stiamo lavorando con profitto per il 2007. L’azienda si è recentemente informatizzata del tutto e questo ci ha permesso di alleggerire le strutture periferiche a vantaggio di quelle più specializzate e snelle per l’Horeca. Infine abbiamo creato un’unica struttura nazionale per tutta Italia”. In fiera a Rimini è confermato lo splendido stand, forse uno dei più fotografati della kermesse, e ci sarà la presentazione di una grossa novità, sulla quale si mantiene ancora il riserbo. Annunciato inoltre un maggiore impegno per la comunicazione sui mass media.
Insomma, come sempre Pianeta Birra si annuncia come una fucina di notizie e argomenti su cui la stampa di settore può lavorare per quasi l’intero anno. Dal nostro punto di vista, conforta soprattutto vedere che, anche in un mercato non galoppante come quello italiano, lo spirito aziendale d’iniziativa non viene mai meno.
La carica delle artigianali
Con quasi 200 unità produttive presenti in Italia, quello della birra artigianale è il fenomeno degli ultimi anni. Molteplici le ragioni del successo: da una clientela più adulta e consapevole, al fascino del “genuino” che ha colpito anche il settore birrario.
Onestamente, non ci avrebbe scommesso nessuno. Quando dieci anni fa aprirono quasi simultaneamente i battenti nel Nord Italia alcuni piccoli birrifici, con produzione e mescita sul posto, le grandi aziende del settore probabilmente non se ne accorsero neppure.
I giornalisti, anche quelli a caccia del prodotto autoctono in via di estinzione, idem. Come scusa, si potrebbe aggiungere che nemmeno i protagonisti di quell’anno ci avrebbero scommesso una lira, del tempo.
Certo che oggi invece, di birra artigianale se ne parla sempre più spesso e sulle riviste più diverse. Anche quelle che non si occupano di beverage in senso stretto.
E quello che merita un’ulteriore sottolineatura, è il fatto che non se ne parla semplicemente come di una curiosità, ma come di un fenomeno in costante ascesa, che interessa anche settori confinanti a quello della birra, come la ristorazione e il mondo delle enoteche e dei winebar. Insomma, una realtà ancora piccola, ma sempre più importante. E i numeri, come sempre, parlano chiaro: dalle poche decine di pionieri sparsi soprattutto nell’Italia settentrionale, oggi il “giro” dei brewpub e dei microbirrifici può contare su quasi 200 unità attive, che si sono ormai allargate al centro e al sud, fino a “invadere” le isole della Sardegna e della Sicilia.
Che cosa si nasconde dietro questo successo così rapido? Molti fattori senza dubbio, i principali dei quali andremo a elencare in queste pagine, che presi nel loro insieme danno l’idea che quello del fenomeno artigianale non sarà transitorio anche se, alla fase di boom attuale, non è difficile prevedere un piccolo contenimento nei numeri in una fase successiva.
Ma i fattori sono molteplici, come dicevamo. Innanzitutto la riscoperta del “piccolo e genuino è bello” nell’agroalimentare, grazie al lavoro certosino di associazioni come Slow Food o a eventi mediatici come il Salone del Gusto, ha coinvolto anche il settore della birra.
In secondo luogo l’innalzamento dell’età dei consumatori di birra che ha fatto maturare il target di pub e birrerie che, vent’anni fa, erano la grande novità dell’intrattenimento serale dei giovani.
E se a questi aggiungiamo l’ondata giunta dagli Stati Uniti in fatto di brewpub e microbirrifici, un decreto legge dell’ottobre del 1995 che eliminava alcuni vincoli burocratici e il moltiplicarsi di corsi di degustazione relativi alla birra, si può comprendere come la diffusione degli impianti di produzione sia da inserire in un alveo già di per sé favorevole per l’ascesa di queste birre.
Ma la produzione artigianale italiana ha dalla sua un’altra carta vincente.
Privi come sono di una vera e propria scuola tradizionale, le grandi aziende esistenti sul territorio nazionale si sono più o meno tutte ispirate a una produzione di bassa fermentazione di filosofia germanica, i piccoli produttori hanno potuto scatenare la loro creatività.
Inizialmente si sono ispirati ai loro stili preferiti, ma in un secondo tempo hanno cominciato a variare le ricette, aggiungere un tocco autoctono alle loro produzioni, quasi dando vita a un’originalissima “scuola italiana”.
Che dire infatti di una birra che utilizza castagne dell’Appennino bolognese e bacche di ginepro?
Oppure di un’altra che impiega le barrique per effettuare la fermentazione finale e la maturazione? E gli esempi non avrebbero fine: nel Lazio esiste un birrificio che produce una birra utilizzando il farro, il cereale antico elemento base della dieta dei legionari romani, in Liguria c’è chi fa una birra con il chinotto di Savona, che è anche un presidio Slow Food, e poi si ricorre al miele di corbezzolo, al ribes nero, addirittura a spezie himalayane.
Con birre del genere, era logico aspettarsi un interessamento anche da parte di consumatori adulti e consapevoli, curiosi e aperti mentalmente quanto basta per rapportarsi a una birra senza pregiudizi di sorta e senza limitarsi all’idea di una bevanda chiara, con la schiuma e leggermente alcolica.
E, alle spalle di questi consumatori, ecco anche chi li ha, per così dire, nel mirino ovvero ristoratori ed enotecari che sempre più cominciano a mettere in carta o sugli scaffali delle birre italiane, ma originali e di alto profilo qualitativo. I Jeunes Restaurateurs d’Europe, con la loro ormai consolidata fama, si sono mossi per tempo, ma notizie positive rimbalzano anche dal mondo dei sommelier, a torto giudicato impenetrabile da tutto quello che non è vino.
Certo, non è un fiume in piena, le difficoltà permangono ma, stante il fatto che quella artigianale non sarà mai una produzione di massa, un posizionamento di valore e di vetrina è indubbiamente interessante. Con risultati che potrebbero essere positivi anche per la produzione industriale.
Infine, che il fenomeno artigianale non sia passeggero, lo dimostrano anche i birrai più recenti, le nuove schiere che stanno dimostrando competenza e costanza qualitativa e che, lentamente, si stanno conquistando la loro nicchia di mercato.
Anche grazie a loro, e grazie ad alcuni distributori più accorti come Turatello di Bologna o Eurosaga di Milano, la birra artigianale italiana ha davanti a sé un futuro più che roseo. L’importante, ovviamente, è mantenere alto il livello della qualità della produzione.
Maurizio Maestrelli |
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