Arriva Nespresso

Hanno ormai superato il centinaio quelle che vengono definite, non senza una punta di vanità, le “Boutique Nespresso”. Disseminate nelle principali città del mondo, da Buenos Aires a Pechino, diffondono il piacere per un prodotto che rimane tra i più amati e consumati del pianeta. Per la multinazionale svizzera una vera miniero d’oro.

 

Fatturano oltre 1,16 milioni di franchi svizzeri (circa 700 milioni di euro), con una proiezione per il 2010 di 2 miliardi, negli oltre 28 paesi dove sono state aperte le 100 Boutique Nespresso. In Francia ce ne sono 15, di cui 4 a Parigi, come nella madrepatria Svizzera che ne vede operanti 3 a Zurigo, 9 in Spagna in cui la sola Barcellona ne conta 5, poi se ne individuano a Buenos Aires, Il Cairo, New York, Rio de Janeiro, Berlino,Hong Kong, Londra, Tel Aviv, Mosca e via dicendo. In tutte le principali capitali mondiali si possono trascorrere momenti di relax in compagnia di una buona tazza di caffè. La multinazionale elvetica con sede a Vevey ha deciso di investire pesantemente in un nuovo concetto di prodotto che avesse come base il caffè e che potesse eguagliare il successo di uno dei suoi prodotti di maggior successo: Nescafè. La miscela solubile messa a punto, sulla scia del successo del latte in polvere, nel lontano 1938 da un’equipe diretta da Max Morgenthaler, in pochi anni, grazie alla semplicità della preparazione e alla qualità del prodotto, raggiunse livelli di produzione notevoli con conseguenti picchi di consumo. Oggi si può affermare senza paura di sbagliare che in tutto il mondo ogni secondo almeno 3.900 persone bevono una tazza di Nescafè. Il successo del caffè solubile spinse gli uffici addetti alla ricerca di nuovi prodotti della Nestlè ad elaborare varianti in grado di poter soddisfare le diverse necessità dei consumatori . Il vero antagonista del caffè solubile, e che in qualche modo ne rappresentava la più valida alternativa, era il cosiddetto “caffè espresso” .  Bisognava, perciò, offrire ai consumatori insoddisfatti della versione solubile, giudicata poco funzionale e scarsamente energetica, qualcosa che potesse avvicinarsi di più alle loro esigenze. In effetti la tecnologia è venuta in aiuto dei ricercatori quando si riuscì a mettere a punto un dispositivo che grazie alla confezione in capsule delle diverse miscele e della definizione di macchine specifiche per l’erogazione della particolare tipologia di confezionamento, riusciva a preparare in un batter d’occhio tazzine di vero “espresso”. A quel punto le declinazioni di prodotto potevano occupare particolari ambiti di consumo andando a soddisfare esigenze differenti.  Ad oggi esistono almeno 12 tipi diversi di capsule, 9 denominate Gran Cru, che raccolgono i normali, i decaffeinati e i ristretti, da gustare rigorosamente in tazzine da 40 ml, e 3 definiti Lunghi dove il contenitore può contenere fino a 110 ml. Il brevetto delle ingegnose capsule di caffè monodose scade nel 2012 ma per quel tempo sono ambiziosi i traguardi della multinazionale alimentare più grande al mondo. Si prevede entro i prossimi due anni di raggiungere le 250 boutique. In Italia, paese ostico per il solubile ma decisamente legato alla formula “espresso”, s’intende passare dalle 8 attuali alle 20 indicate come obiettivo per il 2010, grazie anche alla nuova tendenza delle boutique in shop con l’apertura di aree riservate nei grandi magazzini, ad esempio Coin. Accanto alla diffusione della scura bevanda, un impulso notevole lo ha ricevuto la vendita di macchine da caffè in grado di erogare il prodotto in capsula rilanciando un mercato che si avviava a un periodo di maturità. Anche gli addetti, ad oggi oltre  1.700 in tutto il pianeta, potrebbero aumentare sensibilmente grazie alla diffusione dei negozi specializzati, dove nelle vetrine, eleganti e ricercate come gioiellerie, campeggiano i poster con George Clooney, testimonial pubblicitario, intento a prepararsi una tazzina di Nespresso. Certo che nel momento in cui un colosso economico come il gruppo multinazionale elvetico decide di entrare in un mercato direttamente, senza più la necessità di trovare mediatori che lo aiutino a diffondere i prodotti, le ripercussioni sulle vendite dei concorrenti diventeranno presto evidenti, ma un vecchio adagio recita “Chi fa da se…”.                                                                                                 

 

 

                                                                                           Sam

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