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Freddo rapporto con il proprio alloggio, gli stranieri in Italia socializzano negli spazi aperti. E vivono la città con calore. Il momento di consumo preferito è, conseguentemente, quello nel mercato rionale.
Il tema dell’integrazione degli extracomunitari nel nostro paese è quotidianamente oggetto di cronaca e di riflessione. Si tratta di una questione che indubbiamente impatta sulla qualità della vita di tutti, che ci pone di fronte non solo a problemi riguardanti la criminalità o l’integralismo religioso, ma anche al timore di vivere in una società in trasformazione profonda, nella quale non è dato sapere se i valori oggi fondanti la nostra identità e le nostre abitudini di italiani permarranno in futuro.
Integrazione e scontro
Il lungo periodo di pace e di sostanziale armonia sociale, in questa parte del mondo, unito all’accelerazione delle possibilità di cambiamento (e non solo del cambiamento stesso), ci rende attaccati alle attuali condizioni di vita e timorosi di perderle. Si fatica a vedere quanto di meraviglioso e fecondo - forse - sta davanti a noi, come capita di fronte a qualsiasi momento di svolta. Nel dossier di questo numero, MARK UP affronta il binomio integrazione-scontro di culture diverse sotto un punto di vista particolare: quello legato agli oggetti e ai luoghi del consumo. Non solo perché Marketing & Trade si occupa di distribuzione e di comportamenti di acquisto, ma anche perché da ricercatori crediamo che forse proprio il consumo possa essere linguaggio comune in questo mondo globale.
La borsa dei valori
Ecco qualche esempio. A latitudini e longitudini diverse si danno differenti interpretazioni al significato di democrazia, al rapporto tra i sessi o al ruolo degli anziani, ma in tutto il mondo nulla risulta più terribilmente normalizzante nei valori impliciti ed espliciti di una bottiglia di Coca-Cola o di una scarpa Nike. In certi paesi le persone lottano per la pura sopravvivenza ma, una volta arrivati in Italia, l’identità individuale si gioca sul possesso di televisione, telefonini e zainetti griffati per i figli.
Se il consumismo svilisce indubbiamente l’uomo riducendolo a soggetto passivo, d’altra parte proprio l’ineluttabilità del richiamo dei consumi può fungere da termine comune in una società per valutare i livelli d’integrazione di comportamenti, valori, costumi. Con l’opportunismo di solito riservato alle operazioni di marketing c’è da valutare se la tensione verso lo standard di consumi “degli altri” non solo ha contribuito al crollo del muro di Berlino o incarna la voglia di libertà dei cinesi, ma ci permette di capire qualcosa di più della vita e delle aspirazioni dei nuovi italiani.
*Marketing & Trade
Identità dormiente, si tiene un profilo basso
Quale che sia l’etnia di appartenenza, la professione esercitata o la struttura del nucleo familiare, gli immigrati extracomunitari di prima generazione vivono in continua oscillazione tra il desiderio d’integrazione e quello di salvaguardia della propria identità culturale. L’atteggiamento prevalente di fronte agli italiani-italiani è quello del pudore, dell’adozione di un basso profilo, della volontà di non apparire troppo mentre si cerca nel gruppo dei connazionali la comprensione e la condivisione dei problemi quotidiani.
Anche chi dichiara di avere amici di nazionalità diversa alla fine non li frequenta se non nelle occasioni strettamente collegate ai motivi di conoscenza (genitori di altri figli a scuola, clienti, colleghi di lavoro). Tutto ciò a fronte di una pur positiva valutazione che danno della loro permanenza nel nostro paese o dell’atteggiamento (per lo più definito gentile e disponibile) degli italiani.
La perdita dei contatti
Il loro timore di perdere i contatti con il paese di origine porta alla volontà di preservare la propria identità culturale. Tuttavia il loro stile di vita più semplice e un tenore economico inferiore vengono percepiti come svilenti, fonte di sottile vergogna e senso d’inferiorità. È quindi il lato più prettamente consumistico che li fa autopercepire come inadeguati mentre presso gli intervistati di tutte le etnie è forte la convinzione che i loro valori siano superiori a quelli attualmente veicolati nella società italiana: attaccamento alla famiglia, rispetto per gli anziani, virilità, senso della decenza.
