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Organizzato da Il Sole 24 ORE e Sda Bocconi, il 3 e 4 ottobre è andato in scena il marketing e il retailing in un evento denso di interventi che ha tracciato lo stato dell’arte di queste due importanti attività.
Molteplici gli spunti emersi: il marketing ha definitivamente alzato la te-sta dimostrando la sua enorme importanza per competere sui mercati; il retailing ha ufficialmente svelato una complessità che lo posiziona senza dubbi nell’alveo delle discipline “scientifiche”. La sintesi dei lavori si può esprimere in un concetto portante: il consumatore è l’attore principale dei mercati, è colui che detta legge spesso in modo emozionale. Le sfide del marketing sono quindi difficili e complesse in quando devono governare “il cliente”, una variabile indipendente, aleatoria, e - motiva e qualche volta illogica. E sul versante retail appare chiaro che nei mercati moderni nulla può essere lasciato al caso: i canali di vendita sono oggi ancor più importanti dei prodotti e spesso dei produttori e devono essere approcciati con logiche di filiera collaborative che convergano nell’offrire al cliente un’esperienza di acquisto memorabile. Nelle pagine che seguono un’ampia sintesi dei lavori.
Alla ricerca dell’integrazione
Compressione dei margini, complessità, bisogni della domanda sempre più articolati. Come rispondere a tali input dei mercati? La risposta, secondo Sandro Castaldo, direttore area marketing Sda Bocconi, risiede nell’integrazione necessaria a tenere insieme l’iperspecializzazione che le imprese tendono ad assumere per acquisire e gestire le conoscenze necessarie. Non solo: l’integrazione è necessaria per gestire anche le funzioni che, non essendo strategiche per il core business aziendale, sono sempre più spesso cedute in outsourcing al di fuori dell’impresa. Ma c’è di più. Il cliente è sempre più competente e vuole concorrere alla creazione dei prodotti o servizi: anch’esso deve essere integrato.
La prima tavola rotonda introdotta da Enrico Valdani, professore ordinario di Marketing dell’Università Bocconi, è entrata nel vivo delle strategie e delle politiche di marketing. Quanto il marketing sia oggi strategico lo dimostrano i numeri che caratterizzano l’offerta attuale: il consumato-re può reperire sul mercato oltre 40.000 articoli con un rate di cambiamento che oscilla dal 5 al 10% all’anno. Il numero di nuovi prodotti lanciati annualmente è e-norme: in tutto il mondo oltre 30.000 unità. Anche la distribuzione ha moltiplicato le modalità di accesso al consumatore: oggi se ne contano oltre 22 tra Gd, Da, outlet ecc.; la multicanalità è uno dei fenomeni emergenti. Ma soprattutto sta cambiando il potere della grande distribuzione che veicola volumi impressionanti di vendita con un’ascesa senza sosta: le più grandi aziende di distribuzione hanno ormai superato i maggiori produttori. Ma come si affrontano mercati così complessi?
Strategie convergenti sul cliente
Ogni impresa multinazionale, in funzione del mercato in cui opera e delle caratteristiche intrinseche, ha compiuto un percorso diverso. Tuttavia, il mettere a fattore comune le diverse esperienze consente di profilare la situazione dei mercati attuali evidenziando, a livello macro, opportunità e rischi. Secondo Andrea Guerra, ceo di Luxottica Group, l’elemento globalizzante è un punto di forza dell’azienda. Mercati, prodotti e marchi globali facilitano anche la definizione delle strategie. Luxottica identifica nel proprio mercato importanti opportunità che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la percezione del prodotto “occhiali”, facendolo diventare un oggetto di moda, emozionale di stile. A questo si è aggiunto l’invecchiamento della popolazione che ha ingigantito il mercato. Il modo vincente di Luxottica per affrontare i mercati è il controllo completo della filiera che consente di incidere su tutti gli aspetti del