Trattoria “antisovietica”

È il nome di un locale di Mosca, situato nella centralissima Leningradskij Prospekt, che ha rischiato di far esplodere in maniera incontenibile il latente, ma innegabile, dissidio esistente fra il Presidente della Repubblica Dmitrij Medvedev e l’attuale Primo Ministro Vladimir Putin.Una vicenda che ha visto tornare in primo piano alcuni ex dissidenti e muoversi sullo sfondo fantasmi di un’epoca considerata, forse con troppa fretta, definitivamente superata. Tutto è cominciato con un’insegna luminosa appesa fuori dal ristorante.

 

Quando venne terminato, nel 1951, il “Sovetskaja Hotel” era uno dei più riusciti esempi di architettura “staliniana”. Il capo supremo dell’URSS lo aveva voluto per dimostrare come anche dal punto di vista creativo e della qualità complessiva dei servizi di accoglienza il paese che governava non era secondo a nessuno e per lungo tempo è stato l’albergo ufficiale del  governo sovietico a Mosca. Maestoso e confortevole, la sua caratteristica principale consisteva nel non avere una sola camera simile ad un’altra. Per anni è rimasto un simbolo tangibile di quel periodo e di quella atmosfera, che a tutt’oggi, nonostante abbia cambiato il nome in Sovietsky, il management cerca di riprodurre immutata, facendone uno, se non il principale, elemento di attrazione per la clientela. Proprio di fronte all’hotel, in un edificio che nulla ha da spartire con l’imponente sagoma dalla struttura di accoglienza, è situato un ristorante specializzato in cucina russa, dove si può ancora trovare lo spiedino “1,97 rubli”. Nonostante i piatti non siano particolarmente prelibati il suo nome è sulla bocca di tutti i russi per la vicenda che ha scatenato ai vertici dell’apparato governativo. Tutto nasce dal nome: “Anti Sovetskaja”. Fin dagli anni settanta del Novecento, quando ancora la nomenclatura del partito comunista guidava le sorti del paese, il locale, proprio in virtù della denominazione e dei prezzi popolari delle pietanze che stridevano con quelli esosi del ristorante interno al “Sovetskaja Hotel”, era divenuto uno dei centri di dissenso al regime, frequentato da quella parte dell’intellighenzia ostile ai comunisti. Ora l’aver mantenuto in funzione, di fronte a uno dei monumenti della Russia Sovietica, un’insegna così esplicita ha provocato le ire della nutrita fazione dei “nostalgici”, che si è rivolta all’amministrazione cittadina perché venisse rimossa l’indicazione, una vera e propria “profanazione del glorioso passato della Patria”, come hanno specificato i veterani firmatari della missiva inviata al Sindaco. Detto, fatto. Il giorno seguente la consegna della petizione, gli operai delle gru del comune scortate dalla polizia municipale leggevano ai proprietari l’ordinanza secondo la quale, a causa della mancata iscrizione nell’apposito registro comunale, l’insegna doveva essere tolta.  Appena diffusa la notizia i principali quotidiani della capitale, le agenzia di stampa e i più diffusi blog di internet si sono scagliati contro il decreto amministrativo, paventando il pericoloso tentativo di riesumare metodi coercitivi di intervento sulle libertà individuali caratteristici di tempi ormai andati. In verità la situazione ha recondite motivazioni politiche. In effetti l’attuale primo cittadino, Jurij Luzkhov personaggio di primo piano del partito Russia Unita, quello di Putin per intenderci, cerca di catturare i voti dei comunisti, capaci ancora di ottenere vasti consensi, dimostrandosi attento alle loro esigenze. Un pesante intervento a difesa dei proprietari del ristorante è stato effettuato da Ella Panfilova, presidentessa del Consiglio per i diritti umani, intervento subito censurato da Russia Unita come un’ingerenza indebita, tanto inopportuno che i putiniani hanno chiesto le dimissioni della Panfilova. In sua difesa è intervenuto Medvedev in persona  che ha precisato come la presidentessa ha agito come doveva, facendo sorgere il sospetto che dietro tale presa di posizione potesse esserci addirittura lo stesso Presidente della Repubblica. Insomma una vicenda che rischia di mettere a nudo un contrasto che si vuole ignorare, tanto che in seguito alla dichiarazione di Medvedev Russia Unita ha fatto marcia indietro scusandosi e riducendo tutto ad un equivoco, e che, al momento attuale, nuocerebbe ad entrambe le parti. Tanto rumore per nulla? Non la pensa così Aleksandr Vanin, giovane direttore dell’ Anti Sovetskaja: “se oggi cediamo su un nome, domani chissà, ci diranno che non è lecito portare i blue jeans o ci imporranno la musica da ascoltare. Non bisogna indietreggiare altrimenti cederemo altri pezzi di libertà”.

 

 

 

                                                                           Mario Rossi

 

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