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CAFFÈ LETTERARI

Caffè Meletti

Nei locali di una palazzina di stile neoclassico in piena Piazza del Popolo, centro pulsante della città di Ascoli Piceno, circa cento anni fa veniva inaugurato il Caffè Meletti. In breve divenne un  luogo di incontro e di ristoro conosciuto ovunque, anche perché prendeva il nome dall’industriale che distribuiva in tutto il mondo l’ineguagliabile “anisetta”.

 

La Pimpinella Anisum è una pianta che produce semi il cui sapore rassomiglia al finocchio  con un retrogusto di menta.

Si coltiva nelle campagne prossime a Ascoli Piceno, dove trova nei terreni argillosi le condizioni migliori per prosperare. Intorno al 1870, Silvio Meletti mise a punto un procedimento che migliorava quello già creato da sua madre e che permetteva di trarre dai semi dell’”anice” un gustoso liquore. Visto il successo, decise di avviare una produzione del distillato su larga scala, iniziando una fortunata attività imprenditoriale. Il segreto, il cui risultato portava miglioramenti significativi, consisteva nel ritardare, attraverso l’immersione dell’alambicco a bagno maria, il processo di evaporazione che, estraendo dai semi l’intero aroma, rendeva il risultato finale assai più profumato e gradevole.

In breve l’Anisetta Meletti divenne un liquore distribuito in tutto il mondo, particolarmente adatto a essere abbinato al caffè. Dell’efficacia di questa unione Silvio Meletti era assolutamente convinto, e nel 1905 decise di rendere strutturale il binomio acquistando l’ex palazzina che ospitava l’ufficio delle poste e telegrafi, sorta sul luogo anticamente adibito a Picchetto della Dogana e di aprirvi un caffè. Il nuovo Caffè Meletti occupava una parte della storica Piazza del Popolo ascolana, vera e propria summa del concetto di identità comunale medioevale. Infatti in essa erano raccolti il Palazzo del Capitani del Popolo, simbolo del potere legislativo e militare, la chiesa di S. Francesco, simbolo del potere religioso e la Loggia dei Mercanti, simbolo del potere economico. L’edificio, in stile neoclassico, costruito negli anni 1882 – 1884, comprendeva un portico a cinque arcate affrescate dal pittore cittadino Giovanni Picca, decoratore teatrale italiano. L’adattamento viene commissionato all’ingegnere Enrico Cesari che sceglie come partner il pittore Pio Nardini. Il 18 maggio 1907, alle ore 20,30, avviene l’inaugurazione in pompa magna “con un concorso straordinario di pubblico, che fino a tarda notte affollò lo splendido e ricco salone”, come affermava un periodico dell’epoca.

Anche “L’Italia Centrale”, diffuso giornale regionale, segnalava il locale “all’attenzione generale per il lusso, la ricchezza, la fine e delicata eleganza degli arredamenti e per l’artistico insieme di mobili, di pitture e di ornamenti”. Ben presto divenne il centro della vita pubblica cittadina. Ai suoi tavoli, piccoli in stile francese, tondi, con la base a tre piedi in ghisa, il piano di marmo bianco di Carrara, le sedie viennesi e i divanetti in velluto, sostarono in pratica tutte le personalità che si trovarono a passare dalla città: dai protagonisti della lirica Mario del Monaco, Beniamino Gigli, Pietro Mascagni, agli scrittori quali Ernest Hemingway, Mario Soldati e l’inseparabile coppia Jean Paul Sartre Simone De Beauvoir, ai pittori come Renato Guttuso, ad attori del calibro di Edoardo De Filippo, ai politici, entrambi assurti alla massima carica dello Stato italiano, Sandro Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana, e Giuseppe Saragat, presidente numero cinque. Diversi e famosi registi hanno scelto le sue sale per girare scene importanti di film di successo.

Un paio di nomi per tutti: Francesco Maselli per “I Delfini” e Pietro Germi per “Alfredo Alfredo” prima, e unica, apparizione di Dustin Hofmann in una produzione italiana. Alla soglia del 84esimo anno di attività, nel 1990, l’ormai leggendario Caffè Meletti chiudeva inopinatamente i battenti, lasciando un enorme vuoto nella popolazione ascolana. Ci vollero otto anni perché la Fondazione CARISAP (Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno) restituisse alla città e a tutti gli amatori, dopo un attento e puntiglioso restauro, lo storico locale.
Oggi si può ancora consumare quella “anisetta con la mosca”, una porzione di anisetta Meletti con un chicco di caffè tostato nel bicchiere, che era diventata un po’ l’emblema stesso del caffè.

Del resto lo stesso Trilussa si considerava, con orgoglio, un consumatore abituale della bevanda, non per niente scrisse:

“Quante favole e sonetti m’ha ispirato la Meletti”.

 

                                                                              STELVIO CATENA
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