business. L’azienda veneta rea-lizza tutto in proprio: dalle macchine che sostengono i processi fino al punto di vendita in gestione dirette. Oggi Luxottica ha 2 miliardi di clienti. Per Fiat, dopo il periodo buio dei primi anni 2000, una delle svolte è stata “aprire” l’azienda ai clienti. Per Luca De Meo, ceo di Fiat Group, il cliente desidera partecipare alla costruzione della storia dei brand importanti per la propria vita e Fiat vuole offrire tale possibilità. Per De Meo il marketing non è tanto una funzione aziendale ma un atteggiamento culturale che trae forza dalle risorse umane in azienda. Se l’automobile è un prodotto a elevato impatto emotivo, agli antipodi troviamo le macchine utensili, come testimoniato da Andrea Riello, ad e presidente di Riello Sistemi. Tuttavia, anche in questo mercato il marketing sta assumendo una valenza di primo piano soprattutto per connettere il cliente all’azienda. Riello Sistemi opera in un mercato di tecnici che hanno un approccio rigido rispetto al prodotto; tutto ciò ha determinato una strategia di marketing ben precisa che in azienda ha concorso all’istituzione del progetto denominato “marketing academy”. Riello analizza e definisce la condotta e la relazione con il cliente attraverso 4 fasi distinte: il pre-sale, la vendita, il delivery e il customer care, con la convinzione che è la relazione con il cliente ciò su cui si devono focalizzare le aziende a elevata profittabilità. Questo è confermato anche da Dario Rinero, ad e presidente di Coca-Cola Hbc Italia. Coca-Cola vende ogni giorno 1,2 miliardi di bevande in tutto il mondo ma per Rinero questo numero identifica soprattutto il numero di relazioni con il consumatore. Coca-Cola è uguale a se stessa dal 1915 e questo dimostra che un prodotto ben sostenuto non ha un ciclo di vita che termina ma evolve con il consumatore. E tale evoluzione può coinvolgere anche solo le motivazioni o lo stile di consumo conservando immutata l’identità nel tempo. Coca Cola analizza tutti i trend di consumo e di nell’intervento di Stefano Leonangeli, ad e orientamento attraverso una struttura centralizzata, un “laboratorio marketing” da cui discendono i macro orientamenti: per l’Europa si trova a Bruxelles. I megatrend contribuiscono allo sviluppo dei prodotti e delle relazioni. Tra i vari individuati due spiccano per attualità: la voglia di benessere e l’invecchiamento della popolazione. Dal trend benessere emergono i prodotti light mentre dal trend aging discendono prodotti che, per esempio contengono vitamine, oggi diffusi in USA ma non presenti ancora in Italia. Rinero ha sottolineato come il marketing, oltre a pilotare l’innovazione del prodotto, abbia anche il compito di indirizzare quelle legate alle infrastrutture di vendita, ai canali, in altre parole al modo con cui i prodotti raggiungono il cliente. In questo caso si parla di “route marketing”, un concetto che tende a saltare l’intermediazione. Tra le molte declinazione del marketing vi è anche quella etico-sociale, come espresso nell’intervento di Stefano Leonangeli, ad e direttore generale di Martini & Rossi. Si tratta di un approccio mirato a gestire efficacemente le criticità del prodotto “spirit” che ha un impatto sociale rilevante. In questo caso il Marketing deve saper inquadrare lo stile di consumo, circoscrivendolo al fine di preservare il mercato stesso, altrimenti vulnerabile a fattori di ridimensionamento. Martini è una success story emblematica di un brand che ha scalzato la categoria di appartenenza assurgendo a prodotto globale, Martini ha richiesto una declinazione particolare per ogni paese, secondo le caratteristiche del mercato di arrivo. Tutto ciò determina un grande lavoro d’innovazione soprattutto nelle modalità di somministrazione e per tale scopo il marketing è chiamato ad una complessa analisi. Aziende e mercati diversi ma un unico denominatore: innovazione e relazione con il cliente.
