Contributo una tantum a carico di chi licenzia

La riforma Fornero ha previsto un ulteriore costo che incide sul margine di profitto delle imprese

La riforma Fornero, ha introdotto un ulteriore costo per le imprese che licenziano dipendenti.  La legge n. 92/2012, ha previsto per i datori di lavoro, nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni, a partire dal 1 gennaio 2013, un contributo a loro carico.

In definitiva i datori di lavoro sono tenuti a versare un contributo una tantum destinato a finanziare l’Aspi, che è entrata in vigore nel 2013 sostituendo l’indennità di disoccupazione e dal 2017 sostituirà anche l’indennità di mobilità;  essa ha la finalità di essere un sostegno per i  lavoratori, compresi gli apprendisti ed i soci lavoratori di cooperative, che hanno perso il reddito da lavoro per causa non dipendente dalla loro volontà. 

Il suddetto contributo è pari al 50% dell’assegno mensile ASPI, per ogni 12  mesi di anzianità  maturata negli ultimi 3 anni, per tutte le interruzioni di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni, tuttavia  la circolare INPS n.25/2013 ha escluso dall’ambito di applicazione di tale norma il lavoro domestico.

Vediamo nel dettaglio le modalità di calcolo, sebbene l’INPS abbia rinviato a successive comunicazioni  da emanare le modalità di determinazione e versamento di tale contributo. Innanzitutto bisognerà calcolare la retribuzione media mensile degli ultimi due anni utile ai fini contributivi; individuato tale valore, l’Aspi sarà pari al 75% di detto importo, sempre che la retribuzione media lorda sia inferiore o pari ad € 1.180,00.  Se la retribuzione media è superiore ad € 1.180,00 l’Aspi sarà determinato dalla somma del 75% come sopra specificato e dal 25% calcolato sul differenziale retributivo. (Ad esempio se la retribuzione media è pari ad € 1.300,00 l’Aspi sarà pari al 75% di € 1.180,00 pari ad € 885,00 a cui va sommato il 25% della differenza fra la retribuzione ed il limite retributivo pari quindi ad € 120,00 il cui 25% è pari ad € 30,00; quindi l’importo dell’ASPI è di € 915,00 in tal caso il datore di lavoro dovrebbe versare in caso di anzianità pari o superiore a tre anni l’importo di (€ 915/2)*3= 1.372,50 €).

In ogni caso l’importo dell’Aspi non può superare l’importo pari alla indennità straordinaria di cassa integrazione. Come si evince, quindi, un datore di lavoro potrebbe dover versare all’INPS un contributo che è pari all’assegno ASPI,  superiore a € 1.500,00 nel caso in cui il lavoratore  ha un’anzianità pari a tre anni.

La stessa INPS ha specificato che per il triennio 2013-2015 il contributo non  si applica ai seguenti casi: licenziamenti effettuati in seguito ai cambi di appalto e le interruzioni di rapporti di lavoro nel settore delle costruzioni edili per completamento delle attività di chiusura di un cantiere. Inoltre il contributo non è dovuto  fino al 31 dicembre 2016 nei casi in cui viene versato il contributo d’ingresso per la mobilità.

Dal 1 gennaio 2017, in caso di licenziamento collettivo il cui iter si concluda senza accordo sindacale l’ammontare del contributo dovuto dal datore di lavoro è triplicato.

Alla luce di questi ulteriori oneri per il personale dipendente il margine di profitto delle imprese, si assottiglia sempre di più.

 

                                                                          Dott.ssa Giovanna Napolitano

                                                                                    

Studio di Consulenza Paolo D’Arienzo

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