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Filippo Tommaso Marinetti e Filia(pseudonimo di Luigi Colombo) aprirono a Torino l’8 marzo 1931 in una traversa di piazza Vittorio la prima, e unica, trattoria di cucina futurista. Si potevano gustare: “agnelli arrosto in salsa di leone” oppure un “pollofiat”, al grido di ‘a morte la pastasciutta’.
L’insegna esposta all’entrata recitava: “Trattoria Santopalato”. Si trovava a Torino in pieno centro città, in una traversa di piazza Vittorio. Il menu si poteva definire senza dubbio ‘ermetico’, mutuando il termine da una corrente poetica che nasceva proprio in quegli anni così definita per la difficoltà da parte del pubblico d’intenderne i versi. Secondo il “Manifesto della cucina futurista”, apparso sulla Gazzetta del Popolo di Torino il 28 dicembre 1930, due erano le esigenze del pranzo perfetto: un’armonia originale della tavola e originalità assoluta delle vivande. Infatti l’offerta delle pietanze comprendeva: l’”antipasto intuitivo”, arancia svuotata nella quale erano disposti salumi, funghi sottoaceto, acciuga e peperoncini verdi; il “carneplastico”, polpetta cilindrica di carne ripiena di undici tipi di verdure, incoronata di miele, sostenuta alla base da un anello di salsiccia, e poggiante su tre sfere dorate di carne di pollo; l’”aerovivanda” , un piatto tattile, servito con accanto pezzi di raso, velluto e carta vetrata da utilizzare per “arpeggiare con la mano destra dando sensazioni prelabiali che rendono gustosissime le vivande”; gli “agnelli arrosto in salsa di leone”; il “pollofiat”, pollo con dentro pallini per cuscinetti a sfera perché la carne assorba il sapore dolce dell’acciaio, il tutto annaffiato da vino, birra, spumanti e profumi. In assoluta osservanza della politica autarchica del regime mussoliniano, le parole straniere erano sostituite con allocuzioni genuinamente fasciste. Ad esempio i marrons glacés diventavano castagne candite, il consommé consumato, il fumoir fumatoio, il barman mescitore, il flan pasticcio, il cocktail polibibita, il purée poltiglia, il picnic pranzoalsole, il bar quisibeve, il sandwich traidue, la bouillabaisse zuppa di pesce. Le intenzioni dei due creatori erano di attaccare, anche in un settore come quello della cucina italiana di tradizione nobilissima e gran vanto nazionale, le convenzioni vigenti, prospettando un nuovo modo di mangiare in linea con l’evoluzione che lo sviluppo della tecnica e l’imporsi del progresso avevano dato alla società. Sappiamo bene come il movimento, le macchine, le grandi invenzioni scientifiche, fornissero la materia prima per l’espressione artistica futurista decisa a rompere in maniera decisiva con ogni retaggio del passato. Anche in questo campo l’attacco, da compiersi attraverso una “rivoluzione cucinaria”, prendeva di mira alcune tra le più radicate consuetudini presso la popolazione nazionale, prefiggendosi di “uccidere le vecchie radicate abitudini del palato”, e si accaniva contro quello che può definirsi a tutt’oggi come uno dei simboli nazionali: la pastasciutta. Questa, che “appesantisce, abbrutisce” oltre a rendere “scettici, lenti, pessimisti”, veniva definita “vivanda passatista” in grado di deformare addirittura i caratteri somatici della persona “ci gonfia le ganasce, come a mascheroni da fontana”, “ci intoppa l’esofago come a tacchini natalizi”, “ci lega le interiora con le sue funi mollose; e ci inchioda alla scranna, repleti e istupiditi, apoplettici e sospiranti. Una vera e propria battaglia contro il “pancismo” degli italiani.. Nonostante il consueto roboante baccano, tipicamente “futurista”, i piatti non ebbero successo e dalla loro composizione, come abbiamo visto in precedenza, ne comprendiamo, condividendolo, anche il motivo. Magari in altri campi del vivere umano, in particolare nell’ambito artistico e progettuale (pensiamo ai componenti di arredamento, agli utensili, alla organizzazione degli spazi interni), le provocazioni marinettiane ebbero un successo maggiore, ma andare a toccare la cucina che rimane una delle caratteristiche nazionali universalmente riconosciute come di grande qualità e che occupa un posto del tutto particolare nel cuore dell’italiano, fu un errore marchiano. In effetti la trattoria fallì nel giro di poco tempo e non ebbe emuli. Nel nostro meraviglioso paese cercare di distruggere la pastasciutta è un po’ come rinnegare la mamma, non s’ha da fare.
Stelvio Catena
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