Gli approcci di marketing non convenzionale
La comunicazione deve trasformarsi in dialogo interattivo
Le tecniche di marketing non convenzionali rappresentano un tema di grande interesse a vari livelli. Anche al Forum Retail se ne è discusso con un panel di relatori di livello. Secondo Bernard Cova, professore all’Euromed di Marsiglia e Università Bocconi, la nascita delle tecniche non convenzionali deriva da eclatanti casi di fallimento del marketing tradizionale. Se da un lato la complessità del consumatore rende le tecniche convenzionali non sempre efficaci, dall’altro il nuovo marketing nelle sue varie interpretazioni non ha saputo offrire risposte in grado di superare del tutto le metodologie standard. Nel corso degli anni sono stati ideati svariati tipi di marketing non convenzionale, ognuno con elementi di vantaggio ma anche grandi limiti. Circa 10 anni fa sembrava che una delle tecniche disponibili potesse sopravanzare le altre: il marketing di relazione attuato attraverso metodologie di Crm (customer relationship management). Ma anche questa tipologia non è in grado di rimpiazzare le tecniche standard; piuttosto sono queste ultime che si devono evolvere convergendo in un nuovo marketing che sappia tenere conto delle caratteristiche del consumatore. Più precisamente, il nuovo marketing deve saper posizionare il cliente al centro dell’azione considerandolo il vero proprietario del brand. Secondo Bernard Cova, il marketing è fatto da tutti, consumatori compresi, e gli ultimi casi di successo ne hanno confermato questa connotazione. In particolare la comunicazione deve trasformasi in dialogo con i clienti attraverso l’ascolto, l’interazione e l’integrazione. Un ulteriore spunto di analisi è stato esposto da Antonella Carù, professore ordinario di marketing dell’Università Bocconi, che ha spiegato come il consumatore, dopo l’acquisto di un prodotto o di un servizio, viva un’esperienza con esso dalla quale esprime se stesso e il suo modo di identificarsi. Non solo: il consumo determina emozionalità e socialità. Questi aspetti sono molto importanti e devono incidere nelle strategie e negli studi del mercato anche se difficilmente si prestano a essere inquadrati in una disciplina sistematica. Anche per Antonella Carù il dialogo deve diventare la forma di comunicazione principale al fine di costruire valore insieme al consumatore. Quest’ultimo ha spesso voglia di raccontare le proprie esperienze di acquisto e consumo come le community e i blog su internet confermano. Un altro aspetto centrale è tutto quel-lo che ruota attorno al post vendita. Si tratta di una fase in cui si può instaurare una relazione molto profonda con il cliente, una relazione che genera un valore tangibile e che realizza l’integrazione del marketing con i servizi. Occorre anche sottolineare come oggi vi sia un consistente bacino di consumatori che desiderano prendere parte attiva alla creazione dei prodotti e dei servizi e questi devono senza dubbio essere ascoltati.
Il marketing non convenzionale si esprime anche attraverso tecniche di comunicazione unidirezionali che sappiano andare oltre l’advertising tradizionale. Quest’ultimo è sempre meno efficace in quanto il consumatore ha assunto una condotta sfuggente; ha nel tempo acquisito la capacità di scansare e aggirare la pubblicità classica. A causa di ciò l’advertising si trova a inseguire un consumatore sempre più impermeabile, il cui atteggiamento è fronteggiabile efficacemente con un ribaltamento delle posizioni. Occorre fare in modo che sia il consumatore a inseguire il prodotto e non viceversa. Per realizza-re questo obiettivo è possibile ricorrere alla tecnica dell’associazione e del legame a un contenuto di successo quale un film, un video gioco o un prodotto musicale. La massima espressione di questa tecnica è il product placement, attraverso cui il prodotto entra nell’immaginario del contenuto e interagisce con esso.
Brand value management: le nuove sfide
La valenza del marchio si costruisce “digitalmente”
Negli ultimi anni la rilevanza della marca è cresciuta in modo esponenziale e la sua gestione ha assunto un significato strategico profondo. Nell’analisi de-scritta al Forum Retail, Bruno Busacca, direttore divisione formazione manageriale su Misura imprese Sda Bocconi, ha tracciato un quadro circa l’importanza del brand nei moderni mercati. Si trat-ta di un asset intangibile e per questo difficilmente computabile, anche se profonda-mente incidente sul vantaggio competitivo. Gli intangible asset (che in larga misura non appaiono nelle righe di bilancio) so-no elementi più robusti da attaccare dal mercato e comprendono il valore delle risorse umane, la capacità di condividere skill e conoscenze, il valore del brand e altro. Per questo motivo la gestione deve essere inquadrata strategicamente. Il brand management prende essenzialmente in esame i parametri che consentono di incrementare il valore della marca attraverso metodologie che coinvolgono essenzialmente il cliente e allo scopo richiedono un’interazione profonda. Emerge che un salto di qualità relazionale è possibile solo attraverso le tecnologie digitali. L’utilizzo di queste ultime per sostenere e amplificare i “sentiment” del consumatore può dare risultati importanti ma le aziende non hanno ancora assimilato la valenza. In tema di brand management tutto questo e altro si riflette sulla marca attraverso un ciclo che il professor Busacca ha descritto in 4 fasi: l’accreditamento, l’accumulazione, l’amplificazione e l’attivazione. In sostanza si tratta di un percorso nel quale la marca viene riconosciuta, crea fiducia e si astrae dal prodotto o servizio per identificarsi in valori più al-ti. È significativa l’esperienza di McDonald’s Development Italy, spiegata al Forum Retail da Luca Bon, vicepresidente marketing & communication. McDonald’s ha investito molto sulla “brand experience”. Questo perché McDonald’s “è di proprietà dei suoi clienti” e la loro esperienza vissuta o desiderata è il driver fondamentale di sviluppo. Partendo da queste considerazioni, Bon ha evidenziato come gli sforzi dell’azienda siano focalizzati sulla valorizzazione del vissuto dei suoi clienti. Per questi motivi McDonald’s investe molto nell’affinamento dei ristoranti riprogettandoli spesso e puntando sulle risorse umane impiegate che sono la vera interfaccia con il cliente. L’esperienza del consumatore è poi misurata quotidianamente in ogni singolo ristorante. Dalla richiesta del consumatore è nato anche il nuovo format McCafé che aprirà 100 punti di vendita in Italia entro il 2008. In McCafé l’esperienza del consumatore sarà differente da quella dei ristoranti: per esempio, le bevande calde saranno servite in tazzine di ceramica come nei bar tradizionali. Si tratta di un business che apre a nuovi target e con una grande potenzialità di crescita soprattutto perché richiesto e voluto dai clienti.
