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Ottantuno anni fa veniva stampato il primo libro dedicato ai cocktail: The Savoy Cocktail Book. L’autore, Harry Craddock, era un americano che, fortunatamente per gli amanti del bere, emigrò in Inghilterra a causa delle leggi proibizioniste sull’alcol.
Il 16 gennaio 1919 il governo degli Stati Uniti ratificava una legge per cui veniva “vietata la produzione, la vendita e il trasporto di alcolici”. Per molti americani fu un brutto colpo, per Harry Craddock la spinta decisiva a trovare un altro posto dove stare. Il suo lavoro di barman, che poteva però considerarsi una vera e propria passione, era irrimediabilmente legato al consumo di bevande a alta gradazione e svolgerlo in maniera clandestina non gli appariva una buona idea.
Così decise di andarsene in Inghilterra. Il bar del prestigioso Hotel Savoy di Londra, tra i più lussuosi della città nei pressi del Covent Garden, gli sembrò un ottimo trampolino di lancio per le tante idee che gli frullavano in testa.
Il pallino di Harry erano i cocktail. Amava miscelare i sapori e i colori per ottenere risultati ibridi, spesso indefiniti e indefinibili, ma che riuscivano a trasmettere sensazioni particolari e uniche al palato dei consumatori. Ciò era possibile in virtù di una approfondita conoscenza dei singoli prodotti, di numerose piante aromatiche, di ingredienti spesso mai utilizzati per la composizione di bevande. Il tono particolare che riuscì a dare alla struttura dove svolgeva la sua attività, valse al locale il nomignolo di American Bar, proprio in virtù delle creazioni del giovane bartender e delle sue origini. Di sicuro portava, nel rigido e formale codice della società inglese degli inizi del secolo scorso, una ventata di novità e un pizzico di quella gioia di vivere che stava caratterizzando negli Stati Uniti la cosiddetta “età del jazz”. La vicinanza con i maggiori teatri e cinema della capitale britannica faceva affluire al Savoy e, di conseguenza, al suo bar una clientela internazionale ben disposta a consumare le novità di Craddock.
La creatività del barman si espresse ad altissimi livelli: the Flying Scotchman girava nei tavoli già dal 1920, poi vennero il mitico Dry Martini, l’altrettanto famoso Manhattan, il White Lady, nel 1934 il Corpse Reviver. Fu così che nel 1930, Harry decise di raccogliere in un catalogo le ricette di sua conoscenza e mandarlo alle stampe. In libreria, per le edizioni londinesi Constable & C., usciva “The Savoy Cocktail Book”, 287 pagine di indicazioni, consigli, osservazioni che riguardavano un numero considerevole di cocktail, punches, frappè, aperitivi e altro, in voga all’Hotel Savoy negli anni a cavallo tra le due guerre mondiali.
Di fatto il volume divenne ben presto una specie di “bibbia” per tutti coloro che intendevano avventurarsi in questo mondo e conserva una sorprendente attualità, stabilendo regole generali valide ancora oggi. Tracce di bevande che legano in modo armonico ingredienti diversi, la differenza tra “mistura” e cocktail è tutta qua, ha origini che si perdono nella notte dei tempi. Alcune recenti ricerche fanno nascere i primi cocktail addirittura in Mesopotamia non meno di cinquemila anni fa, con un notevole sviluppo anche in era etrusca. Il sapore secco non trovava estimatori e il gusto prevalente si orientava su bevande dolciastre e colorate. Il “Mesopotamia”, ad esempio, era composto da una mescolanza di vino, birra, succo di mele e miele. Una ripresa in grande stile di tale intuizione si ebbe negli USA alla inizi del XIX° secolo e prosegue ininterrottamente fino ai nostri giorni. Le associazioni di categoria hanno deciso una regolamentazione nella preparazione e presentazione dei cocktail che in questo momento comprende 60 ricette.
Di queste ultime sono codificati: ingredienti, preparazione, guarnizioni e bicchieri, tutti devono essere uguali in ogni parte del mondo. Di fatto il composto deve avere alla base un distillato importante (whisky, cognac, rhum, gin), a cui si aggiungono degli elementi modificanti in grado di far prevalere un gusto amaro, dolce, aromatico, acido, molto spesso accompagnato da ghiaccio che può contribuire al raggiungimento di un giusto amalgama. A volte si guarnisce con elementi decorativi quali: olive, ciliegie, spicchi di arancia o limone, foglie di menta.
Sam
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