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Nella capitale della Russia degli zar, alla fine del secolo XIX, si spegneva ufficialmente per tifo uno dei compositori più tormentati della storia della musica: Pëtr Iljc Ĉajkovskij. Una cena dal sapore amaro della tragedia per un artista pessimista e malinconico, tanto amato dal pubblico quanto avversato dalla critica .
San Pietroburgo sonnecchiava assopita la sera del 1 novembre 1893. Reduce dall’aver assistito ad una rappresentazione della commedia Il cuore ardente di Alexandr Nikolaevic Ostrovskij, un gruppo di persone si dirigeva in fretta alla volta del ristorante Leiner. Nel gruppo c’era anche uno dei personaggi più in vista della cultura russa di fine secolo, il compositore indigeno Pëtr Iljc Ĉajkovskij, cui Ostrovskij aveva scritto alcuni libretti d’opera. Il maestro camminava serio e pensieroso. A cinquantatre anni e mezzo sembrava un vecchio. Canuto, dall’andatura lenta, radi i denti rimasti, segnato nel volto e nello spirito, si avviava tristemente incontro alla fine. I numerosi e recenti successi professionali, la considerazione dello zar Alessandro III, l’affetto che il pubblico di ormai tutto il mondo gli tributava, non avevano ridato fiducia al suo animo segnato dall’insoddisfazione e dallo spettro della “grande consolatrice”. Il rifiuto della propria omosessualità, la crisi depressiva fortissima successiva ad un patetico tentativo di matrimonio, mai consumato e durato soltanto poche settimane, la difficoltà a vivere un’esistenza “normale”, magari attorno a una famiglia numerosa, lo avevano prostrato in modo irreversibile. Già anni addietro, e precisamente nell’estate del 1877, si era gettato nelle acque della Moscova in quello che i biografi valutano un maldestro tentativo di suicidio, in grado di generare non più di un raffreddore. Sentiva inaridirsi la vena creativa ed anche le cose più semplici e banali sembravano comportare una fatica che le deboli forze a disposizione non riuscivano a sostenere. Nel giro degli ultimi tre anni aveva perso le persone più care. Nadeszda von Meck, ricca vedova che lo aveva sostenuto moralmente e finanziariamente nei momenti difficili degli inizi carriera, era in pratica scomparsa sembra per dissesti finanziari, anche se una parte degli studiosi afferma per aver scoperto le reali tendenze sessuali del compositore, e dire che nei tredici anni in cui erano in buoni rapporti gli aveva inviato oltre 1.200 lettere. La sorella maggiore Saŝa, che aveva in qualche modo sostituito la madre persa in giovane età e sempre immensamente amata, si era spenta l’anno precedente. Alcuni dei suoi più cari amici e colleghi musicisti erano, anche loro, venuti a mancare. Lo spettro della solitudine e della follia aleggiava intorno al capo imbiancato del malinconico Pëtr. Entrarono nel locale, uno dei più esclusivi e rinomati della capitale, e si sedettero. Nessuno dei compagni di libagioni si accorse che il maestro ingollava alacremente bicchieri su bicchieri d’acqua fresca versati da una caraffa ordinata dallo stesso Ĉajkovskij colma di liquido estratto dal semplice rubinetto. Ai tempi San Pietroburgo veniva periodicamente infestata dal morbo del tifo, che per ironia della sorte (o forse no) aveva contagiato anche la madre del compositore causandone il decesso. Le pietanze si susseguirono veloci e i compagni di tavola chiacchieravano animatamente. Pëtr taceva in disparte. Il vociare continuo degli astanti sembrava al maestro sempre più lontano e insignificante, sottofondo, male orchestrato e ancor peggio interpretato, di uno “scherzo” dal finale tragico. Appena pochi giorni addietro aveva diretto la sua ultima creazione, quella Sinfonia n° 6 detta “Patetica” che, con i suoi temi cupi e disperati, rappresentava il proprio testamento spirituale. Il programma del soggiorno pietroburghese prevedeva per il giorno seguente la visita in un altro teatro della capitale dove era in allestimento una piéce del fratello Môdest, ma per quanto riguardava il compositore l’obiettivo prefissato per la serata era stato raggiunto. L’indomani iniziarono i dolori che portarono in una settimana alla scomparsa del musicista. Disgrazia o suicidio? Il quesito è ancor oggi senza una risposta definitiva.
Stelvio Catena
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