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ANALISI E RICERCHE DI MERCATO

Dimmi con chi vai a cena e ti dirò cosa mangi

Pensavamo di essere autonomi e buongustai. Ci vantavamo di saper distinguere anche nei menu dei ristoranti più sofisticati il piatto migliore o quello più originale. E invece no. Siamo condizionati, eccome. Lo siamo al punto tale che alla fine mangiamo in relazione a quello che prendono i nostri  compagni di tavolo. Certo, manteniamo il nostro orgoglio. Non ordineremmo mai, un attimo dopo,  quello che ha chiesto l’amico al nostro fianco. E che diamine, abbiamo la nostra personalità. Ma secondo una ricerca franco-australiana uscita sul Journal of Consumer Research, e riportata dal Corriere.it, al ristorante dipendiamo dagli altri commensali. In altri termini: «Ci differenziamo dagli altri quando la maggioranza è schiacciante. Mentre tendiamo a seguire la massa nelle situazioni intermedie».  Parola di Pascale Quester dell'università di Adelaide e di Alexandre Steyer della Sorbona, gli autori, appunto della ricerca.

E a ben pensarci è proprio così. Se tutti ordinano un piatto è più facile che ci si sfili o si vada alla ricerca della pietanza originale. Se invece è solo una parte della “comitiva” a orientarsi verso una portata, allora va bene, l’operazione conformismo non mortifica più di tanto il nostro ego.  E i nostri eroi, Stever e Ouster, lo hanno messo nero su bianco. Lo hanno dimostrato alla prova dei fatti. Come? Bene.  Hanno scelto un locale, il Flam's di Parigi. Ed hanno pazientemente atteso che gli avventori si dessero da fare. Ordinassero, insomma, tra le possibilità offerte di un menu a prezzo, con tanto di antipasto, piatto principale,  dessert e bevanda. Settanta tavoli con un numero di commensali che partiva dalla coppia e arrivava fino alla maxicomitiva con diciotto  persone. E nella loro analisi ha avuto grande importanza la scelta della bevanda, perché, a differenza del cibo,  è quella che più difficilmente viene condivisa con altri commensali.

E allora? Si scopre che gli avventori cambiano le loro scelte a seconda di quelle  dei “compagni di mangiata”. O meglio, a seconda delle maggioranze variabili che si formano al tavolo. E così: inizialmente si è individualisti. Insomma, il piatto me lo pago io e quindi la pietanza da metterci dentro me la scelgo io. Poi, se almeno uno su tre dei presenti si orienta verso una bevanda o un cibo, la nostra autonomia inizia ad affievolirsi, mentre se l’accordo mette insieme il 60-70% dei commensali, ecco  sì che si arriva al top del conformismo. Insomma ci accodiamo a mo’ di gregge a quello che decide la maggioranza. Attenzione, però, perché se poi questa maggioranza diventa schiacciante (mettiamo il 90% dei presenti) noi facciamo un passo indietro. Insomma vogliamo distinguerci e ordiniamo  qualcosa di diverso.

 E non finisce qui. Perché sullo stesso Journal of Consumer Research, un altro studio confezionato da un gruppo di ricercatori statunitensi e canadesi, ha dimostrato che pure la porzione che mettiamo nel piatto dipende da quella dei nostri compagni di tavolo. La verifica, su 210 studenti universitari che  guardavano un video a gruppi di due, avendo la possibilità di servirsi di cibo a volontà, è stata davvero eloquente. In soldoni:  la porzione si adegua per ciascun esperimento a quella dell’altro studente.  

Ora, è sicuramente difficile capire chi sia tra i commensali a guidare il gioco, ma secondo i  nostri ricercatori una cosa è certa: l’autonomia e l’individualismo al ristorante vanno a farsi benedire. E, alla fine, nolenti o volenti, ci facciamo condizionare da chi ci siede accanto. Sia per il piatto da scegliere che per la quantità da metterci dentro. E insomma, a prescindere dal locale o dai gusti soggettivi, qui si potrebbe coniare una nuova massima: dimmi con chi vai a cena e ti dirò cosa mangi.

 

                                                                  Mattia Ronchei

 

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