L’integrazione tra marketing e finance
La misurabilità dei risultati è un obiettivo prioritario
L’equazione secondo la quale il cliente coincide con il capitale reale dell’azienda è sempre verificata ma solo se è stato creato valore per il cliente stesso. È un’affermazione che appare tautologica ma in realtà nasconde un concetto importante: l’azione esercitata dal marketing deve dare dei risultati tangibili e misurabili anche sul versante economico altrimenti il cliente non è più un elemento di valore. Non solo quindi marketing strategy e marketing metrics, ma anche una metodologia per computare le ricadute in termini di margini, ricavi e flussi di cassa. Questo in sintesi il tema presentato e svolto da Fabio Ancarani, docente di Sda Bocconi che ha illustrato il Marketing Meets Wall Street, una metodologia messa a punto dal Marketing Science Institute per misurare l’impatto economico sulle imprese.
Le molteplici metriche disponibili convergono su un dato di fondo: la criticità del cliente in termini d’investimento. Fra le tante, appare interessante la metrica Nps che evidenza come il livello di soddisfazione del cliente sia correlato in modo oggettivo alle performance delle aziende che eccellono su questo versante, in particolare sui risultati finanziari.
La conferma a tale asserto è venuta dalla testimonianza di Federico Gavioli, general manager di Ge Healthcare che ha spiegato come la valenza della metrica di misurazione Nps abbia portato risultati tangibili in azienda. Negli ultimi anni Ge Healthcare ha modificato il proprio modello di business soprattutto sul versante dei processi introducendo una metodologia statistica di monitoraggio. Due i punti focali considera-ti: la valutazione e gestione della fedeltà dei clienti e la misurabilità delle performance. L’attenzione particolare a questi due indici dipende dal fatto che, secondo Gavioli, la fedeltà del cliente e la profittabilità dell’impresa sono quasi sinonimi, mentre la misurabilità è una condizione necessaria al miglioramento dei processi.
Su questo versante Ge ha investito molto introducendo delle metodologie statistiche per il monitoraggio dei processi e traendo le capacità di applicare un’analoga metodologia sul monitoraggio della fedeltà dei clienti. L’introduzione della metrica Nps ha determinato risultati tangibili su diversi versanti.
Obiettivo: efficacia ed integrazione con il marketing
Questa la sfida del sales per fronteggiare mercati sempre più competitivi
Le aziende sono sempre più spesso chiamate a ridefinire le attività dell’area vendite per migliorarne le performance. Ma tale revisione presenta delle criticità: secondo Paolo Guenzi, docente senior area marketing Sda Bocconi, nel ridisegno occorre coerenza tra gli obiettivi, spesso in conflitto: risultati di breve periodo ma fidelizzazione del cliente come massimizzazione dei volumi di vendita e attenzione alla marginalità. Inoltre all’area vendite è richiesto sempre più di collaborare alla definizione delle strategie aziendali e non solo alla loro concretizzazione. Fidelizzazione, soddisfazione del cliente e marginalità sono i nuovi parametri attraverso i quali le aziende misurano i propri venditori. Secondo Guenzi le sfide fondamentali sono 3: capire come integrare il ruolo tradizionale dei venditori con altri canali (internet, teleselling e altro); ristrutturarne il ruolo con un approccio di key account management; infine specializzare la rete non solo per area geografica o per prodotto, ma per segmento di clientela. Le a - ziende di vertice hanno già intrapreso una strada di questo tipo, come testimoniato da Eugenio Petrella, direttore commerciale Power Tools, Robert Bosch con l’operazione Sales Excellence Academy. Si tratta di un’operazione tesa a formare l’area marketing e sales al fine di cercare l’eccellenza in ogni campo della relazione con il cliente. Vi è da sottolineare come l’integrazione tra marketing e sales non sia così scontata e semplice-mente traducibile a causa di diverse aree di sovrapposizione: spesso sono richiesti interventi innovativi per raggiungere lo scopo. Un’innovazione testimoniata da Massimo Devoto, direttore vendite Procter & Gamble Italia. Per P&G l’integrazione si ottiene mettendo in pratica un’azione di marketing particolare detta shopper marketing. Questa attività ha l’obiettivo di massimizzare in positivo l’esperienza di acquisto del consumatore. E tutto ciò si può raggiungere solo se marketing e sales riescono a lavorare in modo sinergico: il distributore e il produttore devono lavorare a stretto contatto scambiandosi le informazioni. Con una tavola rotonda dedicata al futuro dei mercati, si è completata la prima giornata dedicata al marketing. Tre i partecipanti: Perluigi Guarise, direttore