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Per una volta Italia e Francia si ritrovano unite sul terreno enologico. L’Unione Europea è in procinto di varare una legge che permetterebbe di realizzare i vini rosati miscelando il bianco con il rosso. Nonostante l’ordinanza, almeno nelle intenzioni dei legislatori, sia limitata ai prodotti di bassa qualità, la decisione ha provocato presso i produttori sconcerto e indignazione per i rischi che corre un prodotto dalle caratteristiche ben definite e con un mercato di tutto rispetto. Soprattutto i francesi, leader della produzione del rosé, e gli italiani, che li seguono a ruota, insorgono compatti.
Alla base del disaccordo non c’è soltanto la salvaguardia della produzione di una tipologia di vino particolare, appunto il rosato (rosé nella lingua dei transalpini che ne sono i maggiori produttori), ma interessi economici ben più corposi. La risoluzione dell’Unione Europea riguardo l’accessibilità sul mercato comune di vini rosati ricavati dalla miscelazione di prodotto bianco con quello rosso, getta nello sconforto e pone seri problemi economici ai produttori che utilizzano il metodo di lavorazione tradizionale (si stimano a rischio nella sola Francia alcune decine di migliaia di posti di lavoro in special modo in Provenza, regione d’elezione per la produzione di rosé), oltre a favorire l’ingresso nel mercato continentale di ettolitri di prodotto, di qualità scadente e a basso prezzo, da paesi quali Sud Africa, Australia e, soprattutto, la Cina che non si fanno certo scrupolo di spedire in giro per il mondo bottiglie piene di liquido miscelato. In questo caso non si tratta di riesumare forme arcaiche di protezionismo nazionalista, di fronte all’affermazione del mercato globale sarebbe assumere una posizione perdente e antistorica, ma di proteggere un vitigno di notevole diffusione, e capace di dare vita a un prodotto finito di indubbia qualità e gradimento presso il largo pubblico, dall’assalto di un clone di livello chiaramente inferiore, in grado di generare sconcerto e sfiducia presso il consumatore, in modo particolare nei confronti di quello meno accorto e informato. La legge europea tenta di salvaguardare la produzione di qualità attraverso l’utilizzo, sulle etichette, della dicitura “vino rosé tradizionale”, misura che ai produttori appare insufficiente a difendere la genuinità della loro merce. Del resto diverse sono le tecniche di lavorazione per tale tipo di prodotto, anche se volendo generalizzare si potrebbe dire che partendo dalle uve a bacca rossa si utilizza il metodo di lavorazione del bianco, cioè lasciando fermentare il prodotto con le bucce soltanto per un lasso di tempo assai breve, da poche ore a non più di un paio di giorni, prima di lasciarlo riposare per il periodo necessario. Nonostante sia stato per lungo tempo considerato un prodotto di “seconda fascia”, rispetto ai rossi o ai bianchi di nobile lignaggio, ha ricevuto in modo particolare negli ultimi anni numerosi riconoscimenti che ne attestano la qualità, riscuotendo anche presso il pubblico un considerevole apprezzamento, confermato dal passaggio, in Francia, da una quota dell’8,0% al 22,0% sul totale delle vendite nel quindicennio appena trascorso. “Questa normativa rischia di essere letale – afferma François Millo, direttore del Consiglio Interprofessionale vini di Provenza – per la nostra economia vitivinicola. Ci sarebbe una terribile battuta d’arresto nel comparto, proprio mentre il consumo di rosati è in forte crescita”. Gli fa eco Hubert Falco, segretario di Stato incaricato della Gestione del territorio: “Il progetto di Bruxelles avrà conseguenze molto gravi sul fronte economico, in termini di occupazione, ma anche in termini di utilizzo del terroir, in particolare per le ricadute che riguardano il paesaggio”. Anche sulla sponda nazionale, che può vantare specialmente nella zona del Salento in Puglia una produzione di vini rosati di alta qualità, non si scherza, ed è la Coldiretti ha mettere i puntini sulle i: “Il fatto che le imprese che sceglieranno la via naturale per la produzione di rosé potranno volontariamente indicarlo in etichetta con la scritta ‘vino rosé tradizionale’ , non è sufficiente a tutelare il mercato dalla concorrenza sleale. La possibilità accordata agli Stati membri interessati di introdurre un’etichetta obbligatoria per la loro specifica produzione non impedisce peraltro l’arrivo sul mercato nazionale di ‘falsi rosé’ di produzione comunitaria”.
Stelvio Catena
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