Bar gay? Li sostiene lo Stato

Dopo le grandi metropoli anche le aree limitrofe della grande Cina si mettono al passo coi tempi. Nella provincia di Dali, in pieno Yunnan,  apre il primo bar riservato alla clientela omosessuale. A far notizia non è tanto la vocazione particolare del locale, ormai ne esistono quasi in ogni paese laico del pianeta, quanto il fatto che a supportare l’iniziativa sia in prima persona lo Stato della repubblica asiatica. Un atto a favore di una maggiore  libertà d’espressione, in un paese che non brilla certo per tolleranza,oppure un ulteriore espediente per tenere sotto controllo la situazione?    

                           

La storia, anche recente, ci insegna che negli stati retti da governi che si ispirano alla dottrina socialista, la vita per gli omosessuali non è tra le più facili. Nonostante all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre (1917) venne ripristinata la piena libertà nelle scelte sessuali , i bolscevichi non furono mai eccessivamente favorevoli a tale dimostrazione di emancipazione e Stalin li spediva in Siberia a raffreddare i bollenti spiriti, mentre per Castro (nonostante si pratichino gratuitamente gli interventi chirurgici per il cambio di sesso), diverse volte, sono considerati oppositori politici e, quindi, trattati come tali. La Cina comunista si è allineata ai paesi fratelli nel ritenere la sodomia un’infezione dell’animo umano, una vera e propria malattia, causata dal lassismo indotto dal sistema produttivo capitalista nei comportamenti sociali. Soltanto alla fine del passato millennio, dopo una persecuzione durata decenni e che vide il culmine nel periodo della “rivoluzione culturale” (1966 – 1969), la repubblica asiatica decise di depenalizzare gli atteggiamenti gay. La rincorsa alla leadership economica internazionale ha indotto numerosi cambiamenti nell’atteggiamento del Partito Comunista Cinese nei confronti delle regole di convivenza interne al paese e anche il “problema” dell’omosessualità ha, finalmente, trovato una soluzione condivisa. Condivisa a tal punto che è lo Stato in prima persona ad occuparsi di sostenere e promuovere la costituzione di locali di intrattenimento riservati al pubblico omosex. I centri urbani principali, da Shangai a Pechino, hanno, ormai da tempo, strutture dedicate alla bisogna, mentre il resto del territorio era ancora escluso dallo sforzo di modernizzazione. Da qualche mese anche nella regione di Dali è stato aperto il primo locale gay della provincia cinese. L’idea è sorta ad un medico dermatologo, Zhang  Jianbo, ed ha incassato subito l’avallo delle locali autorità politiche, le quali si sono affrettate a precisare come: “Non lo chiuderemo, anzi lo aiuteremo”. In pratica in cosa consiste l’aiuto governativo? Da quanto emerge dalle dichiarazioni del proprietario in particolare nella tolleranza, cosa di per sé rimarchevole se contestualizzata all’interno di un regime che poco spazio lascia a qualsivoglia tipo di manifestazione, e nella possibilità di aver ricevuto in tempi brevi le necessarie autorizzazioni. Al fine di mantenere vivo il più possibile l’idillio con le autorità, Zhang ha rilasciato significative dichiarazioni sugli scopi della sua iniziativa: “L’obiettivo non è il profitto  – sottolinea il proprietario – , ma promuovere la consapevolezza dell’Aids in Cina”. Siamo così giunti alla reale preoccupazione delle istituzioni del paese della Grande Muraglia. Da qualche tempo, infatti, i casi di Hiv si sono moltiplicati e il governo sente necessaria una campagna di sensibilizzazione e di comprensione della malattia e della sua pericolosità per l’organismo umano, capace di coinvolgere l’intera popolazione riguardo il terribile morbo, che proprio all’interno della comunità omosessuale trova un terreno di sviluppo particolarmente favorevole. Non è un caso che presso il locale si svolga una distribuzione gratuita di profilattici. Del resto Dali, uno dei centri urbani più importanti dello Yunnan nell’estremo sud – ovest della nazione, risulta essere una delle dieci città cinesi con il numero più alto di malati di Aids dell’intero paese, vuoi  per la vocazione eminentemente turistica dei luoghi ricchi di bellezze naturali, la più importante delle quali è rappresentata dal lago Erhai con i suoi paesaggi da fiaba, vuoi perché sede di una effervescente comunità multietnica tra cui una piccola colonia di occidentali. Al di là della soddisfazione per la pragmaticità dimostrata dal governo cinese nel l’occasione, ci domandiamo se il riunire in spazi definiti categorie specifiche di persone non nasconda, anche, la volontà di tenerle in qualche modo “sotto controllo”.

 

 

 

                                                                 Sam

 

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