Se accendi la radio, paghi

È  quanto ha stabilito una recente sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato un barista della capitale lombarda a riconoscere i diritti d’autore agli interpreti dei brani che, tramite una comunissima radio, diffondeva all’interno del proprio locale. La Scf (Società Consorzio Fonografici), cioè l’associazione che tutela i diritti di artisti e produttori discografici per la diffusione in pubblico della musica registrata, facendo appello ad una legge del 1941, ha ottenuto il pagamento della somma dovuta e contestata dal commerciante.

 

L’offensiva si presenta come un’azione a “tutto raggio”, capace di coinvolgere insieme ai principali esercizi commerciali ed alcuni negozi artigiani (ad esempio i parrucchieri e beauty center), anche chiese, oratori e palestre. Così un altro balzello si aggiunge a quelli, e sono tanti, già in vigore per i titolari di locali pubblici. La legge, del resto, parla chiaro: i cosiddetti “diritti connessi” devono essere corrisposti tanto agli autori che alle aziende produttrici di dischi per l’uso dei loro supporti. Fino a qualche anno fa la norma, tra l’altro varata in un periodo (in pieno secondo conflitto mondiale) in cui sembravano assai più urgenti interventi in aree ben diverse rispetto alla salvaguardia dei proventi musicali ai legittimi destinatari, veniva del tutto ignorata, ma la profonda crisi che sta, ormai da almeno un decennio, affliggendo soprattutto grazie alla diffusione della pirateria tramite internet il mondo dei diritti d’autore siano essi editoriali che cinematografici che musicali che iconografici, ha aguzzato l’ingegno dei manager che hanno scovato un ulteriore fonte di reddito legalmente riconosciuta. Nell’anno appena trascorso sono oltre 20.000 i bar e i ristoranti che hanno trovato con Scf un accordo per tale pagamento, riuscendo a spuntare anche qualche sconto, insieme a 15.000 alberghi, altrettanti centri della Grande Distribuzione e 5.000 negozi di abbigliamento. Insomma una bella fetta di esercizi capaci di rendere all’associazione 18 milioni di euro l’anno. Attualmente il mercato discografico nazionale vale 406 milioni di euro, 1.344 sono i milioni di euro che provengono dalla programmazione di musica da parte di radio, tv e, in particolare, discoteche, 768 milioni il fatturato ricavato dalla musica dal vivo e 42 milioni quanto riscosso da Siae e Scf per la musica diffusa in luoghi pubblici. Da sottolineare come Siae e Scf operino su piani differenti, dal momento che la prima si occupa dei diritti concernenti la composizione musicale (testo e musica) e comprende tanto gli autori che gli editori, mentre la seconda, come abbiamo visto in precedenza, si incarica della riscossione dei compensi relativi alla registrazione discografica (cioè all’incisione su supporto dell’opera musicale). “La decisione del Tribunale di Milano – afferma Gianluigi Chiodaroli presidente SCF commentando la sentenza che ha condannato un barista alla penale per aver diffuso nel proprio locale musica da una radio senza aver corrisposto il dovuto – rappresenta un provvedimento storico. Avremo sicuramente un precedente significativo che servirà all’attività della magistratura. É una sentenza che riafferma e chiarisce in via definitiva che il pagamento del compenso per i diritti discografici è dovuto qualsiasi sia il mezzo utilizzato, anche nel caso di una radio”. Di diverso parere il presidente della Confesercenti, Marco Venturi: “Sinceramente credo che si tratti di un servizio gratuito che viene offerto ai clienti di un pubblico esercizio. Non credo che questo possa essere considerato un reato da multare, non c’è gente che sceglie un bar o un altro a seconda della musica che viene suonata dalla radio, che peraltro paga già i diritti sulla musica. Lo ritengo sbagliato”. Alcune associazioni di categoria ( Confcommercio, Fipe, Federdistribuzione, Federalberghi, Federmoda, Confcooperative) hanno concluso accordi con la Scf, mentre altre (Confesercenti, Cna, Confartigianato) si oppongono al pagamento. Il riconoscimento per l’opera di ingegno è da considerarsi sacrosanto, ma disperdere le risorse ottenute fra enti multipli e diversi rischia di essere l’ennesima furbata per mantenere in vita carrozzoni inutili e clientelari. Raggruppiamo in un solo istituto i compensi dovuti e uniamo le differenti tasse in un unico balzello, le cose saranno più chiare e i vari attori della realizzazione e commercializzazione di un’opera d’arte tutti giustamente ricompensati.

                                    

 

 

                                                                  Sam

 

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