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La bevanda più amata in Oriente sta facendo proseliti anche in Italia. Nascono corsi, comunità virtuali e boutique dedicate al tè. Anzi al “tempo del tè”: perché gli amanti di questa bevanda sono alla ricerca di serenità e degli effetti benefici per la salute ad essa associati.
E noi ingenui, che pensavamo a quello inglese. Lo vedevamo come la classica bevanda pomeridiana, buona per fare due chiacchiere e pasteggiare a biscotti. E invece no, perché il tè è la bevanda più diffusa nel mondo, secondo solo all'acqua. E non solo. Perché dietro a quell’infuso, ricavato dalle foglie della Camellia sinensis (coltivata soprattutto in Cina, India e Sri Lanka), si nasconde un universo di varietà, consuetudini e aneddoti lunghi 5 mila anni.
Le origini, per esempio. C’è chi lo vuole “inventato” dall'imperatore Chen Nung nel 2700 a.C. Il nostro riposava all'ombra di un albero di tè selvatico mentre il caso volle che alcune foglie dalle quali si estrae la bevanda cadessero nell'acqua che stava bevendo. E chi invece (gli indiani) contrappone la storia di Bodhidarma, figlio del re delle Indie Kosjuwo, che raccolse delle foglie da un cespuglio e masticandole recuperò le forze che aveva perso. Era il 543 dopo Cristo e si trattava del tè. Ci sono poi tutta una serie di storie che richiamano al diverso modo di bere, considerare e “amare” il tè nella cultura orientale rispetto a quella occidentale. Nel mondo, infatti, si producono ogni anno più di 30 milioni di quintali di tè e la maggior parte arriva dall'Asia. Ma anche l'Europa (qui il tè è arrivato solo nel 1632) fa la sua parte. Pochi sanno però che la bevanda arrivò nel Vecchio Continente accompagnata dalla fama di rimedio contro molte malattie, così come sostenevano da secoli i medici cinesi. Non tutti però erano d’accordo. E non mancavano i detrattori. Tra questi re Gustavo III di Svezia che cambiò a un condannato a morte la pena in ergastolo in cambio della disponibilità a bere per due mesi 15 tazze al giorno di tè. Voleva dimostrare che sarebbe morto lo stesso. Peccato per il sovrano che non riuscì ad assistere al felice esito dell’esperimento (la cavia non ebbe problemi), morì prima, assassinato da una congiura di nobili. Controversa è poi l'origine dell'aggiunta di latte o limone. Molti si dicono convinti che la tendenza, molto british, derivasse dalla necessità di raffreddare il tè appena bollito per evitare che si rompessero le tazze dove la bevanda veniva versata. C’è chi invece la fa risalire ad un abitudine propria di popoli diversi.
I sei tipi di tè più comuni sono quello nero, il rosso, il tè blu (l’oolong), il tè verde, il giallo e il bianco. Ma basta vedere quello che c’è dietro, la loro preparazione, per scoprire un mondo nel mondo, fatto di lavoro, meticolosità e passione. Per arrivare al tè non fermentato, quello verde, tanto per intenderci c’è davvero da lavorare. Prima si mettono le foglie su vassoi di bambù e le si espone al sole per qualche ora. Poi si passa alla fase calore. Le foglie si mettono in grandi recipienti, sul fuoco, per far evaporare la maggior parte dell’acqua. Quindi si ricomincia dall’inizio. Le foglie lavorate subiscono nuovamente il trattamento per il calore, quindi di nuovo piegate e alla fine lasciate a seccare fino a che non raggiungono la colorazione definitiva. Un procedimento più breve è previsto per il tè bianco, tra i più preziosi e ricercati. Lo si trova in quantità modiche e proprio per questo costa molto di più. In questo caso si raccolgono i germogli prima che si schiudano e li si lascia appassire e essiccare. Senza alcun passaggio al calore diretto. Il risultato porta a foglie dal colore argenteo con un infuso molto chiaro e delicato. Per quanto riguarda il mercato italiano, il discorso è un po’ diverso. Qui andiamo in controtendenza. O meglio andiamo verso la tendenza al tè. Se infatti il consumo del tè vive, nel resto del mondo, un andamento ondivago, in Italia un numero crescente di persone sta scoprendo il piacere del tè associato all’idea di lentezza, meditazione, in funzione antistress. I più amati sono il tè verde, bianco, nero e aromatizzato. Nel canale Horeca, comunque, è il tè freddo a farla da padrone. Gli attuali consumi (tè normale, aromatizzato, alla frutta e tè verde) sono stimabili complessivamente intorno ai 600 milioni di litri, con un consumo pro-capite di 10 litri, superiore alla media europea, con il prezzo di una tazza che è rimasto stabile intorno a 1,30 euro nell’ultimo biennio, secondo una ricerca condotta dall’associazione dei consumatori Adoc.
Nascono i corsi da sommelier, vere e proprie boutique dedicate a questa bevanda, eventi collegati e comunità che anche sulla rete si scambiano idee e impressioni (tra questi segnaliamo TeaTime.it il primo sito italiano dedicato al mondo del tè). Perché? Un po’, come sempre accade, per moda. Ma soprattutto perché associare il piacere dello stare insieme all’idea che stiamo assumendo qualcosa che fa bene al nostro corpo, non è cosa usuale. E così va alla grande il “Pu-erh Cinese”, pare che funzioni contro il mal di testa e abbassi il colesterolo. Oppure il tè verde che racchiude sostanze antiossidanti e fa quindi bene al cuore e alle ossa. Esagerazioni? Neanche tanto perché esistono diversi studi che lo confermano. Certo, non basta una tazzina bevuta una tantum per ottenere dei risultati. Chi volesse beneficiare degli effetti “magici” del tè deve berlo di frequente, anche cinque tazze al giorno. Una bella dose di relax quotidiano che non fa mai male alla salute.
Mattia Ronchei
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