A PROPOSITO DI “HAPPY HOUR”

Da ormai diversi anni l’happy hour,  una pratica mutuata dagli Stati Uniti, offre un alternativa alla consumazione della cena al ristorante, enoteca, trattoria, pizzeria a prezzi economici e con qualità dei cibi modesta.

 

In questa riflessione sul fenomeno happy hour ci sono almeno un paio di elementi distintivi:

  • l’ottica da cui affrontiamo l’argomento non è quella del bar, cioè un’ottica positiva e che analizza importanti elementi di sviluppo e di crescita di un settore del mondo dell’horeca di cui cerchiamo di farci portavoce, ma quella del ristorante che ha subito tale evoluzione praticamente in modo passivo;
  • una immobilità della ristorazione italiana di fronte a modelli esteri che oltre a banalizzare la propria tradizione gastronomica rappresentano concrete minacce per lo sviluppo del business.

Perché tali affermazioni? E’ presto detto.

E’ una regola aurea del mercato quella che recita come di fronte a una grande opportunità per una categoria  imprenditoriale di business, esista una rispettiva minaccia per una categoria succedanea. La pratica dell’happy hour ormai tende a sostituire la cena per la quantità sempre crescente di prodotti alimentari disponibili a accompagnare i drink, supportata da una convenienza economica considerevole.
Di fatto si torna alla pratica del prezzo fisso (in media da 7 a 10 Euro) che per tanti anni, nell’Italia povera e scroccona dell’immediato dopoguerra, aveva caratterizzato la trattoria a gestione familiare senza grandi pretese gastronomiche. Torna alla mente la battuta di Nino Manfredi, in un film che traccia un quadro realista di quel periodo ovvero “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, quando, lavoratore precario, al tavolo della solita trattoria alla buona ordina come primo “La solita mezza porzione, abbondante”. La differenza è, però, con molta probabilità nella qualità dei prodotti consumati.

Negli attuali buffet, che invadono i banconi dei bar grandi e piccoli, i piatti offerti sono sempre gli stessi: pizze fredde, ripiene e non; insalate di riso; verdure in pinzimonio; verdure cotte fredde; olive ascolane; pomodori in versioni diverse, con bocconcini di mozzarella, secchi, in insalata; insalate russe; paste fredde. I più cari, quelli da 10 Euro, includono negli assortimenti anche salumi e cubetti di formaggio. Come si può facilmente constatare i piatti presentati possiedono alcune caratteristiche utili al gestore, un po’ meno al consumatore: non richiedono una cucina attiva, sono scarsamente deperibili, hanno una possibilità di utilizzo nel tempo dilatata, hanno costi contenuti. Di solito sono forniti da aziende di catering, per cui non prevedono incrementi di personale. L’impressione che si ricava bazzicando i locali in esame, è quella di poter soddisfare una delle esigenze elementari del corpo umano, cioè provvedere alla mera sussistenza, a prezzi abbordabili. Gli aspetti relativi alla qualità, alla freschezza, all’abbinamento dei sapori, alla tradizione dei cibi da degustare, passano in secondo piano. Proprio questa, cioè la carta della qualità, potrebbe essere vincente per i ristoratori che intendono raccogliere la sfida. Il proporre una sorta di menu fisso, abbinato a un bicchiere di vino o a un cocktail, che però proponga piatti caldi e maggiormente meditati a prezzi contenuti sarebbe una risposta interessante e competitiva allo strapotere degli happy hour.

Del resto, in pieno accordo con la tradizione anglosassone da cui gli Stati Uniti hanno mutuato numerosi comportamenti, la ragione per cui venne creata l’”ora felice” consisteva nell’opportunità offerta dai gestori di bar ai clienti di poter avere il secondo drink gratuito. Un’iniziativa che ebbe un notevole successo, tanto che dopo ormai diversi anni resiste imperterrita e, anzi, si è diffusa a macchia d’olio in gran parte dei paesi occidentali. Per cui la finalità ultima degli inventori consisteva nel sollecitare il consumatore a intensificare il consumo di bevande, più o meno alcoliche, e non quello di offrirgli la cena a prezzi modici.

E’ vero che, al giorno d’oggi, i costi di gran parte dei ristoranti italiani risultano proibitivi per la maggioranza della popolazione, in special modo per i meno abbienti, ma con qualche correttivo e maggiore attenzione alle esigenze di questa parte di popolo, si può venire a un compromesso che abbini la qualità dei cibi al loro essere accessibili a diverse tasche.

Magari per il pubblico nazionale una ricca amatriciana  soddisfa più di un paio di negroni.

                                                                                    STELVIO CATENA

 

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