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A Genova, la Superba, in un signorile palazzo ottocentesco, dal 1876 ha sede uno dei caffè più prestigiosi e conosciuti del capoluogo ligure. Fin dalla fondazione è stato un importante luogo di incontro per la cittadinanza e di discussione per i suoi avventori, fra i quali si possono annoverare i direttori dei due più importanti giornali cittadini: Cavassa (Il Secolo XIX) e Pertini (Il Lavoro).
“3/9/79"
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini di ritorno da Savona per adempimento elettorale ha onorato con una lunga sosta questo secolare esercizio”.
Così una targa in marmo, posta all’esterno del locale, ricorda il passaggio di Sandro Pertini, che può essere considerato il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, nelle sale del Caffè Mangini di Genova. Con puntigliosità tipicamente locale, la breve epigrafe chiarisce che la sosta presidenziale, seppure da giudicarsi “lunga”, si deve esclusivamente a fattori dipendenti dalla corretta espletazione dei doveri civici di un cittadino della Repubblica Italiana (il diritto di voto) e non alla mollezza del primo rappresentante il popolo della nazione, attratto dagli ozi urbani. Del resto non era certo la prima volta che l’uomo politico ligure frequentava il famoso caffè. Infatti fin dai tempi in cui dirigeva il quotidiano cittadino “Il Lavoro” (fu direttore del giornale socialista ininterrottamente dal 1946 al 1968) era solito trascorrere del tempo, magari sorseggiando un cappuccino e gustando una brioche, nell’angolo di una sala interna, che oggi ha il nome di “sala Pertini”, per leggere e correggere gli articoli del proprio giornale. Il Caffè nasce nel 1876 e dal giorno dell’inaugurazione è rimasto praticamente intatto. Gli stucchi, i quadri di significativo valore alle pareti dai colori tenui, le specchiere in stile liberty, le porte interne a specchio, il pavimento a scacchiera, sono ancor oggi gli originali, avendo resistito anche ai restauri del 1946. Il grande bancone in rovere lucidato con i tavoli sempre in legno dalle ricamate tovaglie del colore delle pareti e le grandi sedie imbottite dagli alti schienali, completano un arredo di raffinata eleganza, capace di portarci indietro nel tempo, quando i lussuosi locali del centro diventavano i salotti cittadini. Essendo, oltre che un prestigioso caffè, anche una rinomata pasticceria fin dal primo mattino si possono trovare deliziose preparazioni dolciarie, gustose paste, torte raffinate, dessert, pralinerie, brioches, torroni e caramelle. Una particolare attenzione viene dedicata all’assortimento di cioccolato delle marche più esclusive e rinomate oltre a proposte di produzione propria. Tra le altre una specialità spicca su tutte: la Torta Sacripantina. Dolce tipicamente ligure, destinato a palati robusti, dalla caratteristica forma a cupola si compone da strati di pandispagna imbevuti di liquore, caffè, cacao e crema di burro. Prende il nome dall’eroe ariostesco, Sacripante, uomo di robusta corporatura e smargiasso, e conoscendo gli ingredienti della torta si comprende anche il perché dell’etimologia. Anche la posizione all’interno del perimetro urbano è di notevole rilievo, quella Piazza Corvetto in cui è stato eretto il monumento a Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. Per la verità un’associazione cittadina, il MIL (Movimento Indipendentista Ligure), sta portando avanti da anni una rivendicazione singolare, proprio contro il rappresentante di casa Savoia. Infatti, nell’aprile del 1849 fu proprio il sovrano a ordinare, al termine della Prima Guerra per l’Indipendenza, al generale La Marmora di sconfiggere i ribelli che avevano nominato un governo cittadino indipendente per protestare contro l’armistizio firmato da Carlo Alberto con gli austriaci a seguito della sconfitta di Novara (25 marzo 1849). Dopo 36 ore di bombardamenti che avevano demolito mezza città, fu la volta dei bersaglieri che “si coprirono di onore” saccheggiando, stuprando e compiendo violenze d’ogni genere contro gli insorti. Da buoni amministratori, come gli è largamente riconosciuto, i genovesi hanno valutato il compenso che la famiglia o lo Stato italiano dovrebbero riconoscere alla città della Lanterna come risarcimento per i danni subiti durante l’assalto in 70.000 miliardi delle vecchie lire, comprensivi degli interessi maturati dal tempo in cui avvennero i fatti. E’ proprio vero che per le famiglie reali i guai non finiscono mai, anche dopo aver perso il regno.
Stelvio Catena
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