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SUCCESSE...AL RISTORANTE

Capricci d'artista

Come molti uomini di talento anche Keith Jarrett, favoloso pianista jazz statunitense, oltre che per le splendide interpretazioni è famoso per i capricci cui sottopone organizzatori, pubblico, personale di servizio, giornalisti. È veramente opportuno accettare sempre e comunque qualsiasi tipo di comportamento in nome dell’amore per l’arte? .

 

La gran parte dei personaggi eccellenti, tanto nell’arte che nelle professioni che nello sport, hanno spesso piccole o grandi manie, atteggiamenti curiosi, reazioni particolari, fobie, insomma aspetti del carattere che, se per alcuni aspetti ne aumentano l’originalità diventando proverbiali presso i fan più attenti, per altri complicano la vita a chi è costretto a lavorare con loro oppure, per motivi diversi, vi si trova a stretto contatto per un periodo di tempo. Nella gran parte dei casi parliamo di stravaganti e innocue abitudini che con un poco di pazienza trovano veloce soluzione, però esistono casi in cui i problemi diventano considerevoli. In ambito musicale diversi sono gli aneddoti legati a tali aspetti. Di Glenn Gould si sapeva che avrebbe portato con se, in ogni concerto in qualunque parte del mondo, il proprio vecchio e consunto sgabello senza il quale non avrebbe mai suonato, mentre i Sex Pistols erano soliti “distruggere” le camere d’albergo che li ospitavano dopo un concerto. L’episodio che vede coinvolto un ristorante riguarda uno dei pianisti jazz di maggior talento mai apparsi sui palcoscenici mondiali: Keith Jarrett. Egli nasce ad Allentown, in Pennsylvania, l’8 maggio del 1945, da una famiglia multietnica in cui la musica poteva considerarsi di casa. Trasferitosi con la madre a New York, già negli anni settanta è riconosciuto come un virtuoso capace di notevoli performance tanto nelle esecuzioni di musica classica che jazz, sia nei gospel che nella musica etnica o nel blues. Quelle che ad inizio carriera, parliamo degli anni in cui suonava con Art Blakey, Charles Lloyd e Miles Davis, sembravano piccole stravaganze di un giovane dotato di talento, con l’andare degli anni e una crescita professionale di notevole spessore sono diventate vere e proprie manie. Di certo non l’ha aiutato la sindrome da fatica cronica diagnosticatagli alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. I ritmi di lavoro massacranti che avevano caratterizzato la sua attività di solista o di pianista in gruppi di grande spessore lasciavano segni profondi in un fisico duramente provato. La solitudine e il vivere appartato di quegli anni hanno, forse, inciso in maniera indelebile nel suo carattere. In ogni caso dopo un periodo di riposo riprende il lavoro continuando a partecipare ad una delle manifestazioni europee più importanti dedicate alla musica di origine afroamericana, Umbria Jazz.  Di lui si ricorda un concerto mitico nell’edizione del 1974. Dopo alcuni anni di assenza nel 2007 torna nel capoluogo umbro per un’esibizione da solista e ne combina di tutti i colori. È noto che mentre suona volte le spalle agli spettatori, che non sopporta i flash delle macchine fotografiche e che diffida dal fumare durante i suoi concerti, anche se all’aria aperta, però quello che avvenne lo scorso anno ha superato i limiti di tolleranza e ha costretto l’organizzazione della prestigiosa manifestazione a cancellarlo a vita dai propri programmi. Tutto ha inizio intorno all’ora di cena. Un ristorante tra i migliori della città, in cui si privilegiano le pietanze a base di carni arrosto e i piatti tipici regionali, viene fatto sgomberare completamente per ospitare il musicista che sembra aver bisogno di consumare da solo il pasto che precede l’esibizione. Al proprietario che lo incontra per salutarlo chiede, inoltre, di essere servito da un cameriere che non fumi da almeno tre mesi. Sembra che l’esercente abbia inviato al tavolo del maestro un non fumatore per evitare di correre rischi. All’uscita dal locale un passante che lo riconosce e lo fotografa con il telefonino si prende una scarica di insulti notevole e viene quasi aggredito da un Jarrett infuriato. E non finisce qui. Al concerto dopo un flash, uno solo, accesosi fra gli spettatori abbandona lo spettacolo insultando città (definita “damn city”) e pubblico. Una domanda è rimasta insoluta: ma cosa ha mangiato al ristorante?

 

 

 

                                                                   Stelvio Catena

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