generale di Calv-Consorzio Agrario Lombardo Veneto, Enzo Biagini, regional manager sud Europa di Apple Italia, e Perpaolo Taliento, direttore business & marketing di Microsoft Italia. Due i settori a confronto ma con caratteristiche agli antipodi: agricoltura e l’Ict. La strategia di marketing di Apple per fronteggiare i nuovi mercati è... sempre la stessa: costruire e proporre prodotti con un forte orientamento al cliente per facilità di utilizzo. Sempre in tema di evoluzione dei mercati, appare interessante il rilievo di Microsoft che registra come il digital lifestyle e il digital workstyle convergano in un processo che può essere definito di “consumerization”. La sovra offerta di tecnologia ha aumentato la complessità richiedendo la razionalizzazione dei flussi. Su fronti differenti, sia Apple sia Microsoft lavorano per semplificare la vita all’utente. E quale sarà il futuro del comparto agricolo italiano? Nell’agricoltura vi è una forte attenzione alle tecnologie, anche grazie al cambio generazionale che porterà nei prossimi anni a una riduzione di aziende. L’agricoltura italiana è desti-nata a occuparsi di una produzione di elevata qualità e per questo motivo Calv sta investendo sui processi.
Retail: i nuovi modelli competitivi per i protagonisti del trade.
Evoluzione dei format e “high value low cost” per incrementare i consumi
Tutte le strategie di marketing e le tematiche legate al retailing moderno non possono esulare dallo studio profondo del consumatore. Sul tema ha esposto un’interessante relazione Federico Lalatta Costerbosa, partner e managing director di The Boston Consulting Group. Dalla ricerca emerge che i consumatori italiani sono sempre “meno italiani” e più globali nelle tendenze e nei consumi. Le decisioni d’acquisto sono determinate da trend demografici comuni ad altri paesi, e su questi occorre puntare attenzione. Attualmente di possono identificare 3 classi di consumatori particolarmente rilevanti: le donne di 40 anni, gli immigra-ti e gli anziani, sui quali costruire il futuro dell’offerta. Il segmento delle donne tra i 40 e 50 anni è il più studiato ma è anche il più difficile da servire: spesso lavorano e stanno esautorando gli uomini nelle decisioni di acquisto in molte categorie, automobili comprese. Hanno una vita con fasi molto diverse: partono da single per poi vivere la famiglia e spesso tornano single. In quest’ultimo stato in-vestono molto sulla loro immagine cercando di promuoversi socialmente sovrainvestendo in certe categorie; lo stesso comportamento di asimmetria rispetto al reddito disponibile si verifica quando diventano madri. Altra categoria importante sono gli immigrati (è possibile approfondire il tema consultando il dossier sull’immigrazione e il commercio pubblicato su MARK UP di ottobre 2007 e presente nel sito www.mark-up.it). Questi concorrono ai consumi per una cifra molto importante: si tratta di oltre 3 milioni di consumatori per una spesa di oltre 10 miliardi di euro. Sempre più simili agli italiani, faticano però a trova-re sul mercato servizi e prodotti accessi-bili facilmente per i connazionali: mutui per la casa, assicurazioni a prezzi concorrenziali per le automobili e altro. Su questo target i distributori possono cogliere grandi opportunità. La terza categoria è quella degli anziani. Questi ultimi incidono sui consumi food per il 20% ma non sono generalmente presi in considerazione dai player della distribuzione. Si tratta di persone sole con u - no scontrino medio basso e preoccupati della condizione economica. Desidera-no costruire una relazione personale con il canale di vendita e cercano pack ridotti. Spesso non trovano nei negozi di vicinato risposte soddisfacenti alle proprie esigenze. Secondo Boston Consulting, la Gd ha grandi opportunità nella fornitura di servizi a valore aggiunto soprattutto nella direzione di restituire tempo ai consumatori. Un altro elemento rilevante è correlato alla quota di reddito disponibile ai consumatori italiani oggi assorbita da mutui e affitti. In definitiva è ancora l’innovazione la strada indicata per incrementare i consumi. Annualmente, Boston Consulting svolge un’indagine su un panel di 5.000 consumatori con l’obiettivo di valutare l’andamento delle dinamiche di consumo. Tra i criteri d’indagine vi è l’individuazione delle categorie merceologiche sulle quali i consumatori tendono a effettuare una sovraspesa, soprattutto per acquisti a elevato impatto emotivo, ricavando le risorse necessarie dal taglio delle risorse per altre categorie. Un dato importante è che gli acquisti equilibrati effettuati da consumatori disposti a spendere corretta-mente nel food e nel non-food sono in calo: nel 2000 valevano il 45%, oggi si assestano al 30%.
