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Illy alla conquista dell'America

No, non torna in politica. Riccardo Illy, presidente dell’omonimo gruppo ed ex governatore del Friuli Venezia Giulia in questo momento ha altre priorità. Altro che candidatuta, altro che incontri con gli amici del centro-sinistra (vedi Lorenzo Dellai) per la costituzione di nuovi apparati, “le persone che mi sono state vicine per 15 anni – ha spiegato negli scorsi giorni - sanno che quando dico una cosa è quella. Io sto facendo l’imprenditore a tempo pieno”.

E c’è da credergli. Anche perché l’obiettivo che si è dato con il fratello Andrea (ad e presidente di Illycaffè) è di quelli importanti, si chiama America. Non che Illy in America non ci sia già. La società fondata nel 1933 commercializza in 140 Paesi, toccando tutti e 5 i continenti, ed è servita in oltre 50.000 esercizi pubblici. Da più di venti anni ha portato il suo caffè di alta qualità, composto da nove tipi di pura Arabica, anche nella case Usa. Ma adesso punta al salto di qualità. Ha siglato diversi contratti con caffetterie che servono esclusivamente caffè Illy e dan       no alla casa italiana il controllo di qualità.

In soldoni succede questo: Illy ci mette le macchine espresso, le tazzine, le ricette e non solo. Perché fornisce anche gli strumenti per imparare, per fare training intensivo, quindi consulenze e formazione per il personale. E in cambio, il rivenditore certificato si impegna a servire solo caffè Illy  per almeno tre anni. Il programma si chiama “Artisti del Gusto” e l’azienda triestina conta di aprire più di cento “bar a marchio” solo nei prossimi tre anni.

Tanto basta per far dire al Wall Street Journal che “quelli di Trieste” hanno lanciato il guanto di sfida a Starbuks. A dire il vero se restiamo sui numeri il confronto è a dir poco impari. Starbucks è una grande catena internazionale di caffetterie che vanta 11mila punti vendita, spazia dal caffè ai dessert, per arrivare ai prodotti di pasticceria  e negli Usa è considerato ormai un vero e proprio  luogo di ritrovo per i giovani.

Restando ai fatti però, c’è da dire, che il marchio ideato da Jerry Baldwin, Zev Siegel, Gordon Bowker (tre amici che aprirono il primo Starbucks nel 1971 a Seattle) in Italia non ci ha mai messo piede. E che pure gli americani negli ultimi mesi sono stati costretti a chiudere alcuni locali e a ridurre i prezzi di alcune bevande. Ma soprattutto c’è da rimarcare che negli Usa lo spazio per una fascia di clientela più esigente, alla caccia dell’alta qualità, insomma, per i cosiddetti palati raffinati, c’è. Ed è proprio a questi clienti che Illy rilancia la sua offerta.

Del resto il consumo mondiale di caffè è aumentato negli ultimi cinque anni (dopo 30 anni di crisi) e a Trieste gli affari non vanno male. Anche lo scorso anno (2008), nonostante la crisi, il gruppo triestino ha incrementato il suo fatturato consolidato del 3%, da 270 a 280 milioni di euro. Buon risultato, visti i tempi che corrono, ma modesto se raffrontato a quello degli anni precdenti. Se messo a paragone con il balzo dai 205 ai 227 del biennio 2004-2005 e dai 246 ai 270 targati 2006-2007. E allora, come in tutti i momenti non proprio floridi, chi fa davvero impresa prova a sondare nuove strade, a crescere anche nei mercati più difficili, e raggranellare tazzina dopo tazzina qualche punto percentuale in più di quei circa 50 miliardi di dollari che rappresentano il giro complessivo del mercato del caffè negli Stati Uniti.

Lo stesso Riccardo Illy, lo aveva sottolineato partecipando ad convegno organizzato da “Il Piccolo” di Trieste qualche settimana fa. “Lo sviluppo dell’economia dipende dalle profezie che ciascuno di noi fa”. E poi: “Se pensiamo che adesso sia il momento della ripresa, le imprese cominceranno a investire più massicciamente, i consumatori a spendere come facevano in passato e quindi la ripresa ci sarà effettivamente. Dipende solo da noi”. E così è partita la sfida per conquistare con l’aroma di Trieste una buona fetta del mercato a stelle e strisce.

 

                                                        Tobia De Stefano

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