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È da qualche tempo in commercio, anche se in un numero di negozi limitato e in alcuni siti on line, una nuova bevanda al gusto di “cola” prodotta, però, nel sud del mondo. Sono, infatti, il Malawi e lo Zambia i due paesi africani che forniscono lo zucchero di canna e il resto degli ingredienti necessari alla produzione della “Ubuntu Cola”, la scura bevanda analcolica lanciata ormai in diversi mercati europei. Certificata dalla Fairtrade Foundation è uno degli esempi di quel commercio equo e solidale che sta tentando di costruire una valida alternativa economica al capitalismo “rampante”.
Sono almeno 64 i prodotti a marchio “cola” nel pianeta, ma da pochi mesi ce n’è uno che rappresenta il tentativo di due paesi classificati del “terzo mondo” di poter competere nei mercati internazionali al pari delle nazioni più fortunate. Si chiama “Ubuntu Cola” e proviene dal Malawi e dallo Zambia che hanno fornito gli ingredienti base, primo fra tutti lo zucchero di canna, per la realizzazione della bevanda. In lingua Zulu, ubuntu significa: “io sono perché noi siamo” ed è un chiaro segnale della volontà dei due stati africani di voler donare momenti di piacere a tutti gli abitanti della terra. Garantita dal Fairtrade Foundation, associazione internazionale con sede in Germania che dal 1997 certifica i marchi dei prodotti del commercio equo e solidale, la bibita dolce, gassata e dal gusto assai gradevole può essere attualmente acquistata in rivendite di Inghilterra, Irlanda, Norvegia e Svezia. In Italia è distribuita dalla cooperativa Vagamondi di Formigine in provincia di Modena. La produzione avviene nel Regno Unito e la ditta inglese che la fabbrica, con le materie prime fornite, beninteso, direttamente dai paesi africani, devolve il 15,0% dell’utile netto all’ “Ubuntu Africa Program” un insieme di progetti di sviluppo rivolti ai produttori di zucchero di Malawi e Zambia per dimostrare loro come migliorare l’attività e diversificare gli investimenti. Un programma che si affianca a tanti altri sparsi per il globo che hanno come obiettivo primario, non la massimizzazione del profitto, magari a scapito del benessere ambientale e della qualità della vita delle popolazioni coinvolte nei processi industriali, bensì la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause economiche, politiche e sociali. Valido esempio ne è il postulato, fissato alla base della normativa del commercio equo e solidale, che non considera i bambini “forza lavoro”, anzi i minori vengono trattati nel rispetto delle convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia e viene loro garantita l’istruzione. Un modo diverso di guardare al guadagno, che, comunque, rimane alla base delle attività imprenditoriali, indispensabile alla costruzione di un commercio in grado di dispensare prosperità, ma più attento alla salvaguardia delle risorse naturali e al benessere delle comunità, verso le quali si mantiene un atteggiamento di stima e rispetto. Un esempio: se per il mercato mondiale alla produzione viene corrisposto un importo di 890$ per tonnellata di cacao, il commercio equo e solidale corrisponde invece 1.750$. Nonostante l’ostracismo delle grandi multinazionali, questo nuovo tipo di economia, che si basa su accordi diretti stipulati per lo più con piccoli produttori, ha ottenuto, in special modo negli ultimi anni, risultati di grande rilievo. Nella sola UE, che secondo stime recenti raccoglie dal 60,0% al 70,0% delle vendite mondiali, durante il 2005 aveva raggiunto un fatturato record di 660 milioni di euro, due volte e mezzo superiore a quello del 2001. I punti di vendita che commerciano i prodotti equo-solidali hanno raggiunto le 79.000 unità, mentre sono circa 2.800 le “botteghe del mondo”, organizzazioni che distribuiscono al dettaglio tali tipologie di merce, le quali occupano oltre 100.000 volontari. In Italia, sempre nel 2005, le botteghe solidali sono circa 600, per la grande maggioranza (88,0%) situate nelle città maggiori in condizione di fornire lavoro a oltre 60.000 addetti, gestite da associazioni (52,2%) oppure da cooperative (24,0%), nonostante la spesa pro capite nazionale dedicata all’acquisto equo e solidale raggiunga appena i 35 centesimi di euro. Forse una maggiore attenzione da parte nostra a questo tipo di mercato non sarebbe affatto disdicevole.
Stelvio Catena
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