Verso l’high value low cost
Food e non-food soffrono molto la con-trazione dei consumi: molte categorie di questi macrosettori ricadono nel fenomeno che Boston definisce “trading-down”, in cui il consumatore tende a risparmiare per ricavare le risorse per al-ti acquisti. Rispetto ai vari format di vendita emergono delle importanti opportunità di sviluppo relative alla specificità dell’offerta e all’esperienza di acquisto: ciò che appare importante è caratterizzarsi. Mentre i discount fanno leva sul prezzo e i super sulla prossimità, appare più difficile la mission per chi attua una politica “general purpose”, che possa accontentare tutti come gli iper. Questi ultimi tendono a delude-re chi cerca il prezzo ma anche chi cerca l’assortimento che apprezza maggior-mente l’esperienza di acquisto di retailer specializzati. In definitiva l’innovazione di formato è la strada che Boston indica per conquistare il consumatore. Ma, oltre questo, la vera sfida del futuro è quella di offrire prodotti di elevato valore a prezzi molto bassi: l’high value low cost. Per conseguire questo obiettivo occorre effettuare delle scelte coraggiose che prevedono il taglio su tutte le dimensioni non rilevanti, focalizzando-si su tutto su ciò che il consumatore non è disposto a rinunciare. L’esempio portato da Boston è eloquente: una catena alberghiera low cost è riuscita a offrire ai clienti di tipo business sistemazioni tranquille in camere pulite e comode, tagliando sul servizio di ristorazione, sulla bellezza dell’architettura, sulle sa-le, e sulla reception introducendo il check in e check out automatico. Tale approccio è possibile incontrarlo anche in altri importanti servizi: dai voli low cost ad alcuni servizi bancari. Il futuro, secondo Boston, è anche e soprattutto in questa direzione.
Per innovare GD e industria devono cooperare
L’obiettivo è scaricare l’innovazione sul mercato con costi ridotti.
Una delle tavole rotonde più “calde” è stata incentrata sulla negoziazione, più in dettaglio sul rapporto tra Gd e industria di marca in termini d’innovazione. Organizzata da MARK UP e moderata dal direttore Andrea Sparvoli, ha presentato le esperienze di Sisa, Procter & Gamble, Metro Italia, Parmalat, Nestlé Purina e Coop Italia. Il punto di partenza sollevato da Sparvoli è la concorrenza degli obietti-vi tra industria e distribuzione. Uno degli elementi di rilievo citato da tutti i soggetti partecipanti è la necessità di affinare e ottimizzare i processi intercorrenti tra industria e distribuzione al fine di ridurre i costi di entrata sul mercato dei nuovi pro-dotti. Ma oltre ciò vi sono anche altre strade da percorrere, come le operazioni con-giunte che consentono di gestire le categorie con un elevato ritorno in termini di
profitto. Per Mario Maiocchi, presidente Metro Italia, la distribuzione in Italia presenta una situazione eterogenea con un rapporto tra superficie e abitanti inferiore al resto d’Europa. Tale caratteristica non è necessariamente un elemento negativo e consente di sviluppare il business con più efficienza.
Per Carlo Prevedini, direttore generale di Mondo Parmalat, nel rapporto tra industria e distribuzione occorre non dimenticare i rapporti di scala e soprattutto la tipologia di prodotto. Per aziende medie, che non hanno un potere di negoziazione globale, tratta-re con la distribuzione italiana presenta dei vantaggi. Dimensione e qualità sono elementi discriminanti.
