Se il ristorante è fatto in casa…

Per tutti i proprietari di ristoranti deve squillare un campanello d’allarme: le case private aprono le proprie cucine alla clientela. Sono in forte ascesa nei grandi centri urbani gli appartamenti che si organizzano per accogliere ipotetici avventori in cerca di un luogo piacevole dove poter consumare un pasto di buona qualità ad un prezzo ragionevole. Un fenomeno che deve far riflettere i nostri ristoratori sull’opportunità di rivedere e aggiornare le proprie proposte e il proprio approccio a un “mestiere” che deve adattarsi ai tempi e non viceversa.  

                                                                                             Sam

 

In molti casi, almeno in coloro che da più tempo sono sul mercato, i gestori o proprietari di ristoranti rimangono, anche sentimentalmente, legati a quelle caratteristiche (piatti, arredi, servizio, tipologia di accoglienza, livello di prezzo, tipologia dell’offerta) che, anni addietro, ne hanno decretato il successo, convinti di aver trovato una caratterizzazione capace di mantenere costante nel tempo l’interesse di una larga clientela. In definitiva le peculiarità che li hanno imposti all’attenzione devono restare tali, in modo da attrarre coloro che si recano in quel determinato locale per trovare quelle determinate particolarità. Che puntare con decisione su un determinato posizionamento sia un fattore di successo, da queste colonne è stato detto più di una volta, ma la perfetta staticità in un mondo che si evolve a velocità considerevole, mutando in periodi temporali ogni volta più ristretti modelli e stili di vita quotidiani, rischia di trasformarsi in una pericolosa fonte di difficoltà. È, perciò, fondamentale prestare attenzione e studiare con serietà i vari segnali di cambiamento che si manifestano all’interno delle società civile al loro sorgere e non quando si manifestano nel pieno della maturità, poiché rischiano di divenire difficilmente contrastabili. Prendiamo ad esempio un fenomeno che, al momento in particolare negli Stati Uniti e in Inghilterra, sta assumendo proporzioni riguardevoli: l’apertura al pubblico per i pasti di case private pronte a offrire un servizio di ristorazione sostitutivo di quello di ristoranti, trattorie, enoteche, osterie e via dicendo. In voga in prevalenza nel mondo anglosassone, sono chiamati Supper Club e il loro motto è: “non c’è nessun posto come casa”, del resto proprio la definizione di club (“circolo sociale” nella traduzione letterale) rimanda a una dimensione domestica, semplice, amichevole, insomma a un modo di fare in definitiva colloquiale, estraneo all’indispensabile etichetta da indossare in un ristorante, in special modo se di alto livello. Ed è proprio l’atmosfera informale, accanto alla convenienza, a decretare il successo dell’iniziativa, il sentirsi, in qualche modo, in un contesto familiare, quasi amichevole, a rendere “diversa” una cena in una di queste residenze. Non è un caso che il londinese “Saltoun Supper Club” basi la propria comunicazione sul concetto di “cucina della mamma”, specificando che si è sicuri di mangiare proprio come a casa: pietanze poco complicate ma assai gustose e porzioni abbondanti. Parlare di comunicazione è, forse, fuori luogo dal momento che la sola forma di pubblicità di tali circoli è quella del passaparola, che, comunque, si è dimostrato molto efficace, in maniera particolare al momento attuale nel quale è in grado di avvalersi della collaborazione del web. Certo il fattore “risparmio” ha la sua importanza e finisce per giocare un ruolo non secondario nella scelta di questa forma di ristorazione. Il “The Rampling” sempre nella capitale britannica, insediato in una vecchia dimora in stile vittoriano dalle sale spaziose e i grandi specchi incorniciati d’oro sopra i camini, per la cifra di soli 15 euro assicura alla clientela ben quattro portate. Addirittura il critico gastronomico del prestigioso The Guardian, quotidiano londinese fondato nel 1821, giudica: “una superba esperienza culinaria di sette portate”, la serata al ”Sunken Soupper Society” di Fatty Bristow, dove ogni tanto il gestore cambia il disco, del sottofondo musicale, dal giradischi dell’impianto stereo dell’appartamento. Gli statunitensi hanno portato alcune novità. Ad esempio il “SocialEats”, con sede a New York, si è specializzato, e offre ai propri avventori, esclusivamente dolci, mentre il vicino “Sunday Night Dinner” è aperto solo la domenica. Più sofisticato il, sempre newyorkese, “Brooklyn Edible Social Club” che si caratterizza per mettere intorno a un tavolo, tra degustazioni e reading, persone perfettamente estranee. Di sicuro, però, quello che al momento si aggiudica il primo premio per l’originalità ha sede in Germania ed è gestito da un irlandese. Infatti, il quasi misterioso “The Shy Chef”, nel quartiere berlinese di Kreuzberg, a fine pasto non fa pagare il conto, ma si accontenta di sollecitare una mancia affidandosi al giudizio del cliente e alla sua soddisfazione generale. Certo se risulta poi lauta è, di certo, più gradita. Il messaggio finale che tali strutture ci mandano può essere riassunto in alcune chiare considerazioni: esiste una diffusa propensione, nella società di oggi, a consumare pasti fuori casa; è necessario nell’offerta generale alternare a locali più o meno costosi, di taglio “tradizionale”, altri più modesti e meno cari; riscoprire la convivialità e la semplicità nella consumazione dei pasti fuori casa, magari con una scelta limitata e di pietanze poco elaborate, ma in un ambiente che ci fa sembrare di stare in famiglia.

 

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