Le spese per lo più vengono limitate al minimo necessario, essendo vincolate alla necessità di far quadrare il budget e inviare una pure cospicua parte di reddito nei paesi di origine (per lo più per la costruzione di una casa in patria o per il supporto ai famigliari rimasti). Gli extra sono riferibili a: sfizi, per esempio l’acquisto di birra o superalcolici; spese per i figli, per mantenere il loro livello dei consumi al pari con gli standard italiani (e quindi materiali scolastici, vestiti e giochi anche firmati); infine abbigliamento, con una certa predilezione per gli accessori status.
La presenza dei figli sposta drasticamente le esigenze di budget
Prevalentemente, come detto, i consumi sono ispirati alla morigeratezza. Una maggiore predisposizione alla spesa esiste sul versante non-food. I negozi di abbigliamento preferiti risultano Oviesse e H&M. Piacciono anche le grandi superfici specializzate come Castorama. In Ikea più facilmente si acquista per portare in patria anche per riportare in patria, sfruttando le intrinseche comodità di trasporto. Più di tutto piace l’elettronica e in particolare la telefonia: Media World da questo punto di vista è una delle superfici più conosciute e frequentate se non per l’acquisto dell’ultimo modello di cellulare, almeno per il penultimo.
Le alternative
Si segnalano “canali” di approvvigionamento alternativi: il baratto o lo scambio tra privati di prodotti strumentali (mobili, elettrodomestici, ancora cellulari) è assai praticato. Piuttosto diffusa (e organizzata) è anche la consuetudine di accedere a prodotti in stock - o in qualche modo di provenienza parallela - per tramite di amici e conoscenti che, lavorando come commessi, trasportatori, o altro in aziende di produzione o distribuzione, dispongono di prodotti a minore o nullo costo (è il caso dei pasti avanzati di catering aereo o di merci di fine stock nei negozi di abbigliamento).
Figli e svolte
È l’arrivo dei figli, in ogni caso, il grande momento di svolta verso il processo d’integrazione, evidenziato in maniera chiara da nuove esigenze - e volontà - di consumo. Da un punto di vista psicologico e sociale l’arrivo di un figlio in Italia modifica fortemente le prospettive per il futuro. I figli si confrontano inevitabilmente e alla pari con comportamenti e valori esterni al gruppo di appartenenza, se non altro
in ambito scolastico. Accedono a sistemi di valori che non sono quelli dei genitori, i quali, come chiunque nella loro situazione, si ingegnano per favorire la loro integrazione e accettazione, a partire dal problema della padronanza della lingua italiana. Inoltre l’arrivo di un figlio comporta per gli immigrati l’intensificarsi delle relazioni con il sistema amministrativo italiano: il personale dell’ospedale, il pediatra, gli insegnanti rendendo impossibile per l’immigrato mascherarsi dietro una provvisorietà desiderata. Gli intervistati, quali che sia la loro etnia, si sono dichiarati utilizzatori soddisfatti delle infrastrutture sanitarie, amministrative e dei servizi, ma solo l’avvento di un figlio colloca queste relazioni in un’ottica di lungo periodo.
Il brand dei bimbi
Per chi ha figli, dunque, cambia senso e modo del consumo del sistema Italia. Cambiano anche i driver di consumo con l’arrivo della prole. Per esempio, cresce l’importanza del brand - a discapito della convenienza - per l’alimentazione destinata alla prima infanzia. Vengono acquisite consuetudini di consumo dal sistema circostante: si mutua dai compagni di classe il rito di festeggiare a scuola il compleanno con una torta Mulino Bianco. L’acquisto del materiale scolastico è centrale: non mancano zainetti e quaderni con i personaggi in licenza più famosi, rigorosamente acquistati all’ipermercato. Sempre l’iper è punto di riferimento insieme a Oviesse per l’abbigliamento dei piccoli di casa. Interessante segnalare che mentre i nuovi italiani cercano di far tenere il passo ai figli con i compagni italiani, la vera competizione si gioca con i connazionali. Un brutto voto o un paio di scarpe nuove diventano oggetto di discussioni e discorsi all’interno della comunità di appartenenza.