La visione di Lucio Scaratti, direttore generale Nestlé Purina pet care sud Europa, è so-stanzialmente positiva nel giudizio riguardante il rapporto tra industria e distribuzione. I margini per un miglioramento sono tangibili ma occorre incrementare il livello di cooperazione e rimuovere i blocchi nei vari processi di negoziazione per sostenere la trasformazione in atto. Rispetto a 10 anni fa i negozi di prossimità stanno riemergendo, crescono gli hard discount, si diversificano i format ecc.
Per Sergio Cassingena, presidente Sisa, occorre cogliere nei rinnovi dei contratti tra industria e distribuzione delle opportunità per incrementare il business. Considerata però la grande differenza di dimensioni tra le industrie, è forse arrivato il momento di ridefinire le poste contrattuali.
Per Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, i rapporti industria e distribuzione sono migliorati notevolmente negli ultimi 10 anni, in termini di processi e organizzazione. Ma, al di là degli elementi emersi, occorre considerare un concetto fondamenta-le: la distribuzione ha assolutamente necessità di vera innovazione. Infatti meno dell’1% dei prodotti nuovi portati nella grande distribuzione ha avuto successo conquistando i consumatori. Il 99% è uscito miseramente con costi complessivi di gestione non trascurabili. Ecco che, per Tassinari, il listing fee è una garanzia, un filtro più che una gabella ai danni dei produttori.
Nel retailing, l’innovazione della relazione è parte del business
Una costumer experience memorabile è alla portata del punto di vendita
Fondere le necessità e i bisogni dei clienti con le possibilità e opportunità offerte dai prodotti innovativi. Questo è l’obiettivo del retailing moderno secondo Sandro Castaldo, di-rettore area marketing Sda Bocconi. È l’innovazione che rappresenta il driver dei mercati sia quando si ha innovazione incrementale sia radicale. Ovviamente l’innovazione radicale è molto più difficile da perseguire rispetto a quella incrementa-le e, secondo una ricerca, solo il 14% delle novità è di tipo radicale. Una frazione piccola ma importante; sempre secondo una ricerca ad hoc, l’incremento di profitto per le aziende che riescono a immettere sul mercato prodotti di questo tipo può essere del 61%. Ma come si riconosce un prodotto realmente innovativo? Dipende dalla categoria in cui il consumatore lo colloca. Se la categoria di catalogazione è già esistente, il prodotto esprime un’innovazione incrementale, se la categoria è nuova, l’innovazione è radicale. L’innovazione del punto di vendita assume anch’essa una valenza molto importante, perché riveste la dimensione relazionale. Per Castaldo i punti di vendita si stanno tra-sformando da fornitori di prodotto in fornitori di esperienze e, rispetto a questa accezione, le tecnologie informative possono giocare un ruolo di primo piano. Attualmente il mercato registra un processo di polarizzazione dei consumatori verso il prezzo migliore o verso l’esperienza di acquisto più soddisfacente. Secondo Giuseppe Vergani, retail e consumer products leader global business services di Ibm Italia, per fronteggiare questi fenomeni occorre un approccio al cliente più “scientifico”. In sintesi, è necessario mettere in campo una strategia di brand coerente, puntare sulla conoscenza profonda del cliente per sottoporgli un’innovazione recepibile, ottimizzare i processi e le operazioni centralizzando il tutto sul consumatore. La conoscenza di quest’ultimo oggi è facilmente acquisibile attraverso le tecnologie informatiche applicate ai comportamenti di acquisto, mentre l’alta specializzazione delle risorse umane può offrire un efficace interfacciamento tra il retailer e i clienti. Tuttavia è l’esperienza di acquisto la più suscettibile a evoluzioni. Sostanzialmente si tratta di veicolare degli stimoli al consumatore che visita il punto di vendita utili a coinvolgerlo, facilitandogli la scelta e soprattutto esercitando un’efficace azione propositiva. Vi so-no poi altri ambiti che possono migliorare l’esperienza nel pdv: un ambito importante è quello del pagamento attraverso le carte. In questo ambito, Ingenico ha messo in evidenza come ormai si possa pagare con le carte anche al di fuori del punto di vendita nelle fasi di home delivery grazie alle reti dati wireless. Il futuro è l’utilizzo del cellulare per effettuare i pagamento come avviene già oggi in Giappone dove 20 milioni di apparati con questa funzionalità sono già stati venduti. Accanto all’innovazione di prodotto o di relazione esiste anche l’innovazione di servizio come testimoniato da Joe Erdeman, presidente di Assurant Solutions. Il mercato assi-curativo delle estensioni di protezione del prodotto o estensioni di garanzia sta dimostrando un interessante rate di crescita. Soprattutto applicato a beni durevoli dal significativo costo unitario, è un servizio percepito dai consumatori come un incremento di valore del bene acquistato. Inoltre, dai riscontri sul campo, emerge anche un’azione fidelizzante. Tale risultato è comunque correlato alla qualità del servizio che si esprime anche attraverso il supporto tecnico, l’integrazione con la rete di riparatori costituita anche terze parti e da tempi di riparazioni in linea con le aspettative del cliente.
