Acciughe a rischio estinzione

L’allarme è stato lanciato da alcuni scienziati inglesi secondo i quali uno dei prodotti marini di maggior consumo un po’ in tutto il mondo, ma che in Italia ha una lunga tradizione gastronomica ed entra in moltissime fra le più famose ed apprezzate ricette,l’alice, è ormai a rischio di estinzione a causa dell’eccesso di pesca. Un’altra varietà di pesce minacciata da un’escalation di consumi da dover considerare esagerata.

Da sempre è considerato un prodotto “povero”, che si può acquistare a buon mercato e che, se proprio non deve considerarsi una pietanza a tutto tondo, diventa un gustoso arricchimento di piatti in cui si rende necessario tirare un po’ su il gusto. Stiamo parlando dell’acciuga, importante ingrediente per molti piatti nazionali, dalla pizza alle insalate, dalle paste (da non perdere i Vermicelli alla romana, con alici e pecorino) ai crostini, dalle torte salate al prodotto semplice marinato, dalla bagna càuda ai fiori di zucca e mozzarella. Nella cucina italiana è utilizzata prevalentemente giovane, quando ancora piccola si presta con maggiore versatilità alle più diverse destinazioni. Nonostante l’assenza di prestigio e, proprio per questo, nonostante avesse scampato alle elaborazioni dei vari sushi che hanno invaso i ristoranti di un po’ tutto il mondo occidentale, questa variante del pesce azzurro rischia l’estinzione. Il Mediterraneo e l’Atlantico non sembrano più in grado di soddisfare la richiesta che viene dal mercato e ben presto dovranno limitare la pesca per non compromettere l’esistenza della specie. Chi l’avrebbe mai detto che l’umile alice sarebbe entrata nel novero delle varietà ittiche da salvaguardare insieme alla rana pescatrice spagnola, al merluzzo del mare del Nord, al pescecane, alla sogliola di Dover? E pensare che la maggior parte della sua esistenza la passa in mare aperto in fondali profondi al riparo dalle insidie della cattura. Però, la natura ha deciso che per deporre le uova debba spostarsi in branco e necessariamente appoggiarsi alle derive sabbiose nei pressi della costa e proprio tale necessità biologica, necessaria alla sopravvivenza della  specie, rischia di diventare una vera e propria condanna capitale. Da almeno quattro anni ne è stata vietata la pesca in quello che per lungo tempo è stato considerato il luogo d’elezione di questo prodotto: il Golfo di Biscaglia, tra Francia e Spagna, e nelle acque portoghesi ne è ancora consentita la raccolta ma soltanto in quantità limitate. In base ai dati di produzione elaborati dall’ISMEA, con 60.000 tonnellate l’anno, che rappresentano intorno al 20% del totale mondiale, è la specie più catturata nelle acque indigene, anche se per quanto riguarda i consumi occupa soltanto la terza posizione preceduta da militi e orate, mentre la seguono spigole e trote. In complesso l’industria “pesca” nella penisola produce 282.000 tonnellate di prodotto l’anno (i dati sono riferiti al 2005), mentre l’acquacoltura (l’allevamento di pesci e molluschi in vivai) genera 234.000 tonnellate di merce, per un giro d’affari totale di oltre 2.000 milioni di euro, di cui oltre il 70% riconducibile esclusivamente alla pesca marittima. Davvero notevole il dato delle importazioni che vede il genere alimentare sfiorare le 860.000 tonnellate per un esborso di 3.320 milioni di euro (sempre numeri da riferire al 2005), contro esportazioni per 131.000 tonnellate capaci di ricondurre in cassa 470 milioni di euro. Del resto le tavole italiane nel loro complesso fagocitano 427.000 tonnellate di prodotti ittici (senza considerare i consumi extradomestici, ad esempio trattorie o ristoranti) spendendo in totale 3.700 milioni di euro. La crisi della pesca nel Mediterraneo, dovuta tanto all’eccesso di prelievo che ad alcune forme di inquinamento, è da considerarsi un fatto assodato, tanto che di recente ci sono stati dei conflitti a fuoco fra la marineria spagnola e quella francese, al quale è necessario porre al più presto rimedio per non sottrarre alle popolazioni residenti una fondamentale fonte di sostentamento. Non sempre, però, le difficoltà riguardano l’ingordigia degli operatori locali. Infatti i problemi riscontrati ad esempio nella pesca dei tonni sembrano derivare in buona parte dalle navi – fabbrica giapponesi che intercettano gli animali prima del loro arrivo nei nostri mari, anche se molti alla base del fenomeno ipotizzano un cambio delle rotte migratorie dovuto al riscaldamento dei mari. Un pericolo concreto che va a colpire uno dei baluardi della dieta mediterranea, quel pesce così importante per il mantenimento di una dieta equilibrata e povera di grassi.

 

                                                                     La redazione

 

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