“Buttadentro”, si o no?

Sarà anche colpa della crisi, ma si stanno diffondendo sempre più nella penisola i camerieri che, appena fuori il ristorante dove svolgono la propria attività lavorativa, si propongono di attirare avventori esponendo personalmente il menu per strada oppure promettendo pranzi luculliani a una manciata di euro. Un fenomeno che, seppur sembra aver contagiato le tante città d’arte che arricchiscono il patrimonio culturale della penisola, non piace né alle associazioni di categoria, né alle istituzioni e neppure ai gruppi organizzati dei residenti.


Il fenomeno si può riscontrare un po’ in tutto il mondo, in special modo nelle località dove il turismo rappresenta un business importante. Dalle isole greche, alla Turchia, dai locali che si aprono sulle strette e bianche vie di una rediviva Dubrovnik alle affollate stradine del centro di Parigi, sono appostati i cosiddetti “buttadentro”, camerieri vestiti di tutto punto, con tanto di gilet e papillon, che hanno il compito di convincere gli affamati e stanchi turisti a scegliere il proprio esercizio per  consumare un più o meno frugale pasto (dipende in massima parte dal budget disponibile). In Italia il fenomeno era, fino a qualche tempo addietro, relegato ad alcune trattorie situate in massima parte nelle aree meridionali del paese e, comunque, ristretto ad esercizi di modeste dimensioni e dalle pretese limitate. Ora, forse a causa della irrefrenabile contrazione dei consumi mondiali che costringe a serrate economie anche i turisti più munifici, la tendenza sembra essersi propagata in un po’ tutta la penisola e in una parte notevole dei ristoranti di ogni ordine e grado. L’allarme giunge da Roma dove in alcune aree fra le più frequentate dalle colonie di vacanzieri (Via del Corso, Piazza Navona, Pantheon, Fontana di Trevi) sono all’opera un vero stuolo di “buttadentro” assai agguerriti e determinati ad “accalappiare” l’ignaro potenziale avventore a tutti i costi. Alcuni per essere più convincenti distribuiscono forchettate di spaghetti al pomodoro per far toccare con mano la qualità della cucina del proprio locale. Inizialmente si riteneva sufficiente distribuire volantini o depliant che promozionavano particolari tipi di menu a prezzo fisso oppure determinate promozioni su piatti tipici, poi, con molta probabilità in virtù di una spietata concorrenza, si è passati all’invito esplicito, all’accompagnamento al tavolo e, ultimo in ordine di tempo, all’assaggio in strada di particolari pietanze.“È il segnale – commenta Viviana Di Capua, dell’associazione Abitanti centro storico – di un modo di fare turismo di bassa qualità”. Gli fa eco Paolo Gelsomini di Progetto Celio secondo il quale “i camerieri ‘buttadentro’ danno l’idea di una città che vede i turisti come polli da spennare”. Gisella Pandolfo della Consulta per la vivibilità del Centro storico non usa mezzi termini nei confronti dei gestori: “È una moda umiliante per lo stesso settore della ristorazione”. Al di là dell’indignazione dei residenti, per i quali un numero alto di locali di intrattenimento, siano questi bar ristoranti o appartenenti ad altre tipologie, che accolgono clienti fino a tarda ora restano un problema, alcune considerazioni vanno fatte. Ad esempio la prima riguarda il numero di licenze rilasciate in spazi eccessivamente esigui dove si affollano esercizi di tipo similare creando le condizioni per una vera e propria “caccia al cliente” per poter far quadrare i conti a fine mese, una seconda consiste nel suggerire l’individuazione di elementi di caratterizzazione e di personalizzazione che riescano a qualificare la proposta del locale senza dover ricorrere ai procacciatori da strada. In verità la capitale non è nuova ad episodi del genere. Agli inizi del nuovo secolo si scoprirono i cosiddetti  “battitori”, signori in giacca e cravatta che parlano almeno quattro lingue capaci di indirizzare presso determinate strutture anche fino a 150 avventori e che richiedevano, siamo nel 2000, al gestore come contropartita dalle 1.000 alle 1.500 lire a persona indirizzata. Certo che anche dal punto di vista del consumatore non è piacevole sentirsi circondato da persone che cercano di influenzarne le scelte, tenendo conto che in vacanza la scelta del ristorante è un modo assai piacevole, per una parte considerevole di turisti, di passare il tempo e di approfondire la conoscenza dei principali e maggiormente diffusi piatti indigeni. Altrimenti rischiamo di trasformare le nostre trattorie in tanti fast food dove velocità e costi bassi prevalgono sulla qualità, e questa sarebbe per la prelibata cucina italiana una cocente sconfitta.

 

 

 

 

                                                Mario Rossi

 

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