Abitazione provvisoria
La casa è un ambito di analisi interessante per capire il rapporto del campione indagato con il mondo del consumo e dell’apparire. Innanzitutto la dimora rappresenta in genere lo spazio intimo dell’individuo e quindi dice qualcosa di lui e dell’immagine che vuole dare alle persone che ospita. In secondo luogo ci racconta come si stipano e si consumano gli acquisti alimentari e non. Le case delle persone intervistate, indifferentemente dall’etnia di appartenenza, trasmettono in generale un senso di provvisorietà e mancanza di personalizzazione. La maggior parte abita, infatti, case in affitto già ammobiliate caratterizzate, quindi, da funzionalità e minimalismo, ma ciò che colpisce visitandole è la tendenziale mancanza di ogni tocco personale. Non ci sono suppellettili, ricordi del proprio paese, acquisti di strumenti o mobilio che non siano pentole o televisori. Gli ambienti appaiono spogli, spesso con soluzioni improvvisate (letti che impediscono l’apertura delle porte, carrelli provvisori per i televisori ecc.) anche presso i caldi latinoamericani. Le sistemazioni interne dei mobili sono in generale poco ordinate e pensate. L’opposto della logica Ikea, tanto per intenderci. I detersivi appaiono spesso stipati insieme ad alimentari, in una confusione che appare tanto più strana in quanto le professioni del campione indagato sono spesso correlate con l’ordine, la pulizia e la sistemazione. Mentre parte importante del reddito viene indirizzata per l’acquisto della casa in patria, la dimora italiana somiglia a un domicilio per le vacanze, con il suo senso di provvisorietà voluto. Non un trampolino di lancio come le prime case dei giovani, non un luogo di identità culturale o un nido di ricordi, ma un posto volutamente di passaggio e non ostentato.
Il discount di attrazione, ma non per frutta e carne
Luogo comune è che il canale di acquisto preferito delle etnie in Italia sia quello discount. In effetti è così per molti prodotti (alimentari e non), persino quelli per la cura del corpo che hanno minore penetrazione di canale presso gli italiani. Nei discount non vi acquistano mai, però, i prodotti freschi. Gli intervistati rivelano, infatti, una maggiore competenza rispetto alla media degli italiani nel valutare le caratteristiche di freschezza e qualità di carne, pesce, frutta e verdura. Forse perché ne hanno una maggiore vicinanza e passione. Le persone dell’est europeo hanno spesso orti nella loro casa di origine e sanno (e vogliono) ben valutare frutta e verdura; alcuni si organizzano per farsi arrivare direttamente dal proprio paese i prodotti. A Milano, al mercato semiclandestino di Cascina Gobba si può comprare oppure pagare il servizio di trasporto. Gli intervistati di religione musulmana hanno esigenze specifiche per la carne (halal) e, talvolta, si organizzano in gruppo per acquistare l’animale prima della macellazione. È recente, inoltre, la notizia degli orti di autoproduzione della comunità filippina milanese.
