Da hotel a shopping center

È il destino che ha colpito uno dei più prestigiosi e noti alberghi della Grande Mela: il Plaza. Lo storico hotel newyorkese, che ha accolto per oltre un secolo nelle sue sale le maggiori personalità mondiali della politica, dello sport, della cultura e dello spettacolo, è diventato, per una  parte considerevole delle oltre ottocento stanze, un fin troppo lussuoso condominio affacciato su Central Park. In effetti il tentativo di trasformarlo in un esclusivo caseggiato,  provvisto di un cortile in cui poter trovare i negozi con i prodotti  delle maggiori griffe internazionali, non sembra decollare.

 

Da quando, nel lontano 1907, aprì i battenti, si distinse per il lusso e il buon gusto con cui erano realizzati gli spaziosi saloni, i vasti corridoi e le accoglienti camere, mentre il livello dei servizi lo poneva al top della qualità internazionale. Divenne ben presto la più famosa e ambita struttura di accoglienza della megalopoli statunitense, grazie anche alla posizione topografica: all’angolo della 5th avenue con la 60th street, proprio di fronte all’immenso polmone verde di Central Park. Nei suoi locali si sono incontrati oppure hanno soggiornato personaggi che hanno fatto la storia, e non solo americana, del secolo passato: i Beatles, Marilyn Monroe, Zsa Zsa Gabor, Richard Nixon, Frank Lloyd Wright. Qui sposarono i rampolli della famiglia Kennedy, Truman Capote dette una storica festa all’indomani del successo del suo capolavoro: A sangue freddo, Francis Scott Fitzgerald si tuffò ubriaco nella fontana dedicata a Joseph Pulitzer, mentre l’amico di vecchia data Ernest Hemingway sorseggiava cocktail Martini all’Oak room. I grandi registi di Hollywood amavano ambientare le loro storie nelle lussuose stanze del Plaza: Hitchcock lo scelse per Intrigo internazionale, Sacks per il proprio esordio alla regia cinematografica con A piedi nudi nel parco, Hill per dirigere un istrionico Walter Matthau in Appartamento al Plaza. Ebbene il magnate israeliano Isaac Tshuva, collocato da Forbes al 365° posto nella graduatoria degli uomini più ricchi del pianeta, dopo aver acquistato per 675 milioni di dollari l’intero edificio e averne spesi altri 450 milioni per ristrutturarlo secondo le nuove esigenze, nel 2007 lo ha trasformato nella quasi totalità in un condominio di lusso vendendo per l’astronomica cifra di 1,3 miliardi di dollari i 181 appartamenti ricavati dalle ex camere dell’albergo. Destinati all’ospitalità sono rimasti i primi due piani e 282 stanze da proporre alla clientela. Inoltre sotto l’albergo è stato creato un vasto spazio da adibire a centro commerciale, dove ospitare negozi delle più importanti griffe internazionali. L’operazione, che all’inizio appariva fra le più audaci e meglio riuscite nel panorama imprenditoriale newyorkese, si sta rivelando un vero e proprio disastro. In primo luogo gli iniziali acquirenti delle abitazioni stanno tentando di disfarsene a qualunque costo, rimettendoci porzioni notevoli di reddito. Ad esempio un appartamento acquistato nel 2008 a 9,6 milioni di dollari è stato rivenduto a 6, un altro pagato 14,6 milioni ha fruttato all’odierno venditore solo 8,5 milioni. Insomma un vero disastro, in particolare per coloro che hanno scelto i piani alti, dove erano sistemate le stanze per il personale di servizio, le cui abitazioni risultavano dai soffitti bassi, con poche finestre e impossibili da trasformare in ampi alloggi con vista sul parco. Peggior sorte è toccata al grande shopping center collocato nei sotterranei. Disertato dai nomi più prestigiosi (Gucci dopo un interessamento iniziale ha preferito collocarsi al piano terra dell’edificio di fronte, la Trump Tower), ha già visto la chiusura della maggior parte dei negozi, mentre la prestigiosa pasticceria Demel Bakery, che con alcuni ristoranti di lusso avrebbe dovuto animare lo spazio dedicato agli acquisti, ha smesso di pagare l’affitto e denunciato Tshuva, che con una società propria gestisce i locali commerciali, per frode. Di fatto a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana i negozi del centro sono deserti. Sembra che il rilancio del faraonico spazio sia affidato alla realizzazione di un’ampia food court in cui saranno disponibili sushi e patatine fritte, ma sono in molti a storcere il naso. In mezzo a un tale trambusto l’unico che sembra aver mantenuto inalterato il proprio prestigio è l’hotel. A Natale ha riempito il 90% delle camere a disposizione, la Grand Ballroom, dove i personaggi del Grande Gatsby erano di casa, continua ad ospitare ricevimenti e matrimoni e la sempre facoltosa clientela continua ad essere soddisfatta. Un solo neo: il Palm Court, rinomato ristorante dell’albergo, ha chiuso, ma sembra debba riaprire presto.

 

 

                                                    Egidio Crispoldi

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