Pub addio!

Gli storici locali anglosassoni sono in crisi, assediati dalle tipologie di locali emergenti, leggi sushi bar, vessati dalle leggi antifumo, aggrediti dalle grandi catene di fast food. Un pezzo di vecchio continente e un’attrattiva turistica di grandi tradizioni che rischia di scomparire.

 

Ricordo che la curiosità che maggiormente mi colpì la prima volta che entrai in un vero pub londinese, anche di lunga tradizione, fu l’orinatoio posto al termine del lungo bancone dalla parte opposta all’entrata.
Al di là delle considerazioni igieniche su tale usanza, l’accessorio dimostrava come quello che stavo calpestando era un territorio, almeno al tempo in cui era stato creato verso la fine del settecento, vietato alle donne. Un piccolo regno del maschio britannico dedito alla birra, all’amicizia virile e al gioco delle “freccette”. Un luogo che aveva assunto caratteristiche ben precise e una fisionomia, tanto degli elementi ambientali che dell’arredo, tale da renderlo immediatamente riconoscibile: la moquette consumata dai colori tenui, il grande bancone in legno massiccio, i tavolini e le comode sedie anch’essi in legno scuro, le stampe della campagna inglese alle pareti.

 

Anzi per un lungo periodo in ogni parte del mondo si potevano incontrare locali che si sforzavano di riprodurre il clima e il fascino di quelle vere e proprie icone dello stile anglosassone. Una recente indagine di mercato lancia un grido d’allarme per tutti gli amanti del pub. Nell’arco dell’ultimo anno ben cinquantasei esercizi al mese chiudono oppure cambiano ragione sociale sul territorio del Regno Unito, mentre altri milletrecento sono in bilico nei mesi a venire. Insomma i sessantamila pubs sparsi nella sola Gran Bretagna rischiano grosso. Del resto anche nella vicina Irlanda, altro paese in cui le public house hanno avuto uno sviluppo notevole, dalle 2.300 strutture attive alla fine dell’Ottocento siamo scesi alle 775 attuali. Nonostante gli aspetti legati alla tradizione e al costume rappresentino elementi importanti, quello che spaventa nei dati in precedenza analizzati e il venir meno di quello che ha rappresentato per secoli il principale luogo di aggregazione sociale della realtà inglese. Al suo interno si passava la sera bevendo, incontrando gli amici, chiacchierando di sport, lamentandosi del lavoro oppure della moglie.

 

Le barriere di classe cadevano e gli avventori venivano considerati tutti allo stesso livello. Inoltre un’altra caratteristica significativa di questa tipologia di locale era che, per legge, non chiudeva mai oltre le 23,00, affinché i clienti rientrassero a casa in orari decenti per poter riprendere il lavoro il giorno seguente di prima mattina in ottima forma. Un’importante valvola di sfogo per la popolazione indigena, in grado di fornire un aiuto consistente al controllo e al contenimento del malessere sociale. Le ragioni sono diverse. Da un lato l’affermarsi di nuove tipologie di locali, quali il sushi bar, dall’altro una recrudescenza preoccupante degli istinti violenti diffusi nella popolazione. Sempre più spesso gruppi di ragazzi, definiti “branchi”, scorrazzano per i locali desiderosi di scatenare risse per sfogare rabbia e delusioni accumulati durante le giornate, magari trascorse a cercare un lavoro che non c’è, supportati da generose dosi di alcol. Se la gente per evitare noie rimane a casa i pub chiudono. Nel novembre 2005, avvertendo che qualche cosa non andava, il Governo britannico è intervenuto a difesa di quella che potremmo definire una vera e propria istituzione nazionale, annullando la legge che imponeva la chiusura un’ora prima della mezzanotte. I risultati non sembrano, però, esaltanti. Anche in Italia, a ben guardare, si sono avuti segnali negativi per i cloni dei pubs.

 

L’originalità e il fascino dell’ambiente, uniti a un significativo incremento del consumo di birra, in particolare presso le generazioni più giovani, avevano dato un impulso notevole all’apertura di locali che si ispiravano al modello britannico, tanto da raggiungere nella penisola la ragguardevole cifra di 9.000 esercizi. In verità negli ultimi tempi anche dalle nostre parti sembrano avere la meglio strutture che si ispirano a modelli di origine diversa.

I locali in stile orientale oppure ispirati alle taverne sudamericane si vedono in giro sempre più spesso. Anche la preferenza per la birra, come bevanda maggiormente in voga, appare in difficoltà contro il ritorno dei cocktail, almeno dei più conosciuti di natura prettamente caraibica, quali il Mojito, il Cuba Libre, il Daiquiri .

 

Ci si interessa all’invecchiamento del Rhum oppure alle miscele in cui i succhi di frutta tropicale giocano un ruolo fondamentale nell’accoppiarsi a Gin o Vodka, piuttosto che conoscere il nome delle più di 200 aziende produttrici di birra. Chissà se fra qualche anno sentiremo ancora i londinesi dire: Let’s go to the pub.

 

 

 

                                                                                      SAM

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