I mercati rionali
Canali di acquisto alternativi quindi, ci sono. La preferenza va verso il mercato rionale: vero canale di acquisto per la gran parte degli alimenti freschi. Le osservazioni comportamentali svolte nei mercati su acquirenti di varie etnie svelano una tendenziale bassa fedeltà a specifiche bancarelle e un comportamento da cherry picker tra le diverse offerte (tutte analizzate in dettaglio) che coniuga prezzo e qualità. Palpare, annusare, soppesare frutta e verdura sono attività svolte con attenzione anche dagli acquirenti uomini. Il supermercato finisce per essere un comodo compromesso tra qualità e convenienza. È di fatto il format che meglio accontenta gli acquirenti rispetto alle dimensioni della spesa che qui appaiono del tutto analoghe a quelle degli italiani. Il format ipermercato, invece, non piace: troppo stress e una convenienza inferiore ai supermercati per la parte alimentare. Frequentata comunque (ma da famiglie con figli) l’area bazar e la galleria. In sostanza, nella gran parte dei casi, il centro commerciale non pare format per le etnie in Italia, ben si capisce come l’eccessivo stimolo all’acquisto, una dimensione poco a misura d’uomo e un minore accento sulla qualità possano non accompagnarsi adeguatamente al rigore dei consumi e al senso di piccola comunità del target indagato.
Il negozio etnico
Il ruolo dei negozi alimentari etnici ha luci e ombre. Da una parte costituiscono un punto di riferimento per la memoria e per il legame con la terra di origine. Vi si trovano prodotti originali, freschi e confezionati, e un assortimento etnico impossibile da pareggiare (è il caso delle 15 varietà diverse di pesce gatto surgelate - provenienza Vietnam - di un negozio in zona Stazione Centrale). Gli intervistati dichiarano che il sapore dei prodotti provenienti da casa propria è di-verso da quello con altre origini… anche se si tratta di mango o banane. Questi negozi sono, poi, spesso punti d’incontro con i connazionali, in particolare per la comunità islamica che unisce la vendita di carne “consentita” ad attività religiose (talvolta nel retro si celano piccole moschee). Tuttavia gli intervistati ritengono molto costosa l’offerta dei negozi etnici e, a fronte di un aumento dell’assortimento presso la distribuzione moderna, la preferenza va a supermercati e discount, limitando ai primi l’acquisto di spezie o di soli prodotti non trovabili altrove. Insomma, al di là delle apparenze e al di fuori, forse, della comunità musulmana, non sembra che i negozi etnici siano punto di riferimento continuativo per i propri connazionali. In conclusione si segnala una sicura sovrapposizione dei luoghi di acquisto tra etnie in Italia e gli stessi italiani e un’analoga visione dei punti di forza e di debolezza dei diversi canali.
Sorpresa: le donne si adeguano e conquistano subito le referenze light
Entrando nel merito dei prodotti alimentari acquistati, si evidenziano i primi veri momenti di rottura con le tradizioni del paese di origine e la testa dell’ariete sono le abitudini dietetiche femminili. Le signore intervistate nel campione dichiarano di apprezzare molto le italiane per il loro stile e la cura di sé e l’indipendenza che le caratterizza. Tendono quindi dopo breve tempo dal loro arrivo a imitarne abbigliamento e abitudini, ad adottare alcune accortezze alimentari. Compare sulle tavole lo yogurt magro, i prodotti light e si riduce la cucina tradizionale, considerata ad alto regime calorico. Questo capita anche nei nuclei familiari più chiusi alle innovazioni e, quindi, si può ben parlare di una subdola e sottile rivoluzione
Le diete
Le trasformazioni del fisico, a seguito della mutata dieta, contribuiscono a cambiare la fisionomia delle persone che nel corso dei loro viaggi in patria si sentono dire dai conoscenti che ormai sembrano degli italiani. E a loro è evidente questa trasformazione anche fisica - e non solo culturale - che li fa sentire appartenenti un po’ qua e un po’ là nel mondo. In genere non si segnala una fedeltà forte verso la marca dei prodotti alimentari: l’attenzione è verso la qualità e la convenienza, anche se il brand è considerato generalmente una garanzia. Gli acquisti così vi convergono qualora le numerose promozioni - monitorate tramite i volantini e acquisti mirati - contemplino prodotti brandizzati. In alternativa le scelte di acquisto nei supermercati si orientano spesso verso le marche commerciali (per il primo prezzo meglio il discount).
