Cenone col botto

Come di consueto si avvicina il momento dei festeggiamenti per l’ultimo giorno dell’anno. Una serata in cui  ci si sente in obbligo di divertirsi magari uscendo dagli schemi di tutti i giorni e privilegiando il gusto,  attraverso un’accurata selezione del locale in cui celebrare il rito iniziatico per eccellenza: il “cenone di S. Silvestro”.  

“Il menu sembra interessante: “, confida a La Repubblica Elena Buno, direttrice dell’Hotel de Russie di via del Babuino 9 a Roma, “si parte dalle ostriche Tsarkaya (le più pregiate, rarissime, ndr)alla tartare di branzino e caviale sevruga,  per passare all’astice al finocchietto affumicato. Per ricominciare col raviolo all’uovo di fattoria con tartufo bianco d’Alba, finendo con la scaloppa di fois-gras ai frutti di bosco, preceduta dal filetto di vitello ai porcini. E a mezzanotte, naturalmente, champagne. “ “Prezzo della cena?”, domanda l’intervistatore incuriosito, “Settecento euro”. Se pensiamo che un numero significativo di pensionati vive con meno di mille euro al mese e che la media del reddito in Italia nel 2006 era di 2.260 euro mensili, i prezzi del del de Russie sembrano una barzelletta. Del resto il prestigioso albergo della capitale, la cui suite più prestigiosa  (la Nijinsky di 230 mq) viene concessa alla modica cifra di 6.000 euro a notte, non nasconde le sue ambizioni di esclusività e di ricercatezza e non si può certo dire che non s’impegni nello scremare la propria clientela! In ogni caso l’offerta nazionale si presenta varia e articolata e in grado di soddisfare anche le richieste più disparate, a Fiuggi l’Hotel Trieste per 200 euro mette a disposizione dei clienti il veglione di fine anno, il pernottamento e la colazione; a Imperia il Villa Giada Holiday Club per 160 euro ad adulto (90 euro per i minori) offre 4 giorni e 3 pernottamenti, compresi il cenone di fine anno con complesso musicale e colazione tutte le mattine. Del resto anche trovare un accordo internazionale che individuasse nel 1 gennaio l’inizio del calendario non fu cosa facile. Se, infatti, la tradizione di festeggiare l’entrata del nuovo anno sia attribuita addirittura agli Assiri fin dal 4.000 a. C., il primo a tentare un’unificazione fu Giulio Cesare nel 46 d. C. I suoi successori alla guida dell’Impero Romano tornarono a situazioni anarchiche, mentre il nord Europa individuava nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre (oggi dedicata a Halloween) il momento di trapasso. Fu, infine, un Papa, Gregorio XIII, che attraverso l’introduzione del calendario che prese il suo nome, appunto gregoriano, stabilì definitivamente nel 1 gennaio l’inizio del nuovo anno. Eravamo nel 1582.  Generalmente, anche in considerazione delle ristrettezze economiche in cui versa ultimamente la gran parte degli italiani, i costi per quello che viene considerato il vero e proprio evento di fine anno tendono a non superare i cento euro, magari cercando di limare un poco il menu. Se proviamo a scorrerne qualcuno ci accorgiamo che mentre si mantengono assai corposi antipasti e primi, si tende a contenere il numero e la qualità dei secondi piatti, di sicuro i più pesanti nella determinazione dei prezzi finali. Il problema principale è, però, rappresentato dalla qualità degli elementi utilizzati in cucina. Una recente statistica riguardante il nostro paese, afferma che l’85% dei prodotti alimentari distribuiti in Italia subiscono manipolazioni o interventi industriali nel tragitto che compiono “dal produttore al consumatore”, come si usa dire. Perciò oltre al costo, che rimane comunque importante nel determinare la scelta del locale, sarebbe auspicabile conoscere la provenienza degli ingredienti con cui vengono allestiti i piatti. Nei menu di molti ristoranti europei, e non necessariamente i più affermati, sono da tempo affiancate al piatto le notizie riguardanti le aree di provenienza dei singoli prodotti, non solo per certificare una qualità dell’insieme che spesso diventa un pretesto per giustificare conti salati, ma soprattutto per tranquillizzare un sempre più attento consumatore intorno alla genuinità del cibo che mangia. In Italia tale prassi è poco diffusa e per un paese che fa della cucina un vanto nazionale deve considerarsi una pecca cui rimediare al più presto, tanto più che, come vedevano nell’articolo dello scorso numero, il “bel paese” detiene il primato continentale dei prodotti DOP o IGT. Comunque apprestiamoci a mettere ancora una volta il nostro stomaco e dura prova, non dimenticando di inserire nella lista le lenticchie, che la tradizione vuole portatrici di fortune economiche.

                                                                                                   

                                                                      Mario Rossi

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