C’è cioccolato e cioccolato

Il gustoso prodotto importato dalle americhe nel XVI secolo sembra non risentire affatto degli anni e mantiene alto il proprio gradimento presso un pubblico sempre più vasto. La sua lavorazione viene spesso aggiornata, basti pensare all’introduzione di alcuni grassi vegetali in sostituzione al burro di cacao, col risultato di ottenere fragranze ogni volta diverse, ma comunque gradevoli al palato, anche a quello più esigente. Attenzione, però, la speculazione finanziaria, anche per questo appetitoso alimento, è in agguato.

 

Leonardo Sciascia lo definitiva “l’archetipo dell’assoluto”, aggiungendo di essere certo che. “…il cioccolato altrove prodotto – sia pure il più celebrato – ne sia l’adulterazione, la corruzione”. Il grande scrittore siciliano si riferiva al prodotto realizzato a Modica, centro urbano di oltre 50.000 abitanti in provincia di Ragusa, dove ancora oggi si producono tavolette secondo una ricetta che risale all’inizio della dominazione spagnola dell’isola (1516 – 1713) e che è stata mutuata direttamente dalle usanze atzeche sulla lavorazione dei semi di cacao. Questi ultimi vengono macinati su uno strumento chiamato metate, composto da una pietra ricurva poggiata su basamenti trasversali, usando uno speciale mattarello anch’esso in pietra. La pasta ottenuta viene mescolata con diverse tipologie di spezie (in prevalenza cannella o vaniglia) e sfregata fino a quando il composto non s’indurisce, dando vita alla barretta. Il metodo continua ad essere usato da alcune piccole realtà produttive locali, quale per esempio l’”Antica Dolceria Bonaiuto”, che mantengono viva una importante tradizione di qualità. In altri paesi, invece, si intraprendono strade diverse per arricchire di nuove fragranze i prodotti a base di cioccolato. Prima fra tutte quella che da luogo al cosiddetto “cioccolato vegetale”, ottenuto grazie alla sostituzione di una percentuale (non più del 5,0%) di burro di cacao con grassi di origine vegetale: burro d’illipè, estratto da un albero molto alto che cresce nelle foreste del Borneo; olio di palma; grasso di shorea,  pianta di origini tropicali; burro di karité, albero africano presente dal Senegal al Nilo; burro di kokum, arbusto produttore di semi di origine indiana; grasso di nocciolo di mango. La comunità europea ha così legittimato la richiesta di Danimarca, Austria, Finlandia, Svezia, Portogallo, Irlanda e Gran Bretagna che avevano avanzato la richiesta, ottenendo inoltre che non venisse resa obbligatoria nel marchio la presenza di tali sostanze, mentre i più attenti osservatori l’avrebbero trovata fra gli ingredienti elencati nell’etichetta posta sul retro della confezione. I puristi del gusto sono insorti uniti a difesa della ricetta originale, ma con scarsi risultati pratici. Del resto la scelta, cui si erano opposti altre nazioni facenti parte della UE tra cui l’Italia, era stata fin dall’inizio appoggiata dalle grandi multinazionali produttrici del gustoso alimento, per le quali l’opportunità di utilizzare materie prime meno costose del burro di cacao rappresentava un risparmio significativo. La diatriba è proseguita nel tempo e ancora oggi i veri intenditori controllano con attenzione l’eventuale presenza di grassi vegetali accanto all’originale burro di cacao nella ricetta del prodotto consumato. In estate un altro evento agitava le acque del “cibo degli dei” (come veniva definito dalle popolazioni centroamericane che lo avevano scoperto), il tentativo di uno dei massimi operatori commerciali mondiali, il finanziere londinese Anthony Ward, di accaparrarsi fette importanti di produzione, che andavano ad incrementare quelle già in suo possesso in grado di assicurargli il 7,0% delle scorte mondiali, al fine di trattenerne l’uscita sul mercato in modo da far lievitare ulteriormente il prezzo, già decisamente alto, del prodotto e assicurargli lauti guadagni nel momento della rivendita. Una vera e propria speculazione, capace di muovere qualcosa come 241.000 tonnellate di fave di cacao, quantità pari all’intero approvvigionamento annuale europeo, per un valore stimato in 776 milioni di euro. A farne le spese sono, come sempre, i consumatori che vedranno con molta probabilità lievitare ulteriormente il costo dei prodotti a base di cioccolato, tanto apprezzati da figli e nonni esenti da diabete. In ogni caso a quasi cinque secoli dalla sua apparizione sulle tavole occidentali, il cioccolato rimane uno degli alimenti di maggior gradimento presenti sul mercato, ricordando che, come afferma Forrest Gump nell’omonimo e pluripremiato film del 1994 di Robert Zemeckis: “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!”. 

 

 

 

        

                                                                           Sam

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