I menu
In genere i menu settimanali si ispirano nei giorni infrasettimanali alla cucina italiana, considerata leggera, adatta ai momenti di lavoro, facile da preparare e salutare. Nel fine settimana è diffusa l’abitudine a pranzare o cenare con i piatti d’origine che vengono preparati e consumati in gruppo (amici e parenti). Gli acquisti di prodotti etnici riguardano quindi solamente questi momenti, mentre abbastanza diffusa è l’abitudine di personalizzare un po’ il gusto dei piatti mediterranei con qualche spezie o salsa tradizionale. Così nascono, per esempio, gli spaghetti alla matriciana in salsa di tabasco
Negozi etnici nel capoluogo lombardo, specchio culturale dei frequentatori
Gli spazi commerciali ci possono dire molto della cultura e del tratto psicologico di chi li conduce o di chi li frequenta. Assumono un carattere che sfugge persino alle modalità realizzative e al design degli arredi. Accolgono le storie che passano di lì, si stratificano e creano sistemi di senso che prescindono dalle sole logiche commerciali. Diventano dei musei interattivi dove il visitatore acquisisce senso grazie alle merci esposte e dove i prodotti seguono le sorti del compratore. Se per certe culture nessuna cosa esiste se non ha nome, così un prodotto non diventa merce senza la presenza di un acquirente, e il loro insieme definisce e crea il punto di vendita. Interessante applicare questo punto di vista ai sopralluoghi che Re.d ha effettuato ai punti di vendita “etnici” a Milano (ristoranti e fast food, phone center, negozi alimentari e di abbigliamento, ambulanti, centri di cosmetica e parrucchieri). La prima evidenza è la maggiore fluidità dei canali. Nei luoghi di vendita non solo si offrono merci ma spesso anche informazioni, collegamenti, relazioni, servizi. E accanto ai format distributivi tradizionali per i connazionali si affiancano altre forme e luoghi di scambio: si noleggia, si impresta, si indica, si baratta, si trasporta solamente, dentro e fuori i luoghi di vendita.
Ci si inventa coiffeur ambulanti per le comunità dell’est europeo davanti alla Stazione Centrale, mentre esiste una rete di parrucchiere domenicane che esercitano a casa propria per i loro connazionali. Il mercato clandestino (ma tollerato) di Cascina Gobba offre merci e servizi di trasporto per persone e prodotti da e verso l’est europeo. I phone center presidiano invece l’area dell’accoglienza e dell’assistenza dei nuovi arrivati (spesso ancora clandestini).
L’integrazione
Nei negozi alimentari, e in particolare gli ambulanti che trattano il fresco, l’integrazione diventa evidente nei cartelli di prodotto che mischiano nomi nelle lingue di origine con termini in italiano con qualche storpiatura. Nelle promozioni in cinese di Chardonnay nazionali. Nell’inclusione in assortimento di prodotti d’importazione parallela perfettamente rintracciabili in qualsiasi supermercato meneghino. Le peculiarità tra etnie in questo ambito sembrano rilevanti e con-seguenti, in prima analisi, a differenze culturali (relative al rapporto tra individuo e comunità, senso del tempo, senso dell’organizzazione). Gli esercizi commerciali cinesi sono ferreamente organizzati e non si precludono alcuna possibilità commerciale. Forte è la multifunzionalità degli spazi (i market diventano piccoli bar e piccoli ristoranti con vetrine dedicate però all’abbigliamento venduto da un negozio a fianco). La ripartizione interna degli spazi (anche se sempre molto ammassati) è curata e rigida. Si privilegia un concetto commerciale legato alla massificazione organizzata. I corrispettivi russi al contrario si ispirano alla qualità: minor senso di stoccaggio e quel mix tra razionale ed etnico che li rende prediletti anche dagli stessi milanesi.
