In un ristorante dell’hinterland milanese, “La Strega”, si consuma una delle stragi tra bande rivali più sanguinose della malavita meneghina. Era il 1979 e gli “indiani” del Tebano regolano i conti con gli uomini di Faccia d’Angelo. Al centro della contesa i proventi dal gioco d’azzardo illegale.
Ogni grande città in cui girano grandi quantità di denaro, attrae la malavita che intravede nello sviluppo di loschi traffici, nuove opportunità di lauti guadagni. Milano, il centro più ricco e importante economicamente dell’intera nazione italiana non poteva sfuggire a questa regola.
Esistono almeno due tipologie di fuorilegge, togliendo, naturalmente, gli occasionali, quelli spinti dalla disperazione oppure dalla vendetta: gli “indipendenti” e i facenti parte a organizzazioni strutturate del crimine, per intenderci la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, e così via. Il benessere che si diffonde nella penisola agli inizi degli anni 60’ del novecento, crea un traffico di denaro notevole. Nel decennio successivo le prospettive di crescita economica si mantengono invariate e il flusso di capitale circolante continua a aumentare. Se da un lato i trust malavitosi trovano terreno fertile nella speculazione edilizia, nel traffico di stupefacenti, negli appalti di opere pubbliche, anche grazie alle connivenze con il potere politico, gli “indipendenti” si dedicano alla gestione delle bische, allo sfruttamento della prostituzione, alle rapine. E’ naturale che si formino delle bande intorno a personaggi di maggiore carisma e coraggio. Nella Milano della fine degli anni 70’ il capo indiscusso della malavita meneghina è Francis Turatello più noto come “Faccia d’angelo”. Il passaggio da bullo di periferia a criminale di serie A avviene attraverso le scaramucce con il boss veneto Renato “Renè” Vallanzasca, poi in breve Turatello prende il controllo delle numerose bische clandestine e della gran parte del mercato della prostituzione. Con il tempo arrivano anche le rapine e i sequestri di persona.
Quando nel 1977 “Faccia d’angelo” è arrestato in Piazza Cordusio, il suo luogotenente Angelo Epaminonda, detto il ”Tebano”, cerca di sostituirlo alla guida della malavita milanese grazie all’apporto di un gruppo di criminali meglio noto come “gli indiani”. Seguì una cruenta e sanguinosa guerra tra i fratelli Mirabella, rimasti fedeli a Turatello, e il “Tebano” che coinvolse l’intera città e provocò più di sessanta omicidi. Dietro i contendenti ci sono le cosche siciliane, dalla parte di Epaminonda e la nuova camorra di Raffaele Cutolo, per gli amici di Turatello. Sono anni in cui nella sola Milano si stimano circa 30.000 tossicodipendenti e un consumo giornaliero di eroina vicino ai 15 chilogrammi, qualcosa come 1 miliardo e 800 milioni di fatturato medio al giorno, 657 mialiardi di vecchie lire all’anno. A questa faida si deve inserire una delle stragi più sanguinose del periodo, quella avvenuta nei locali del ristorante “La Strega” di via Moncucco.
L’esercizio, situato nella zona milanese della Barona, a due passi da Viale Famagosta, è gestito da una coppia di coniugi. Un ristorante alla buona, di modeste dimensioni e a gestione familiare. E’ una fredda sera dell’inverno 1979, nel locale non è rimasto quasi nessuno. In un tavolo sei uomini discutono animatamente tra amari e grappe. Fumano nervosi. Sembra che stiano progettando di creare una nuova formazione criminale, autonoma dalle bande operanti in quel momento nella città. I gestori attendono annoiati che se ne vadano anche loro per chiudere e andarsene finalmente a letto.
Entrano due tipi e si dirigono verso il gruppetto. Dai paletot estraggono le armi e freddano tutti e sei gli uomini, poi si dirigono alla cucina assassinando moglie e marito per non lasciare testimoni. Sono trascorsi non più di due minuti e la strage è compiuta. Gli autori non verranno mai individuati. “Faccia d’angelo” sarà ucciso in carcere pochi anni dopo, mentre Angelo Epaminonda, divenuto cocainomane, è arrestato nel settembre del 1984 e, per paura di essere anche lui eliminato, inizierà a collaborare con la polizia svelando numerosi retroscena della malavita meneghina.
Il tempo dei capibanda spregiudicati e violenti sta lasciando ormai il posto ai freddi ragionieri del crimine organizzato e anche la Milano “da bere” non sfuggirà a questo triste destino.
STELVIO CATENA