Attenti al formaggio

Ancora una truffa colpisce un prodotto importante per le tavole degli italiani. Questa volta a cadere nella rete della polizia sono diverse aziende che producono formaggio per alcuni dei marchi caseari più importanti della penisola e che esportano una mole notevole di prodotto finito all’estero. Un ulteriore monito ai consumatori di tenere sempre gli occhi ben aperti verso prodotti dalle caratteristiche spesso assai vaghe.

Le quantità sono di tutto rispetto: 12.000 tonnellate di merce lavorata in due anni, di cui almeno 3.000 tonnellate sono state vendute in nero dai fornitori. I prodotti finiti sono nella quasi totalità formaggio in fettine e buste di grattugiato che vanno a finire in supermercati e ipermercati dell’intersa penisola. Di fatto questa merce viene ricavata da residui di formaggi scaduti o avariati, in cui sono presenti vermi, escrementi di topo e carcasse di topi veri e propri, il tutto mescolato con prodotto fresco e offerto in un “mix” (una delle aziende incriminate metteva sul mercato confezioni definite “delimix”) agli ignari consumatori. Il meccanismo era semplice, un numero cospicuo di società produttrici di articoli caseari spedivano quantità notevoli di prodotto non più commerciabile a tre aziende che potremmo definire di “riciclaggio”, le quali “lavoravano” le derrate ricevute e le rimettevano in commercio, in parte con etichette proprie, in parte in confezioni, il più delle volte panetti, da consegnare ad alcune fra le più importanti compagnie specializzate nel settore. Queste ultime, infine, assieme a croste ed altri scarti impiegavano i panetti per produrre il grattugiato. In effetti fra coloro che utilizzavano tali partner troviamo Granarolo, Ferrari, Zanetti, Medeghini, Galbani, Biraghi, Prealpi. L’invio avveniva per un utilizzo a scopo zootecnico di quantità anche ingenti, poiché in molti casi parliamo di centinaia di tonnellate alla volta, di formaggi non riutilizzabili (in alcune celle frigorifere sono stati trovati prodotti del 1980 in attesa di essere riciclati). Le aziende ad oggi coinvolte, secondo le competenti autorità di polizia, riguardano tre strutture che potremmo definire di raccolta del materiale, Delia (PC) Tra.De.L. (CR) Megal (NO), mentre gli acquirenti sono più di sessanta. Il giro d’affari superava i 30 miliardi di euro annui e vedeva coinvolti anche partner internazionali, dal momento che una delle centrali di raccolta e smistamento aveva sede in Germania e precisamente a Woringen, cittadina di neanche 2.000 abitanti situata nel Land della Baviera. Altre nazioni europee ricevono prodotti dalla filiera casearia indigena: Spagna, Austria, Francia, Belgio. L’intera organizzazione, in pratica tutte e quattro le aziende coinvolte nella truffa, fa capo a Alberto Aiani cinquantatreenne di Casalbuttano in provincia di Cremona. Una bella tegola per un settore importante dell’economia alimentare nazionale. Recenti statistiche attribuiscono all’Italia con 24 kg pro capite la palma del paese dove i formaggi vengono consumati di più (dal 2006 davanti anche alla Francia paese in cui i prodotti a base di latte stagionato rappresentano una gloria nazionale), di fronte ad un consumo medio europeo di 18 kg, tanto da rappresentare dal punto di vista economico, con i suoi 16 miliardi di euro di fatturato annuo, il principale settore dell’industria agro – alimentare nazionale. Un trend positivo che investe l’intero continente, tanto che dal 2000 al 2007 il consumo europeo è passato da 7 a 9 milioni di tonnellate, con incrementi percentuali dell’1%, 1,5% l’anno. Il fenomeno, comunque, assume dimensioni planetarie se un paese come la Cina, che fino a pochi anni orsono si può dire neanche conoscesse il genere di prodotto, viaggia con aumenti di consumo che si avvicinano al + 66% ogni dodici mesi e il volume di prodotti acquistati nel 2007 nell’intera superficie terrestre raggiunge i 19 milioni di tonnellate. In virtù delle eccellenze che siamo, come italiani, capaci di esprimere in questo comparto alimentare, basti pensare al “parmigiano” che tanti paesi cercano di copiare mettendo sul mercato cloni sempre mal riusciti oppure al “pecorino” di cui nei soli Stati Uniti i prodotti a marchio nazionale detengono il 56% dell’intero mercato, l’ennesima sofisticazione scoperta di recente aggiunge difficoltà al pieno sviluppo di quel made in Italy che tante soddisfazioni ci ha dato nel passato e che in questo momento subisce pesanti attacchi da spregiudicati quanto criminosi “imprenditori”. Un rimedio consiste nell’abbandonare i grandi colossi industriali, trascinati nelle contraffazioni dalla necessità di aumentare in maniera incessante i profitti, ed affidarsi a piccoli fabbricanti locali, magari un po’ più costosi ma in grado di garantire genuinità e qualità dei prodotti finiti.  

 

                                                                        La redazione

 

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