Mondo latino
La calda visione della vita dei sudamericani si traduce in luoghi (phone center e ambulantato alimentare) vissuti e un po’ confusionari, dove la centralità - quale che sia la natura del business - è mangiare o bere sempre sul posto (spesso ci sono frigoriferi per le bibite refrigerate, se chiedete l’ambulante vi impresterà un coltello per pelare l’ananas appena acquistato). I luoghi di vendita della comunità musulmana trasudano rigore e funzionalità. Appaiono poco permeabili a relazioni esterne alla cerchia dei connazionali. Sono avari di indicazioni e comunicazioni. Per quanto riguarda i negozi alimentari (in particolare le macellerie halal) la qualità e l’assortimento allettante dei prodotti si scontra spesso con l’incapacità di intendersi in lingua italiana. Ma un posto da consigliare e visitare con discrezione è Bangladesh: un alimentari con un’incredibile varietà di pesci surgelati (chi conosce il pesce capra del Vietnam? Noi abbiamo trovato solo riferimenti alle mitologie sumeriche…).
Alla conquista della città
Tutti gli intervistati hanno un lavoro; spesso anche due o tre. La ricerca di reddito, finalizzata al risparmio e all’invio di soldi in patria, è motivo centrale della loro permanenza in Italia. Non sempre questi lavori sono a tempo indeterminato ma la perseveranza nel cercare fonti di reddito garantisce una buona continuità reddituale. Sono fondamentalmente professioni “che gli italiani non vogliono fare”: badanti, magazzinieri, trasportatori, infermiere e per le donne la regola è accettare lavori che comportano una grande flessibilità di orari (chi ha figli piccoli si organizza in gruppo affidandoli a una connazionale).
LA DIGNITÀ. C’è un senso di grande dignità in quello che fanno e di presa di distanza decisa rispetto agli irregolari o peggio agli immigrati legati ad attività illegali. Il tempo libero è prezioso ed è dedicato ai valori primari: innanzitutto la famiglia, quindi la comunità di riferimento. Si è già detto dell’usanza di consumare (e cucinare) in compagnia i piatti della propria tradizione. In effetti questo sembra contraddistinguere sabati e domeniche laddove altre attività ricreative (a pagamento) come cinema e ristoranti sono poco diffuse.
L’idea del tempo libero è quella fondamentalmente di un tempo sociale, trascorso in spazi pubblici gratuiti. Parchi cittadini d’estate, zone centrali o centri commerciali d’inverno. La città viene usata nel senso positivo del termine: vi si riversa la comunità come in una festa di paese. Persino gli alcolici consumati per strada spesso sono portati da casa o acquistati da connazionali che si improvvisano ambulanti.
L’ESPROPRIO. Per gli italiani il tutto è vissuto come un esproprio della città. La massa degli immigrati che si riversano nei parchi o nelle zone cittadine, l’integrità della loro comunità, il senso di festa che diventa disordine, forse fuori controllo, intimidisce e probabilmente a ragione. Ma come non riflettere sul fatto che probabilmente proprio loro, i rumeni, i filippini, i peruviani, esprimono una concezione più viva e sociale della città? Di fronte a milanesi distratti che trattano la loro città come un qualche cosa di estraneo e freddo, il calore e il possesso che esprimono i nuovi italiani fanno anche un po’ invidia.
Un caso: il mercato comunale coperto di piazza XXIV Maggio a Milano
Come per gli altri studi realizzati da M&T è prevista una presentazione-evento in collaborazione con MARK UP aperta al pubblico. Quest’anno è stato scelto come sede il mercato comunale coperto di piazza XXIV Maggio (zona Ticinese) a Milano. Le caratteristiche e la storia di questo luogo di commercio sono particolarmente interessanti per il tema oggetto dello studio.
Come ci racconta il dottor Iliano Maldini, presidente Assofood Milano, il mercato del Ticinese infatti ha una storia lunga di profonde radici meneghine. È stato costruito nell’immediato dopoguerra (si dice usando i mattoni recuperati dalle macerie dei bombardamenti circostanti) dagli stessi commercianti su territorio comunale. Il quartiere, pur vicinissimo al centro di Milano, ha sempre avuto caratteristiche popolari ma profondamente ancorate all’anima della città. Vi sopravvivono importanti reperti di origine romana e paleo-cristiana, vestigia dell’epoca del Barbarossa, mentre le numerosi corti hanno ospitato, nel corso dei secoli, laboratori artigianali (all’epoca di Leonardo da Vinci), attività di criminalità popolare cittadina (del dopoguerra), centri di aggregazione dei giovani del ’68 prima e dei punk negli anni successivi. Ora si moltiplicano ricchi loft di architetti e designer.
