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CAFFÈ LETTERARI

Gran Caffè Restelli

A Cosenza in Corso Telesio, a due passi dal Teatro Rendano  e dalla Cattedrale, è situato il più antico caffè cittadino che può vantare oltre due secoli di storia. Era, infatti, il 1803, quando nel palazzo dell’Arcivescovado, sul colle Pancrazio, nel pieno centro della città vecchia,venivano  aperte Le Sorbetterie di Zambella che iniziavano una lunga e gloriosa storia.

 

Il soprannome era tutto un programma: O pallista, e, come ogni nomignolo azzeccato, ricco di significato.  Eravamo negli anni a cavallo fra otto e novecento,vestiva uno smoking usurato e si aggirava fra i  tavoli del locale con fare affettato e ossequioso. Non più giovane, ostentava una pancia notevole, mentre serviva i clienti con metodica lentezza, ma per due soldi di mancia aggiornava l’annoiato avventore sulle novità della cittadina nei minimi dettagli, magari arricchendoli un poco. Da qui O pallista. Di sicuro un locale che data la propria fondazione più di due secoli orsono di storie ne può raccontare! Nel 1801 Raffaele Ferrari, trisavolo dell’attuale proprietario, decideva di aprire i battenti dell’omonimo caffè, due stanze nel palazzo dell’Arcivescovado, in una zona centralissima. Ben presto divenne il “salotto buono” di Cosenza. Si narra che il 25 luglio 1844, Emilio ed Attilio Bandiera, prima di essere condotti nel Vallone Rovito per essere giustiziati, passarono dall’allora Caffè Gallicchio, così si chiamava in  considerazione delle vicissitudini parentali dei proprietari, “per aver ristoro”, come raccontava Emilia Gallicchio al nipote. Nelle due salette, chiamate “la rossa” e “la verde” dal colore dei due lunghi divani che ne ornavano le mura perimetrali, si riunivano al chiarore bianco dell’acetilene i notabili e gli intellettuali locali per discutere e confrontarsi intorno ai grandi fatti del giorno. A Napoli erano assai in voga i “caffè letterari” e, in qualche modo, si voleva riprodurre anche in una cittadina minore quell’atmosfera ricca di fascino e di arte. Però in considerazione delle limitate attrattive del centro urbano calabrese, non si possono annoverare fra i suoi frequentatori nomi altisonanti dell’intellighenzia nazionale e internazionale, ma tutti i notabili e gli intellettuali locali si avvicendarono ai suoi tavoli. Nel frattempo a partire dal 1910 la struttura aveva assunto la denominazione che ancora oggi conserva di Caffè Renzelli. Tra i più assidui clienti si potevano trovare lo scrittore Nicola Misasi, esponente di spicco del verismo regionalista, che fumava il mezzo toscano nella sala verde mentre scorreva i giornali del giorno, gli onorevoli  Nicola Serra e Luigi Fera, più volte titolare di un dicastero per ultimo Ministro della Giustizia nel quinto governo Giolitti, il poeta Michele De Marco conosciuto con lo pseudonimo di Ciardullo, i principi del foro Ernesto Fagani e Tommaso Corigliano che tra una causa e l’altra trovavo spazio per un buon caffè, spesso sollecitati per una rapida consulenza da cittadini con problemi  legali. Era diventato il luogo d’appuntamento della città dei signori, con le orchestrine delle dame viennesi nel marciapiede di fronte attive  fino a tarda notte. La balaustra esterna, cinta da robuste spranghe di ferro, costituiva una barriera non soltanto all’accesso al locale ma anche alla contaminazione fra classi, dal momento che il popolo minuto difficilmente accedeva alle sale interne, “perché dentro – dicevano – c’erano persone troppo grandi per la gente comune”. Di valore indiscusso l’offerta dei dolci, da quelli a base di frutta secca venduti in confezioni personalizzate, alle mandorle pralinate, ai filetti di arance canditi, ai torroncini meringati, ai mostaccioli imbottiti (un dolce natalizio a base di marmellata, cacao, frutta secca e arance candite), ai susumelli, biscotti tipici morbidi arricchiti col miele, squisiti! In particolare il locale divenne famoso, tanto che ancor oggi è il suo fiore all’occhiello, per le Varchiglie alla monacale, gustose  tortine ripiene di un impasto ottenuto amalgamando pasta di mandorle e cioccolato fondente, decorate ancora con del cioccolato. La ricetta, da cui il dolce trae palesemente il nome, si tramanda fosse stata messa a punto intorno al 1300 dalle monache del convento delle Carmelitane Scalze situato nei pressi della città. La sua lunga storia ne fanno uno dei più longevi esercizi del Mezzogiorno, uno dei pochi a sud di Roma che può fregiarsi del titolo di Locale Storico.

 

 

 

                                                                               Stelvio Catena

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