Andiamo al ristorante, il vino lo porti tu?

Arriva dall’Inghilterra e, in breve tempo, ha attecchito anche in Francia, la nuova tendenza di poter gustare al ristorante i vini portati da casa. Qualcuno storce la bocca e si trincera dietro una tradizione consolidata . Tra i clienti però…



Qualcuno in Italia ha  già commentato: “Sarebbe come andate all’Oktoberfest e portarsi dietro la birra”.
La nuova tendenza, introdotta dall’isola britannica, di pasteggiare al ristorante con vini portati direttamente da casa, che tante perplessità provoca presso i ristoratori di casa nostra, sembra, invece, incontrare sempre più seguaci presso i consumatori di un po’ tutta Europa. Oltre all’Inghilterra, dove la proposta ha avuto i natali, anche nella vicina Francia in poco tempo sono diventati numerosi i locali che sostengono l’iniziativa. Tanto da aver fondato un club, “Vin en Ville”, che ha già raccolto più di tremila adesioni in tutto il paese, 35 nella sola capitale e tra ristoranti di prima categoria. Il successo colpisce in  maniera particolare se si pensa che quello transalpino è un paese assai geloso delle proprie tradizioni e in cui l’amore e la cura dedicati alla cucina e al vino raggiungono livelli di eccellenza difficilmente eguagliabili. La meccanica è molto semplice.

All’atto della prenotazione è sufficiente chiedere il permesso al titolare e pagare 5 euro per quello che viene definito il “diritto di tappo” ed è fatta, pasteggerete le pietanze del ristorante da voi scelto, con una bottiglia del vino che giudicate più adatto, portandovelo direttamente da casa. Una ghiotta occasione per far conoscere a parenti e amici nuove tipologie di vino o etichette particolari da voi scoperte di recente. Non solo, qualora vogliate assaggiare qualche vino compreso nella lista del ristorante, potete beneficiare di sconti che vanno da un minimo del 10% fino al 25% del prezzo indicato. Per far conoscere i locali che aderiscono al club, si organizzano cene mensili con particolari condizioni per i membri dell’associazione e con degustazione di vini presenti nella cantina dell’esercizio. La quota annuale di iscrizione è di 65 euro.
L’associazione è stata creata da Alain Marty, già presidente del Wine & Business Club (che raggruppa 1710 dirigenti d’industria), autore del libro “Vogliono uccidere il vino francese” volto alla salvaguardia e alla valorizzazione del prodotto nazionale e conduttore della trasmissione radiofonica “In vino” su BFM, un tipo che conosce a fondo la materia, nel dicembre dello scorso anno  e può già contare su qualche migliaio di aderenti, in continua crescita.

Al di là delle semplificazioni, ci rendiamo conto di andare a toccare un tasto delicato per la ristorazione nel nostro paese, capace di incidere in maniera sensibile sulla redditività del business. I dati nazionali parlano chiaro.
Nello scorso anno sono stati consumati al ristorante 430 milioni di litri di vino, di cui 200 milioni in modalità sfuso (per intenderci quello che viene presentato come “della casa” dall’esercente), insomma qualcosa come 270 mila bottiglie, con un incremento sensibile rispetto all’anno precedente. Se, però, ci poniamo nell’ottica del consumatore, il peso che nel costo complessivo di una cena è rappresentato dal vino, diventa indiscutibilmente assai oneroso. In media incide per oltre il 20% sul conto finale, se ci si limita a una sola bottiglia. Il parere del consumatore, in questi casi, deve considerarsi prioritario dal momento che è lui a decidere il locale in cui trascorrere la serata. Per cui, spesso, si è costretti a indirizzarsi sul prodotto che definivamo “della casa”, il quale, avendo un costo contenuto, deve considerarsi di qualità modesta, con il rischio concreto di  lasciare insoddisfatto il cliente.
L’effetto che si ottiene è di spingere il consumo di bevande verso altri prodotti come la birra, la coca-cola, e così via. Perciò anche se in un primo momento può sembrare un’iniziativa penalizzante per il ristoratore, a ben vedere sarebbe, invece, in grado di portare un numero considerevole di nuovi consumatori di vino, naturalmente nei modi idonei e nelle giuste quantità, con possibili ulteriori incrementi in termini di vendite unitarie complessive. Inoltre sarebbe un segnale concreto alla clientela di attenzione verso le proprie esigenze. Del resto alcuni indicatori sull’eccessiva valutazione pecuniaria che il vino italiano esprime sui mercati internazionali cominciano a farsi evidenti.

Negli Stati Uniti, dove il nostro prodotto ha ottenuto performance invidiabili superando, per la prima volta nella sua storia, con il 15,5% di quota proprio il prodotto transalpino fermo a un 14,1%, secondo un’indagine condotta dalla testata Wine & Spirit Magazine su 2.200 ristoranti di lusso, il consumatore americano si sta indirizzando su prodotti meno conosciuti di quelli tradizionali, tipo il Brunello di Montalcino oppure il Chianti Classico, come il Primitivo, il Pinot Grigio, il Nero d’Avola, per provare nuovi gusti a prezzi sicuramente meno aggressivi.

Anzi proprio il costo più contenuto, oltre a una qualità media elevata,li fa, spesso, prediligere. A volte quelli che in prima battuta possono essere considerate delle minacce, si rivelano, invece, grandi opportunità. In fondo è la legge base del marketing.

 

 

 

                                                                            MARIO ROSSI

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