Cocktail retrò

Grazie al successo di alcune serie televisive (in primis “Mad Men”, ambientata in un’agenzia pubblicitaria degli anni Sessanta del Novecento) tornano di moda negli Stati Uniti alcuni dei cocktail che avevano furoreggiato in quegli anni. L’ennesima dimostrazione di come il passato eserciti un fascino duraturo, basti pensare al consenso che continua a ricevere il cosiddetto vintage (l’utilizzo, come elementi decorativi piuttosto che funzionali, di oggetti o utensili realizzati almeno vent’anni prima), forse a causa della desolante pochezza del presente.

 

                                                                                  Sam

 

A volte sembra proprio che il passato non passi. Con l’andare degli anni, in ognuno di noi, si diffonde la sensazione che i periodi migliori della propria vita siano quelli trascorsi, forse perché coincidono con la gioventù, o forse perché si assume il celebre adagio popolare secondo il quale “il peggio deve ancora venire”. Fatto sta che tanto nella moda, che nell’arredamento, che nello spettacolo, che nella cultura più in generale, non si fa altro che rivisitare, recuperare, rispolverare, riutilizzare, i simboli e i successi dei decenni andati. Dal paese che continua ad anticipare le tendenze comportamentali dell’intero mondo occidentale, gli USA, giunge l’ennesima novità nell’ambito dei gusti correnti. Tornano di moda nella Grande Mela e nella città di Hollywood alcuni dei locali che avevano caratterizzato gli anni del grande boom economico internazionale: dal “Grand Central Oyster Bar” al “Russian Tea Room” della metropoli sull’Hudson, al “Waldorf Astoria” sempre a NY, al “Beverly Hills Hotel” di L.A. E con loro  ritornano anche, nelle preferenze di un pubblico sempre più vasto, alcuni dei cocktail che godettero di un vasto consenso negli anni Sessanta del Novecento. Indichiamone qualcuno: il Mai Tai (a base di 2 tipi di rum, curaçao, sciroppo di orzata e lime), il Blue Hawaii (composto da rum bianco, succo d’ananas, crema di cocco e curaçao), l’Old Fashioned (preparato sciogliendo in un bicchiere una zolletta di zucchero impregnata d’angostura e soda, cui si aggiunge ghiaccio, whisky e due ciliegine al maraschino). Il 1961, del resto, è l’anno in cui l’IBA (International Bartenders Association) effettuò una ricerca specifica intorno alle più diffuse e apprezzate miscele alcoliche del mondo, che si concluse con la codifica in un elenco certificato di cinquanta ricette. Nonostante la revisione del 1985, il documento forma ancora la base di qualsiasi legenda dedicata a questo tipo di bevanda. L’interesse intorno a tale periodo storico è stato risvegliato dal successo ottenuto dalla serie televisiva “Mad Men”, nella quale, attraverso le vicende di un’agenzia di pubblicità, la “Sterling Cooper” in Madison Avenue nel pieno centro di Manhattan, e del suo direttore creativo Don Draper (interpretato da Jon Hamm), si passano in rassegna i grandi mutamenti avvenuti nella società americana durante il decennio. Mutamenti scanditi dai numerosi bicchieri ad alta gradazione che accompagnano le vicende dei protagonisti. Negli States, quella di guardarsi indietro, è una vera e propria mania che arriva a lambire anche gli anni della grande depressione e del proibizionismo. Il “Bourbon & Branch” di San Francisco, aperto nel 1921 e dall’arredo d’epoca quasi intatto, propone una serie di cocktail classici, impreziositi da whisky particolarmente ricercati e invecchiati provenienti da un po’ tutto il paese, Canada compreso. Al “Back Room” di Manhattan per entrare è necessario conoscere la parola d’ordine e le bevande su di gradazione si servono in tazze da tè, nel caso la polizia facesse irruzione all’improvviso. Brooklyn accoglie almeno un paio di esercizi di questo tipo: il “Rye”, nel quale si beve al ritmo di charleston, nascosto in un edificio che sembra abbandonato,  e l’”Hideout” dove i clienti sono ammessi al’interno del locale solo dopo un interrogatorio effettuato attraverso lo spioncino della porta d’ingresso. Allo “Speakeasy” di Cleveland, una vecchia distilleria senza insegna che produce gin, per sapere se si può essere ammessi bisogna guardare un lampadario posto all’esterno dell’edificio nei pressi dell’entrata: se è acceso, significa via libera. Tiepidi segnali intorno ai tentativi di un recupero dei “bei tempi andati” giungono anche dall’Europa. Il “Chez Georges” di Parigi, un vecchio ritrovo per artisti, riproduce, tra un bicchiere e l’altro di ottimo vino d’annata, le atmosfere degli anni Trenta, quando la comunità degli scrittori americani movimentava le serate della ville lumiére; mentre a Roma, si respira un’aria da proibizionismo, nonostante l’austero e autarchico regime fascista non pose mai reali limiti al consumo di alcol, al “The Jerry Thomas Project”. In verità Via Veneto ha mantenuto intatti i suoi luoghi di culto, dall’”Harry’s Bar” al “Doney”, all’”Hotel Excelsior”, nonostante i divi statunitensi non affollino più i suoi tavolini all’aperto, come in quella stagione di grande fascino denominata di “Hollywood sul Tevere”.

 

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