Lo “chef” in casa

La fine dell’anno appena trascorso, secondo molti operatori della ristorazione, ha risentito in maniera rilevante delle difficoltà inerenti la grave crisi economica che, nonostante i reiterati comunicati  governativi  fiduciosi riguardo una sua rapida soluzione, continua a imperversare. Un contraccolpo notevole lo hanno ricevuto i “cenoni di fine anno”, sempre più disertati dai consumatori che preferiscono organizzarsi in case private. Le massaie, però, hanno trovato un escamotage per non passare la serata ai fornelli.


Per un lungo periodo di tempo il “cenone di fine anno” ha rappresentato, per una larga parte di popolazione, un’occasione di divertimento  grazie alla quale si decideva di lasciarsi alle spalle tutti i dispiaceri dei dodici mesi precedenti, determinati a iniziare un nuovo anno nel migliore dei modi. A tale proposito una bella e ricca cena al ristorante, magari seguita da balli e brindisi di buon augurio, sembrava una maniera adeguata di celebrare l’evento. Con il progredire del benessere economico anche fasce di consumatori per diverso tempo esclusi dalla possibilità di festeggiare al ristorante la ricorrenza, hanno potuto prenotare tavoli per il cenone. Una scadenza importante anche per chef e ristoratori che coglievano l’occasione per presentare, accanto agli irrinunciabili piatti tradizionali, una serie di proposte innovative e di particolare creatività. Il disastroso tracollo della borsa statunitense ha inciso anche su questa, recente, consuetudine. Per cui le stime diffuse al 30 dicembre 2009 dalla Camera di Commercio di Milano parlano di un calo generalizzato un po’ in tutta la penisola dei festeggiamenti “esterni”per la notte di capodanno. In media il 70,0% dei nostri connazionali ha dichiarato che avrebbe trascorso la serata in casa, il restante 30,0% all’estero o al ristorante, anche se si assottiglia, rispetto all’anno precedente, la schiera di coloro che mai rinuncerebbero alle libagioni fuori dimora passando dall’8,6% del 2008 al 5,0% del 2009. Il costo medio del pasto si attesta intorno ai 76 euro a persona, anche se per gli chef di maggiore notorietà raggiunge i 1.000 euro. Per quanto riguarda il servizio una maggioranza sensibile dei ristoratori, 69,0%, preferisce il menu fisso, mentre il restante 31,0% lascia al cliente la scelta à la carte. Nonostante la promessa di prelibate leccornie, ad esempio i panzerotti di borraggine al tartufo bianco d’Alba, o la scaloppa di fois gras, o le ostriche fines alla foglia d’oro e d’argento con pistacchio, i ristoranti della capitale hanno registrato una flessione delle prenotazioni da un -35,0 a un -50,0%, nonostante abbiano in tutti i modi cercato di mantenere inalterati i prezzi rispetto allo scorso anno. La vera alternativa a recarsi “a casa” del cuoco si è, però, rivelata quella di portarsi le prelibatezze in casa propria. A partire dal pranzo di Natale si sono moltiplicate le proposte di chef di alto livello che si rendono disponibili a cucinare interi menu take away, cioè da portare a casa, da prenotare per gustosi pranzi casalinghi. Vere e proprie portate di lusso per solleticare i palati dei componenti la famiglia oppure dei fortunati ospiti. Si va dalla passatina di ceci con gamberi e gnocchetti di Fiuggi croccanti alla coppa di rana pescatrice, alla trasparenza di mare (una versione aggiornata del vecchio cartoccio) al cotechino di pesce. Alcuni hanno, invece, ideato una serie di monoporzioni e assaggi, anch’essi di altissimo livello qualitativo e creativo, sigillati in scatolette di alluminio leggero ermeticamente sigillate. Qualche esempio: carpaccio di tonno marinato con fagioli del Purgatorio, lasagne di pesce con patate affumicate, pesto di pistacchi e ragù bianco di scorfano. E il dolce? Un tubetto simile a quello di un dentifricio che va spremuto direttamente in bocca ripieno di squisita crema di tiramisù. Per i più esigenti con un occhio alla linea, micro caponatine, insalate di ventresca di tonno scottato in agrodolce, brandade di baccalà con polentina, tutto servito in eleganti bicchierini design per finger food da gourmet. C’è anche chi è disposto a recarsi direttamente nella cucina del cliente a preparare le pietanze, dopo aver concordato in precedenza il numero e il tipo delle portate. In tempi di crisi è necessario affidarsi a nuove idee e iniziative, seguendo, come in questo caso, i consigli della saggezza orientale e facendo proprio il vecchio adagio che recita: “Se Maometto (il consumatore) non va alla montagna (il ristorante) è la montagna (il ristoratore) ad andare da Maometto (la casa del consumatore)”. 

 

 

 

 

 

                                                                     Mario Rossi

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *