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SUCCESSE...AL RISTORANTE

Onestà Italiana

Il 12 marzo del 1909 veniva freddato in Piazza Marina a Palermo Giuseppe “Joe” Petrosino da sicari della Mano Nera, organizzazione mafiosa newyorkese con solide radice nell’isola italiana . Era appena uscito dal ristorante e si apprestava ad incontrare quello che, con molte probabilità, era un prezioso confidente.

 

Come tutti i campani “veraci”, probabilmente, preferiva il pesce alla carne, nonostante a New York andassero di moda le grandi bistecche con una montagna di patatine fritte. Quella sera a Palermo una brezza leggera fendeva l’aria, ma la giornata era stata mite e in strada si stava bene. Dall’Hotel France, dove aveva preso alloggio, il quarantanovenne investigatore americano, di origini salernitane, Giuseppe “Joe” Petrosino si dirigeva verso il Caffè Oreto in cui aveva deciso di cenare. Il locale era tra i più esclusivi della città e i suoi tavoli accoglievano sovente la borghesia benestante palermitana. Petrosino occupava un posto ad angolo, con le spalle al muro e in una posizione che permetteva di avere sotto controllo l’intera sala. Aveva ordinato una cena frugale: spaghetti al pomodoro, pesce fresco alla brace, patate fritte, formaggio al pepe e frutta. Il tutto annaffiato da mezzo litro di bianco bello fresco. Stava ancora consumando il primo quando due uomini si avvicinarono e chiesero di potergli parlare. Acconsentì. Stettero non più di qualche minuto in conversazione poi i due si avviarono verso l’uscita. Il detective terminò il pasto, pagò, tre lire compresa la mancia, e si diresse nella direzione opposta a quella dell’albergo in cui risiedeva, costeggiando l’inferriata dei giardini di Piazza Marina. Respirava a pieni polmoni l’aria salmastra che proveniva dal mare distante soltanto pochi metri e pensava alla moglie e alla figlia lasciate nella città americana. Diede un occhiata all’orologio da tasca in oro, regalatogli dal presidente del Consiglio  italiano Giovanni Giolitti solo qualche giorno prima in una di quelle celebrazioni così di moda all’inizio del secolo scorso. A lui non piacevano molto, credeva che meno si chiacchierava e meglio era. I fatti testimoniavano dell’impegno e della determinazione delle persone, gli arresti, le perquisizioni, le confische di beni mettevano in ginocchio quella terribile associazione a delinquere che in Italia cominciavano a chiamare mafia, mentre dalle sue parti era conosciuta come “Mano Nera”, non certo le parole di qualche politicante di mestiere. Però sapeva di non potersene esimere e fingeva di accettare di buon grado anche quella perdita di tempo. Era nato il 30 Agosto del 1860 a Padula in provincia di Salerno da una modesta famiglia di artigiani. Il padre, sarto, a un certo punto della sua vita decise di affrontare il lungo viaggio verso gli Stati Uniti in cerca di una migliore sistemazione. Era il 1873 e quando giunse con  la moglie e i quattro figli maschi a Little Italy il quartiere si stava trasformando in uno dei sobborghi più malfamati e turbolenti della metropoli statunitense. Giuseppe si dà da fare facendo lavoretti qua e là mentre cerca di apprendere al meglio la lingua inglese fino a quando entra nel corpo dei netturbini della città e prende la cittadinanza americana. Ha 17 anni e grazie agli ottimi rapporti che instaura con l’amministrazione diventa confidente della polizia che gestisce anche i dipendenti della nettezza urbana e nel 1883 si trasforma in poliziotto, specializzato a gestire i rapporti con il quartiere italiano, sempre più popoloso e perciò bisognoso di controlli, dal momento che il corpo abbonda di ebrei e irlandesi che non conoscono la lingua della penisola mediterranea. Ben presto, grazie alla sua intelligenza e alla passione per il lavoro, guadagna considerazione presso i superiori ed è promosso detective. Inizia così la caccia alla “Mano Nera” che cerca di organizzare a New York una struttura sul modello della mafia siciliana, una vera e propria filiale americana del grande crimine organizzato. Proprio nell’ambito di questa complessa e lunga indagine vola a Palermo per scoprire i personaggi che tengono i contatti tra i due paesi. I quattro colpi di pistola che risuonano nella piazza palermitana quella sera di Marzo del 1909 e che abbattono “Joe” Petrosino segnano la nascita di una lunga fila di delitti contro coloro che dedicarono la propria esistenza alla lotta contro questo cancro sociale chiamato mafia.

 

 

                                                                       Stelvio Catena

 

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