Sempre più spesso i ticket vengono usati per fare la spesa al supermercato o per pagare intermediari. E’ l’effetto distorto di un sistema che non regge più. Tutto parte dalle aste al ribasso e dai ritardi nei rimborsi dei “tagliandi” a bar e ristoranti. Se non ci saranno interventi legislativi ad hoc aumenterà sempre di più il numero di pubblici esercizi pronti a non accettarli
La notizia è di poche settimane fa: si moltiplicano i bar ristoranti di Bergamo e dintorni che non accettano più i buoni pasto. Fai qualche passo indietro, arrivi al mese di ottobre, e scopri che in realtà la stessa strada è stata seguita dalle grandi catene internazionali come Mcdonald’s, Esselunga, Coop (ed altre starebbero per fare lo stesso passo). Esempi, ci mancherebbe altro. Che però danno la portata del fenomeno, quello dei cosiddetti ticket, entrato in una crisi dalla quale si fatica a vedere una via d’uscita.
E i motivi sono evidenti e rispecchiano in pieno le critiche che da mesi la Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, sta rivolgendo a un meccanismo che si autoalimenta. Tutto inizia con un’asta, quella bandita dall’azienda (pubblica o privata) e vinta da una società che emette i ticket. Si tratta di un’asta al ribasso che per forza di cose prevede un forte sconto rispetto al prezzo nominale degli stessi buoni. Per esempio, da 5,29 euro (una cifra classica) si passa facilmente a un valore di 4,50 euro e anche meno. A questo punto, la società emittente ha l’obbligo di recuperare la differenza. E come fa? Semplice, applica una commissione molto alta all’esercizio convenzionato dove è possibile spendere il “tagliando”. E così si va avanti senza limiti in un sistema che produce un giro d’affari di circa 2,5 miliardi di euro all’anno.
In altre parole. L’azienda ci guadagna, la società emittente fa altrettanto e gli unici a rimetterci sono i pubblici esercizi. Ma non è tutto. Perché il meccanismo è ancora più perverso. Bar e ristoranti, infatti, lamentano pesanti ritardi nei rimborsi (quelli dovuti dalle società emittenti ai pubblici esercizi). Talmente pesanti che sommati alle commissioni portano ai gestori perdite secche di circa 30% rispetto al valore facciale buono. E talmente insostenibili da innescare un’altra abitudine non proprio virtuosa.
Sempre più spesso, infatti, i ristoratori, lasciati al loro destino cercano di mollare il cerino (il ticket) nelle mani di altri. Ecco che i buoni pasto vengono usati come vero e proprio denaro contante per fare la spesa al supermercato o pagare altri intermediari. In un circolo vizioso che tradisce lo spirito originario con i quali il sistema dei ticket è nato.
Esistono rimedi? La Fipe ne ha evidenziati alcuni, ma inutilmente. Per esempio: far sottostare alle leggi e ai prezzi di mercato gli appalti ai quali partecipano le società che emettono i ticket. Oppure istituire un calendario inderogabile per i rimborsi ai pubblici esercizi.
Così come si potrebbero creare dei buoni elettronici spendibili dal titolare solo in determinate fasce orarie. Avrebbero l’effetto di limitarne l’uso e disinnescare i circoli viziosi. Anche perché se la situazione dovesse restare allo stato dell’arte, non solo aumenterebbe il rischio di un altro “No ticket day”, come quello del 2007, ma soprattutto, crescerebbe il numero di locali pronti a sospendere il servizio dei buoni pasto.
Mattia Ronchei
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