Incontro con le etnie
Insomma, il Ticinese è uno spaccato della vita e della storia cittadina. E lo è anche rispetto alle problematiche d’integrazione tra milanesi ed etnie arrivate in città. Raccontano Adriano Serrandrei (fiduciario del mercato) e Carlo Salis (consigliere) che fino a 10 anni fa tutti gli esercizi commerciali del Mercato avevano clientela e prodotti prettamente milanesi. È stato però proprio il titolare italiano di un banco di ortofrutta a inserire alcune referenze etniche (tutto iniziò con il platano…) per offri-re qualcosa di nuovo e difficilmente rintracciabile ai propri clienti. Il passaparola ha fatto il resto. A oggi i banchi di frutta e verdura del mercato offrono un assortimento impareggiabile di produzioni sudamericane e alcuni degli stessi sono gestiti da commercianti equadoregni e peruviani. La macelleria, un tempo specializzata in tagli tipici della cucina milanese, ora offre parti particolarmente adatte per le abitudini di cottura della nuova clientela (code di bue, parti anteriori per grigliate ecc.).
La frequentazione
Ma come è cambiata la frequentazione della clientela? Salis afferma che “ormai la clientela è tipicamente sudamericana, arrivano da lontano, da fuori Milano, con il sistema del passaparola, perché qui trovano convenienza, qualità e prodotti della loro tradizione”; Serrandrei aggiunge che però “la storica clientela milanese appare un po’ spaventata dai cambiamenti in corso nel mercato, non tanto per una frequentazione diversa, quanto per il modo con cui i sudamericani frequentano gli spazi”. La clientela latino-americana appare infatti particolarmente competente e fedele ma come consuetudine tende a utilizzare gli spazi commerciali anche per aggregarsi e soprattutto per consumare cibi e bevande creando condizioni igieniche e di sicurezza non sempre sotto controllo. Mancano gli spazi dunque, o meglio l’organizzazione degli stessi, laddove a fronte di una nuova tipologia di clienti si associano nuove modalità di fruizione dei luoghi. L’integrazione sembra un percorso possibile - e per i commercianti del Ticinese è stata anche una scelta commerciale - a condizione che gli spazi e le loro destinazioni si evolvano adeguatamente.
Il ritardo urbano
Il problema principale della redditività del Mercato non sembra essere però quello etnie: i lavori cosiddetti di “riqualificazione” della zona dei Navigli - interrotti fino a data ignota - hanno portato in effetti a un degrado delle condizioni di viabilità e mobilità della zona. È stato drasticamente ridotto il parcheggio del mercato e non si vede in prospettiva alcun intervento a sostegno del-la struttura commerciale. In-somma, ancora una volta il problema principale non è quello più evidente (e rumoroso) di chi beve e mangia per strada, quanto quello silenzioso e subdolo della mancanza di una pianificazione degli spazi e dei destini di una città.
Le principali evidenze emerse
– Morigeratezza dei consumi in particolare nel fuori casa
– Maggiore capacità rispetto agli italiani di valutare la qualità dei prodotti alimentari freschi
– Preferenze di frequentazione verso discount e mercati rionali, ipermercati per il mondo bazar
– I consumi sono indicatori d’integrazione. In particolare i momenti di rottura con la tradizione sono il passaggio a una dieta mediterranea e più dietetica (capeggiata dalle donne) e l’arrivo dei figli (nuovi consumi e maggiori relazioni con le strutture amministrative e la popolazione italiana)
– Analoghe percezioni rispetto agli italiani dei punti di forza e di debolezza della distribuzione moderna
– Basso appeal della marca (se non promozionata), buona soddisfazione verso le marche commerciali
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