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Nello splendido Palacio de Azulejos in pieno centro a Città del Messico si trova da più di cento anni uno dei ristoranti più famosi della capitale e dello Stato centroamericano: il Sandorn. Nel 1914, in piena rivoluzione, venne invaso da gruppi di campesiños affamati non solo di pietanze gustose ma soprattutto di libertà e di giustizia sociale.
La foto è di quelle che riescono a procurare molte più emozioni e informazioni di quanto un semplice scatto intenda fornire al suo fruitore. Gli uomini in primo piano sono due. Quello di sinistra indossa uno strano copricapo, ha il viso solcato da una profonda cicatrice alla guancia e fissa l’obiettivo con gli occhi gonfi e socchiusi. Possiede le sembianze degli indios centroamericani. Il compagno di destra, invece, soffia in una grande tazza candida, con molta probabilità colma di caffè. È a capo scoperto e i capelli corvini formano una macchia potente. Dietro la coppia un altro rivoluzionario in piedi, anche lui a capo scoperto sembra accennare un sorriso compiaciuto sotto i larghi baffi. Altri volti spuntano di gente dimessa ma dallo sguardo fiero. Sullo sfondo s’intuiscono i drappi e le luci dei lampadari del ristorante. Sul tavolo tazze bianche di porcellana e piattini ricolmi di dolci.
Di sicuro quelli ritratti quel giorno non appaiono frequentatori abituali per locali di tal fatta. Hanno le mani callose e sporche, indossano larghe casacche ornate dalle cinture di munizioni incrociate sul petto, ostentano barbe e baffi poco curati. Questa è però la rivoluzione. Le armate congiunte del nord, comandate da Pancho Villa, e del sud, agli ordini di Emiliano Zapata, avevano occupato la capitale Città del Messico per contribuire alla formazione del governo provvisorio rivoluzionario. Siamo nel dicembre del 1914 e le truppe degli insorti erano reduci da una importante vittoria contro i federali di Venustiano Carranza generale che aveva assunto il potere estromettendo il presidente di tendenze liberali Françisco Madero. I due capipopolo hanno deciso di non lasciare alla solita cricca politica il destino della rivoluzione e, nonostante siano entrambi a disagio nella metropoli messicana, hanno ritenuto importante presidiare agli incontri in cui veniva deciso il futuro del loro paese.
Gli uomini che comandano sono i poveri dello stato centroamericano, gli emarginati, i contadini. I più sono analfabeti ed hanno lasciato le famiglie nei pueblos sparsi per il territorio del grande paese. Vanno a far presente una condizione di sfruttati che non intendono sopportare più a lungo. Vogliono uscire dalla gabbia in cui li hanno chiusi da ormai troppo tempo i grandi latifondisti, proprietari di haciendas ricche di prodotti e di bestiame utili soltanto ad incrementare i guadagni di quei pochi fortunati che già navigano nell’oro. Li guidano due di loro. L’uno ,Pancho, è un ribelle sempre in bilico tra ciò che è legale e ciò che non lo è, un bandolero un po’ guascone abituato a nascondersi ma animato da un grande amore e rispetto per la povera gente, rispetto e amore che gli vengono ricambiati. L’altro, Emiliano, è un coltivatore e allevatore taciturno e burbero, con, però, una grande conoscenza dei problemi e della fatica del lavoro nei campi che ha deciso di riscattare i contadini fornendogli il necessario per vivere senza che si debbano prostrare giornalmente ai vezzi dei ricchi proprietari. Infatti è l’estensore di una riforma agraria che intende ridistribuire i grandi latifondi tra la gente che abita le campagne.
Entrambi saranno osteggiati e invisi a tutti coloro che temono il riscatto di quei poveracci, perché significherebbe la perdita delle ricchezze e dei privilegi del potere, ai quali non sono assolutamente disposti a rinunciare. E se, ai tempi, non sono più numerosi , sono meglio organizzati e hanno dalla loro l’esercito e la polizia. Tanto Pancho Villa che Emiliano Zapata finiranno ammazzati, dal momento che il loro carattere impediva tanto che fossero comprati, come la gran parte dei loro alleati, quanto che potessero giungere a compromessi più o meno vantaggiosi. Il primo nel 1923 in un agguato nella cittadina di Parral, il secondo nel 1919 attirato in una imboscata nell’hacienda di Chinameca. I loro corpi sono stati sconfitti ma le loro idee ancor oggi mobilitano migliaia di contadini contro lo sfruttamento dei padroni.
Stelvio Catena
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