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ANALISI E RICERCHE DI MERCATO

Acque minerali, la risorsa del futuro

Da diversi anni il mercato italiano  delle acque minerali si dimostra uno dei settori più dinamici e in maggiore sviluppo della penisola, risultando di forte attrazione tanto per le aziende nazionali che per quelle internazionali. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, infatti, la crescita dei consumi è lievitata di un + 3,0% medio all’anno guadagnando una sempre maggiore attenzione da parte delle industrie di produzione, impegnate nell’affermazione dei propri marchi a colpi d’investimenti di marketing. Però attenzione, non è tutto oro quello che luccica!


Con i suoi 196 litri l’anno pro capite l’Italia si pone al vertice dei consumi internazionali di acque minerali di sorgente e al terzo posto, preceduta soltanto dai 260 litri degli Emirati Arabi e dai 205 dei messicani, per quelli in bottiglia. E pensare che soltanto nel 1980 erano appena 47 i litri utilizzati da ogni abitante della penisola, consumi che in meno di 30 anni sono aumentati del 317,0%. 2,25 miliardi di euro per 12,4 miliardi di litri tracannati ogni 12 mesi nelle case dei nostri connazionali, con una distribuzione territoriale abbastanza omogenea che colloca nel Nord – Ovest il picco percentuale dei consumi con il 31,8%, seguito dal Centro con il 24,4% e poi il Sud con il 22,9%. Ultimo in graduatoria il Nord – Est a quota 20,9%. Del resto almeno un italiano su tre (il 33,0% dell’intera popolazione) nonostante gli inviti di numerosi studiosi e delle associazioni ambientaliste più agguerrite non si fida di bere l’acqua del rubinetto di casa, con punte massime nel sud (45,0%) e minime nel centro (30,0%). Un prodotto che resta stabilmente nelle abitudini di acquisto delle famiglie italiane dal momento che, le 321 marche presenti sul mercato indigeno  e le 192 fonti da cui sgorga il prezioso liquido incolore, possono vantare una penetrazione nella popolazione dell’intera penisola del 98,0%. I dati appena riportati non possono che dimostrarsi un’attrattiva considerevole sia per le industrie locali che per le grandi multinazionali estere. A confortare tale considerazione è l’attuale panorama competitivo che vede al primo posto per i volumi proprio un’azienda svizzera, la Nestlè, che con il gruppo Nestlè Waters, in cui trovano posto alcuni dei marchi più diffusi e conosciuti  anche a livello internazionale (San Pellegrino, Perrier, Vittel, Vera, Panna, Levissima, San Bernardo, Recoaro, Pejo) controlla intorno al 25,0% del mercato nazionale occupando la posizione di leader, posizione che mantiene anche a livello mondiale con il 18,0% di quota. Seguono la multinazionale elvetica la Cogedi, con i marchi Uliveto, Rocchetta e Brio Blu, che detiene una quota assestatasi al 14,0% circa, mentre il terzo competitor,Gruppo Norda, raggiunge l’8,6%, segue a ruota Ferrarelle con una quota intorno al 7%. Un mercato abbastanza concentrato che vede le prime 6 aziende sviluppare il 76,0% delle vendite complessive, anche se caratterizzato da una bassa fedeltà del consumatore spesso influenzato nella scelta dall’appetibilità delle promozioni, in particolare di quelle che agiscono sul prezzo. Il principale canale di distribuzione è quello del libero servizio (ipermercati, supermercati, superettes, discount) che raggiungono una quota del 64,0%, seguito dall’ho.re.ca con il 22,0% e dai cosiddetti “tradizionali” con il 14%. Il tipo di confezione di maggior diffusione è nettamente la bottiglia in plastica (79,0%), mentre il contenitore in vetro raccoglie soltanto il 19,0% dei consensi, e per lo più nel settore bar – ristoranti, e il restante 2,0% è coperto dai boccioni da  5 o 20 litri. Le preferenze degli italiani si indirizzano verso la soluzione non gasata, 64,0%, che distanzia la versione addizionata di anidride carbonica attestata al 21,0%, mentre l’effervescente naturale è scelta dal 15,0% dei consumatori. Una terra, la nostra, particolarmente ricca di sorgenti in virtù della particolare conformazione del territorio della penisola: “Nel resto del mondo le acque minerali naturali tipo quelle italiane sono limitatissime – dichiara Ettore Fortuna presidente di Mineracqua, l’associazione che raccoglie le imprese che imbottigliano le acque minerali -, non c’è il patrimonio che c’è da noi, che dipende dal tipo di rocce, granitiche, dolomitiche o vulcaniche”. Un’eccellenza riconosciuta anche a livello internazionale dal momento che i prodotti made in Italy rappresentano ben il 60,0% delle esportazioni totali di acque minerali del vecchio continente, in particolare verso gli Stati Uniti. Anche in questo mercato esiste, però, un rovescio della medaglia. In effetti un livello così alto di consumi porta alla necessità di dover eliminare qualcosa come 12,4 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno, equivalenti a 655 mila tonnellate di petrolio, che producono  per effetto della combustione 910 mila tonnellate di CO2 e scaricano in pattumiera 200 mila tonnellate di polietilene, di cui soltanto un terzo viene riciclato e il cui smaltimento è a carico di cittadini e enti locali. Inoltre 8 litri di minerale su 10 percorrono centinaia di chilometri per raggiungere gli scaffali dei supermercati e i tavoli dei ristoranti bruciando centinaia di ettolitri di gasolio. Ecco perché una delle grandi scommesse per il futuro dei produttori consiste nell’individuare materiali che siano totalmente riciclabili e non comportino danni all’ambiente, al fine di rendere affatto dannoso il consumo di quello che deve considerarsi il prodotto naturale per eccellenza, la fonte primaria della vita sul nostro pianeta. Notizie confortanti giungono dai settori ricerca delle aziende, ma sta anche a noi consumatori fare in modo che un bisogno primario, indispensabile alla sopravvivenza del genere umano, non si trasformi in una pericolosa minaccia per un già precario ecosistema.

        

        

                                        Stelvio Catena

 

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