Rhum, l'”ammazza diavolo”

Così, secondo un documento che risale al secolo XVII, veniva chiamata la bevanda ottenuta mediante la distillazione del succo o della melassa ricavati dalla canna da zucchero a Barbados, isola situata tra il Mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico. Nella medesima testimonianza veniva inoltre specificato come si trattasse di: “un bollente, infernale, terribile liquore”. Oggi è fra gli alcolici meglio caratterizzati al palato e più utilizzati dai barman per la realizzazione di una serie impressionante di cocktail.

                  

Secondo una delle molte tradizioni fiorite intorno alla bevanda, il nome “rhum” deriva da “rumble” (gorgogliare) e, sembra, che già nell’antichità qualcosa di simile fosse consumato nelle remote regioni asiatiche dell’India e della Cina. In Europa fu Londra la prima a distribuire bottiglie della scura mistura alcolica grazie alla lavorazione di succhi ricavati dalle canne da zucchero indiane intorno al XV secolo. Fu, però, a partire dal ‘600 che gli schiavi delle americhe, costretti a lavorare nelle sterminate piantagioni di canna da zucchero che in particolare nell’area caraibica trovavano le condizioni ideali per svilupparsi al meglio, scoprirono che lasciando fermentare la melassa, un sotto-prodotto della lavorazione dello zucchero, si otteneva un liquore dal gusto unico e particolarmente gradevole. Nasceva così il “ron” (nell’accezione locale), con precisione nell’isola di Barbados, e in breve tempo diveniva la bevanda alcolica per antonomasia dell’area territoriale al largo dell’America Centrale. In particolare fu la gente di mare, primi fra tutti i pirati del XVIII secolo, a diffondere il consumo e la fama del rhum, anche se, al tempo, era utilizzato soprattutto come anestetico e per guarire la polmonite. La salma di Horatio Nelson, recita una leggenda, venne trasportata in patria da Trafalgar, dove nonostante la vittoria era stato colpito a morte da un colpo di fucile, dentro una botte di rhum per meglio conservarne il corpo. Però il prodotto fino alla prima metà dell’Ottocento era una miscela scura, forte, diffusa in massima parte fra i ceti più bassi della popolazione, niente a che vedere con i raffinati distillati europei. Allora la Spagna, in considerazione della sempre più larga diffusione del rhum, decise di offrire un premio a chi avesse migliorato il processo produttivo, al fine di ottenere un liquore più gradevole. Tra coloro che si distinsero in questa sfida c’era Don Facundo Bacardi Masso, il quale, trasferitosi a Cuba nel 1843, sperimentò, tecniche di distillazione diverse, introdusse il filtraggio del carbone vegetale, incrementò la coltivazione di differenti lieviti specializzati e introdusse l’invecchiamento in botti di quercia americana ottenendo una bevanda più leggera e dal sapore dolce e gradevole. Decise perciò di fondare, siamo nel 1862, la Bacardi y Compañìa, che ancora oggi, nonostante la nazionalizzazione delle industrie dell’isola caraibica all’indomani della vittoriosa rivoluzione castrista e la conseguente requisizione della fabbrica e dei macchinari da parte del nuovo Stato, è fra le maggiori aziende produttrici e una delle più diffuse e conosciute. Il rhum, che da più parti viene considerato il distillato alcolico maggiormente distribuito al mondo, divenne ben presto il liquore simbolo dei Caraibi e fu utilizzato per un numero impressionante di cocktail, alcuni dei quali hanno ancor oggi un gradimento notevole anche tra i giovani. Un esempio è dato dal mojito (foglie di menta, preferibilmente Hierba Buena che a Cuba cresce spontanea ed è più delicata della menta nostrana, rhum bianco, zucchero di canna raffinato bianco, succo di lime e soda), o dal daiquiri (rhum chiaro, limone, zucchero), oppure dalla piña colada (rhum chiaro, latte di cocco, succo d’ananas e ghiaccio), solo per elencare quelli più famosi. Nelle liste dei barman sono oltre quaranta le soluzioni che prevedono l’utilizzo del liquore caraibico. Come abbiamo potuto constatare il prodotto “chiaro”, cioè quello per lo più di origine cubana invecchiato intorno ai 3 anni, viene adoperato spesso per la preparazione delle miscele, mentre la versione più scura, in gran parte prodotta in Giamaica che viene lasciata nelle botti da 5 a 15 anni, di solito è consumata strike, cioè liscia. Un consiglio di Abel Prieto, scrittore e Ministro della Cultura di Cuba:”L’Avana è da bere lentamente, come il rum molto invecchiato, altrimenti ti ubriachi”.

 

 

 

                                                         Sam

 

 

 

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