Il negozio del futuro erogherà beni e servizi in modo integrato
L’innovazione raccoglie o ispira le esigenze del cliente
La tavola rotonda diretta da Luigi Rubinelli, direttore di Gdo Week ha dibattuto sull’evoluzione futura del punto di vendita e sul tipo di rapporto che instaurerà con il consumatore. Un futuro già anticipato da insegne leader che stan-no compiendo una trasformazione culturale e concettuale. Il panel che ha partecipato alla discussione ha coinvolto rappresentati di Gruppo Coin, Media-market, Carrefour e Ikea. Le quattro insegne hanno messo in campo una decisa azione innovativa anche se con connota-ti differenti. Oviesse di Gruppo Coin ha cambiato posizionamento passando da semplice retail di abbigliamento a “creatore, selezionatore e produttore di abbigliamento di qualità in maniera responsabile sempre al giusto prezzo”. Non si tratta di un semplice cambio di pay off ma di un nuovo modo di rapportarsi con i clienti che possono contare anche su pdv completamente riprogettati. Carrefour ha fatto ricorso a una firma della moda, Max Azria, per far disegnare l’offerta di abbigliamento per donna. Lo scopo è rafforzare l’offerta soprattutto nel percepito dei consumatori, come mai la Gd è riuscita a fare. Media World ha invece ideato un nuovo format di punto di vendita, creando al suo interno uno spazio circolare in cui il cliente può sperimentare e vivere la tecnologia. Infine Ikea ha scoperto la propria valenza di venditore di mobili adatti all’allestimento di punti di vendita di piccole dimensioni. Un’innovazione “spontanea” rispetto al target abituale. Ma quali sono stati gli input decisivi?
Per Stefano Beraldo, ad di Gruppo Coin, l’innovazione del punto di vendita Oviesse è stato indotto dal cambiamento di indirizzo dei consumatori e dal nuovo approccio alla vendita dell’abbigliamento da parte della grande distribuzione. L’invecchiamento della clientela e l’arrivo sul mercato di nuovi player che coniugano
basso prezzo ad elevata qualità percepita hanno fatto da propellente aggiuntivo da cui è scaturita anche la collaborazione con Fiorucci per raggiungere il target femminile. La transizione strategica è stata completata con la ridefinizione del punto di vendita in chiave moderna con lo scopo di stimolare emotivamente la clientela. Simona Scarpaleggia, deputy country manager Ikea Retail Italia, ha testimoniato come sia stata la clientela abituale a manifestare l’interesse per l’arredamento di piccoli pdv e Ikea ha raccolto l’input rimodulando l’offerta. Viceversa è Media World a indirizzare il proprio cliente, ridefinendo layout e spazi del punto di vendita in funzione dell’evoluzione tecnologica. Pierluigi Bernasconi ad di Mediamarket, ha spiegato come il pdv di qualche anno fa disponeva di spazi per televisioni e riproduzione musicale completamente diversi da quelli allestiti oggi, con i tv in crescita dimensionale e i player musicali verso la miniaturizzazione. Nel settore delle tecnologie informatiche sono pressoché spariti i cicli di produzione sostituiti da lotti che si esauriscono con lo stock in vendita. Inoltre il marketing e la produzione faticano a trovare una sincronia continua. Questo rende la vendita di Ict particolarmente complessa. Per Carrefour l’innovazione è una necessità. Come spietato da Giuseppe Brambilla ad di Carrefour, senza innovazione non vi è crescita e questa è da ricercare in nuovi prodotti o servizi. L’ingresso nella telefonia mobile è un esempio di innovazione applicata alle tariffe. Un altro esempio è la possibilità di paga-re le bollette delle utenze alle casse: in questo caso l’innovazione è la nuova modalità del servizio. Le invenzioni nel food sono più difficili da realizzare ed emergono prevalentemente nel fresco: per ogni format e categoria, l’innovazione ha una declinazione diversa.
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