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DAL MONDO HORECA

Il finto "Made in Italy"

I prodotti alimentari “griffati”, per intenderci quelli contrassegnati dai marchi “dop”, “igp”e “stg”, stanno subendo, come già da tempo accade in altri settori economici quali ad esempio la moda, una serie di dozzinali contraffazioni, nonostante vengano presentati sul mercato come assolutamente originali. Il fatto che stupisce, e rende la truffa ancor più amara per i consumatori di casa nostra, è che un numero consistente di operatori della penisola acquistano le derrate false perché maggiormente convenienti. 

 

Dal 1992, allorché venne approvato dall’Unione Europea il primo regolamento che ne istituiva l’istituzione, il loro numero non ha mai smesso di crescere. Gli ultimi due arrivati, entrambi nella categoria DOP, sono un formaggio italiano, la Vastedda originario della valle del Belice, e un composto di carne finlandese, il Lapin Poron Kuivaliha, ricavato dalla renna, dal sapore forte e salato.  Con queste nuove acquisizioni il numero degli alimenti che rientrano in uno dei tre marchi protetti dalla Comunità Europea (DOP = Denominazione di Origine Protetta, IGP = Indicazione Geografica Protetta e STG = Specialità Tradizionale Garantita), raggiunge le 956 unità così ripartite: DOP 499, IGP 454 e STG 30. In tale contesto la produzione nazionale occupa posizioni di tutto rispetto. Infatti nella prima categoria è presente con 144 articoli, nella seconda con 57 e nella terza con 2. Un riconoscimento importante per una cucina, come quella italiana, famosa in tutto il mondo, in grado di vantare materie prime indigene di qualità superiore. Ebbene, al pari di altri settori economici basti pensare alla pelletteria oppure all’abbigliamento o ancora all’alta tecnologia, anche nell’alimentare si stanno facendo sempre più strada le contraffazioni, capaci di riprodurre, in modo approssimato ma credibile, tutta una serie di derrate caratteristiche di aree ben definite del vecchio continente. L’Italia è tra i paesi maggiormente colpiti dal fenomeno, in particolare in quei prodotti di maggiore fama. Pasta, sugo di pomodoro e mozzarella appaiono in pool position nella gara alla mistificazione. Si può tranquillamente usare questo termine dal momento che una determinata vivanda, ancor più che negli altri settori da noi segnalati in precedenza, assume proprietà specifiche dalle peculiarità del terreno, dall’esposizione al sole, dalle caratteristiche climatiche, dalla tipologia di lavorazione, dall’utilizzo di materiali particolari nella sua elaborazione. Tutte cose difficilmente riproponibili in luoghi e latitudini diverse. Eppure siamo invasi dai falsi. Il 50,0% dei prodotti made in Italy arrivano dall’estero o sono realizzati con merci estere, magari come semilavorati, rispediti al mittente con tanto di marchio di qualità una volta che si sono trasformati nel prodotto finito. Alcuni esempi: il 66,0% dei prosciutti con marchio italiano sono realizzati con maiali allevati all’estero, il 75,0% del latte a lunga conservazione presente sul territorio nazionale è straniero, il 33,0% della pasta in commercio è ricavata da grano coltivato fuori Italia, il 50,0% delle mozzarelle sono fatte con latte o cagliante straniere, senza contare che dalla Cina ci sono giunti nell’anno in corso qualcosa come 100 milioni di chili di pomodoro, insomma un giro d’affari che raggiunge ormai i 60 miliardi di euro. Il fattore che maggiormente aiuta la diffusione del fenomeno consiste nei prezzi altamente competitivi degli alimenti “taroccati”, presenti sul mercato anche con il 40,0%  fino al 70,0% di costo in meno rispetto agli originali. Certo per alcuni imprenditori nostrani una vera e propria manna sostenuta da una legislazione lacunosa e da una logica caratterizzata dalla ricerca della massimizzazione del profitto costi quel che costi. Perché, invece che acquistare surrogati delle nostre specialità, non facciamo maggiore attenzione a quanto accade un po’ in tutto il mondo con alcuni dei migliori marchi della penisola? Negli Stati Uniti e in Australia si vendono quantità considerevoli di Parmesan, che poco hanno a che vedere con il quasi omonimo formaggio italiano ma che viene spacciato come tale, oppure si distribuiscono bottiglie di Chianti prodotte in California, o ancora in Canada è fiorente il consumo di prosciutto e mortadelle di San Daniele realizzate in loco. Di recente in Germania è apparso anche il Prisecco, un vino rosso frizzante che imita, fortunatamente solo nel nome storpiandolo in modo ridicolo, quello, bianco, originario di Conegliano e Valdobbiadene. Anche nei nostri mercati, comunque, appaiono prodotti classificati made in Italy ma provenienti da altri paesi. Kiwi, di cui ci vantiamo a ragione di essere grandi produttori, giunti dal Cile, mele provenienti dall’Argentina, ancora prosciutti stagionati nei paesi scandinavi, non sono che esempi di una tendenza che deve essere considerata una vera e propria truffa. Per evitare una parte considerevole delle contraffazioni basterebbe aggiungere nell’etichetta  l’obbligo di specificare il luogo di provenienza della merce, come di recente deliberato dal Parlamento europeo, che ne ha, però, circoscritto il vincolo legislativo ad una serie abbastanza limitata di vivande: carne di pollo e bovina (sotto stretto controllo dopo le vicende legate alla diffusione della cosiddetta “mucca pazza”), ortofrutticoli freschi e prodotti lattiero caseari. Ancora svincolati dall’imposizione risultano al momento: la pasta, la carne di maiale e i salumi, la frutta e verdura trasformata, i derivati del pomodoro diversi dalla passata, i derivati dei cereali, come ad esempio il pane. Insomma un bel paniere dove un numero considerevole di eccellenze di casa nostra fanno bella mostra, prestando il fianco a qualsiasi tipo di malversazione. Così rischia di andare in fumo, è proprio il caso di dirlo, una tradizione costruita in centinaia d’anni di impegno e di lavoro dai nostri padri e che ha reso la cucina della penisola una delle più conosciute e apprezzate dell’intero pianeta.

 

 

 

                                                                           Stelvio Catena

 

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