Daiquiri… un drink borghese

È considerato uno dei cocktail più famosi e apprezzati tra quelli attualmente in circolazione e deve la sua notorietà al favore che gli hanno concesso un numero sempre più alto di affezionati consumatori, alcuni dei quali di grande successo e dalle notevoli competenze alcoliche. La ricetta è semplice, ma il gusto particolare, grazie alla presenza dei prodotti di chiara origine caraibica, lo rende piacevole anche ai palati più raffinati ed esigenti. Ottimo come aperitivo, è anche apprezzato per le sue qualità dissetanti.      

                                                                                     Stelvio Catena

                                                                 

Hemingway, che ne consumava giornalmente una quantità notevole, preferiva quello preparato a “El Floridita”, accogliente bar situato al termine della centralissima Calle Obispo, nella città vecchia de L’Avana, Cuba. Si sedeva al massiccio bancone, che ne attraversava la sala quasi per l’intera lunghezza, e lo sorseggiava chiacchierando amichevolmente con il barman di pesca e rhum, due dei suoi argomenti preferiti, fino a quando non si era giunti all’ora di tornare a casa. Reggeva bene l’alcol lo scrittore americano, tanto che la versione da lui preferita, il Papa Doble dal sapore leggermente più aspro e deciso dell’originale,viene oggi proposta come Hemingway Daiquiri. La variante rispetto alla ricetta iniziale (1/10 di zucchero di canna, 3/10 di succo di lime, 6/10 di rhum bianco invecchiato 3 anni, granella di ghiaccio), consiste nell’aggiunta di pompelmo e di qualche goccia di maraschino in sostituzione dello zucchero (2/10 di succo di lime, 3/10 di succo di pompelmo, 5/10 di rhum bianco invecchiato 3 anni, qualche goccia di maraschino, granella di ghiaccio). La preparazione, secondo alcuni, andrebbe fatta frullando gli ingredienti, con un risultato molto simile a un frozen, mentre secondo i più la miscelazione ottimale si ottiene utilizzando lo shaker. Creato per caso, come racconta una leggenda caraibica, per opera di un marinaio statunitense che naufragato, dopo uno scontro a fuoco nella guerra del 1898 tra la flotta USA e quella spagnola per la indipendenza di Cuba, sulle coste nei pressi di Santiago nel sud dell’isola, e precisamente sulla spiaggia di Daiquiri, rifiutò di prendere del rhum liscio in una baracca che fungeva da mescita e vi aggiunse i soli prodotti a disposizione in quel momento: lime e zucchero di canna. La bevanda improvvisata si dimostrò subito assai piacevole da gustare e decisamente dissetante. Numerose le variazioni sul tema. A partire dal frozen pineapple daiquiri (rhum bianco, cointreau, sciroppo di zucchero di canna, ananas, succo di lime, granella di ghiaccio), per poi proseguire con il daiquiri fragola (rhum bianco, succo di lime, liquore di fragola, granella di ghiaccio), il frozen banana daiquiri (rhum bianco, cordiale al lime, crema di banana, banana piccola, granella di ghiaccio). In pratica, mantenendo i due ingredienti di base (rhum bianco e succo di lime), è possibile aggiungere qualsiasi tipo di frutta, a pezzetti o in succo, e variare nella versione frozen, cioè con l’ausilio del frullatore. Una lettura che potremmo definire “psicoanalitica” delle differenti tipologie di drink, lo colloca tra i “vorrei ma non posso”, cioè tra quelli che in qualche modo temperano lo strapotere dell’alcol, e dei suoi eccessi liberatori e anarcoidi, attraverso l’accompagnamento con frutta o zucchero, al fine di moderarne gli effetti sull’organismo e, soprattutto, sulla psiche umana. Insomma un effetto regolatore, come quello che la buona società deve esercitare su tutte le intemperanze. Per questo può essere anche definito un cocktail “borghese”, in pratica dalle conseguenze inibitorie, capace di soddisfare il gusto senza precipitare da subito il consumatore nel vortice della sregolatezza, “che desidera fare propria la veracità centroamericana del rum, ma teneramente incapace di abbracciarla fino in fondo”, come afferma in modo pertinente Carolina Cutolo in un “occhiello” dedicato alla bevanda sul “Corriere della Sera”. Certo qualora se ne prenda in quantità considerevole la sbronza non tarda ad arrivare, ma, come mise bene in evidenza Francis Scott Fitzgerald in alcune pagine del suo romanzo d’esordio Di qua dal paradiso, è una sbornia dalle caratteristiche particolari, portatrice di allucinazioni, quasi fosse indirizzata in special modo a persone affette da timidezza, che desiderano emigrare da se stessi. Del resto sono molte le occasioni letterarie o cinematografiche nelle quali appare il drink. Agatha Christie lo colloca tra i protagonisti in uno dei suoi romanzi gialli di maggior successo Assassinio allo specchio, da cui il regista Guy Hamilton trasse un famoso film, nella pellicola tratta dal racconto di Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, se ne fa, non a caso, un gran parlare e Kathrine Hepburn lo offre a Montgomery Clift in una celebre scena di Improvvisamente l’estate scorsa, capolavoro drammatico di Joseph Leo Mankiewicz del 1959. Una vera e propria star nel panorama alcolico internazionale, diventata un punto di riferimento quasi obbligato per ogni amante del buon bere.

 

 

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