Montagne difficili

L’estate appena trascorsa si è caratterizzata per la vasta eco dedicata dalla stampa e dai notiziari tv e radio ai tragici eventi accaduti su alcune vette delle Alpi. Cronache che rischiano di rendere ancora più problematica la ripresa economica di un settore, come quello ricettivo delle numerose località di alta quota, già da diverso tempo alle prese con numerosi problemi che ne hanno assottigliato sempre di più le presenze turistiche.  

        

La lista, in effetti, impone alcune riflessioni. Gli incidenti accorsi a numerosi escursionisti durante scalate e, anche, semplici passeggiate lungo sentieri e salite della catena alpina, il più delle volte sul versante nazionale, in questa estate hanno diffuso un senso d’insicurezza presso l’insieme della popolazione e, in special modo, nei confronti di quei turisti che privilegiavano ancora la montagna come meta primaria delle proprie vacanze. Le stesse tragiche vicende in cui sono incappati alcuni alpinisti indigeni di provata esperienza nell’affrontare il Nanga Parbat, uno dei  14 picchi della catena dell’Himalaya che superano gli 8.000 metri d’altezza, documentate con dovizia di particolari dalle reti televisive di un po’ tutto il mondo, hanno posto numerosi interrogativi riguardo l’opportunità di intraprendere escursioni in quota, anche lungo percorsi che nelle guide sono segnalati con coefficienti di difficoltà assai limitati. Secondo le statistiche raggiungono i 3 milioni gli escursionisti e praticanti della montagna in Italia, mentre risultano 306.000 gli iscritti ai Club Alpino Italiano. L’amore per le vette perennemente innevate o il piacere di lunghe passeggiate fra un rifugio e l’altro hanno sempre comportato incidenti a volte irrimediabili. L’aumento costante dei praticanti ha avuto considerevoli riflessi anche nel numero degli interventi del soccorso alpino. Infatti se nel 1955 tali interventi si fermavano a 106 e le vittime raggiungevano il numero di 57, quarant’anni dopo, nel 1996, i primi arrivavano a 3.403 mentre vi lasciavano la vita 311 persone. Da quel momento le cifre registrano un continuo aumento: 4.775 i soccorsi con 378 decessi nel 2001, due anni dopo (2003) si giunge a 5.810 richieste d’aiuto e 374 escursionisti che vi hanno perso la vita. Il 2006 vede scendere le richieste d’intervento a 5.568 mentre aumentano le vittime che raggiungono le 405 unità. Lo scorso anno sono stati portati 6.672 soccorsi con 446 deceduti. Le cifre dell’anno corrente non sono ancora, chiaramente, definitive ma il mese di agosto da solo ha visto perdere la vita a ben 39 persone su Alpi, Prealpi e Appennini. A tali cifre andrebbero aggiunti i 1.600 scomparsi in montagna dal 1955 ad oggi. Insomma lungo i 1.200 chilometri in cui si sviluppa la catena montuosa nazionale sempre più numerosi sono coloro che non fanno ritorno a casa. L’allarme giunge in un momento in cui le presenze turistiche in montagna già hanno segnato significativi decrementi. A tale proposito è, però, opportuno fare alcune considerazioni. Una prima riguarda la superficialità con cui persone di limitata esperienza affrontano, per gusto d’avventura o voglia di forti sensazioni, percorsi di accertata difficoltà (il solo Monte Bianco riceve ogni anno l’assalto di oltre 30.000 individui). Una specifica forma di “educazione alla montagna” dovrebbe essere propedeutica ad ogni prova di ascesa, anche a quella considerata più semplice. Spesso le guide, indispensabili per affrontare qualsiasi tentativo di scalata, non sono sufficienti ad evitare tutti i pericoli che si nascondono fra le rocce innevate e il flusso sempre più massiccio di scalatori “in erba” mette in difficoltà anche i centri meglio attrezzati. In effetti negli ultimi anni si è moltiplicato il numero di escursionisti che non si accontentano della panoramica passeggiata in quota con relativa sosta, mangereccia, al rifugio, attraversamento di boschi secolari e scoperta dei numerosi laghetti di montagna, ma tentano, affascinati dalla possibilità di mettere alla prova coraggio e nervi saldi, imprese più audaci e ben più pericolose. A questo si aggiungano un’incostanza dei fattori meteorologici, che rende molto più difficili le previsioni e la prevenzione di fenomeni pericolosi per i viaggiatori, ed il riscaldamento generale del pianeta capace di rendere i ghiacci assai più friabili, per aggiungere nuovi problemi a quelli già esistenti. In verità il maggior numero di interventi di soccorso vengono effettuati per coloro che vanno in cerca di funghi, o fanno motocross e mototrial, oppure praticano il parapendio, o ancora si lanciano lungo i sentieri in mountain bike.  Qualcuno ha proposto il “numero chiuso” per i turisti ammessi alle vette, un modo come un altro per tentare di affossare definitivamente quello che è da secoli un modo di fare sport a stretto contatto con la natura.

 

 

 

                                                                    La redazione

 

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